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A te, nuovo amico, nuova amica

Queste “due righe” di presentazione sono dedicate a te, caro amico, nell'intento di raggiungere la parte più profonda e, forse la più dolente, della solitudine che alberga nell'anima di quasi tutti gli alcolisti.
Noi siamo un gruppo di lavoro, siamo un gruppo di alcolisti che si riuniscono con regolarità, al fine di mantenere la loro sobrietà e di accrescerla, e con lo scopo primario di aiutare altri alcolisti a raggiungere la loro sobrietà. Noi ci riuniamo qui secondo quanto scritto nella quarta tradizione nel 1946, ovvero:
“Due o tre alcolisti qualsiasi che si riuniscano per raggiungere la sobrietà possono chiamarsi un gruppo A.A., purché come gruppo non abbiano nessun'altra affiliazione”.
L'enunciato di questa tradizione, verte esattamente in questo modo: « Quarta Tradizione - Ogni gruppo dovrebbe essere autonomo, tranne che per le questioni riguardanti altri gruppi oppure A,A. nel suo insieme. »
Pertanto, se ti senti finalmente accolto, se avverti la nostra stessa liberatoria sensazione di “essere finalmente giunto a casa”, benvenuto.
Con noi potrai cercare di risolvere quel comune problema che per troppo tempo ha inficiato la nostra esistenza, e lo potrai fare mettendo in pratica il programma che Alcolisti Anonimi ci permette oggi di conoscere e ci suggerisce di adoperare.
In ultimo, ci permettiamo di ricordarti una frase di accoglienza che in Alcolisti Anonimi sentirai sovente: “Se vuoi smettere di bere, benvenuto, il problema è anche nostro; se vuoi continuare a bere… il problema è solo tuo”.
Nella speranza di averti fra noi, ti auguriamo: “Serene ventiquattro ore!”.

 

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Sesto Passo (4/6)

    ( … ) Noi che abbiamo evitato questi eccessi, siamo portati a congratularci con noi stessi. Ma è il caso di farlo? Dopo tutto, non è stato l'interesse personale, puro e semplice, che ha reso capace la maggior parte di noi di sfuggirli? Non comporta un grande sforzo spirituale evitare quegli eccessi che comunque ci procureranno una punizione. Ma quando ci troviamo di fronte agli aspetti meno violenti di questi stessi difetti, allora come ci comportiamo?

Quello di cui adesso dobbiamo renderci conto è che godiamo di alcuni nostri difetti. Addirittura li amiamo. A chi, per esempio, non piace sentirsi un pochino superiore a un altro o anche molto superiore? Non è vero che ci piace far passare l'avidità per ambizione? Pensare di amare la lussuria sembra impossibile. Ma quanti uomini e quante donne parlano d'amore con le labbra e credono a quello che dicono tanto da riuscire a nascondere la lussuria in un angolo segreto della loro mente? E anche restando entro limiti convenzionali, molte persone debbono ammettere che le loro immaginarie evasioni sessuali sono soggette a essere così ben camuffate da sembrare sogni romantici.

Anche la collera che deriva dall'autostima può essere molto gradevole. In una certa qual maniera perversa riusciamo effettivamente a trarre soddisfazione dal fatto che molte persone ci infastidiscono, perché questo porta una confortevole sensazione di superiorità. Anche il pettegolezzo affilato dalla nostra collera, una raffinata forma di assassinio morale, ci dà le sue soddisfazioni: perché qui non stiamo cercando di aiutare quelli che critichiamo; stiamo cercando di proclamare la nostra superiorità.

Quando la golosità non è a livelli rovinosi, anche per questo abbiamo una parola più dolce; la chiamiamo «gratificazione». Viviamo in un mondo pieno di invidia. In misura maggiore o minore tutti ne siamo contagiati. Da questo difetto dobbiamo ben ricavare una deformata seppur definita soddisfazione. Altrimenti perché sprecheremmo tanto di quel tempo a desiderare quello che non abbiamo, piuttosto che ad agire per ottenerlo, oppure a cercare rabbiosamente delle qualità che non avremo mai, invece di ammettere questo fatto e accettarlo? E quante volte lavoriamo duramente per nessun altro motivo migliore che quello di essere al sicuro e non fare niente in futuro; solo   che chiamiamo questo «andare in pensione». Considerate, inoltre, la nostra abilità a procrastinare, che in realtà è pigrizia in cinque sillabe. Quasi chiunque potrebbe compilare un bell'elenco di difetti come questi, ma pochi di noi penserebbero di rinunciare a essi, almeno fino a che non ci procurano un'eccessiva sofferenza. ( … )

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.96-98 )


 

 



Sesto Passo (3/6)

   ( … ) Se Glielo chiediamo, Dio perdonerà i nostri abbandoni. Ma in nessun caso Egli ci farà diventare bianchi come la neve e ci conserverà in tale condizione senza la nostra collaborazione. Ciò è qualcosa che dobbiamo essere disposti a fare verso noi stessi. Egli chiede soltanto che noi tentiamo al meglio delle nostre capacità di progredire nella formazione del nostro carattere.

Perciò il Sesto Passo - «Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere» - è il modo in cui A.A. enuncia il migliore atteggiamento possibile che si può prendere per dare inizio a questo lavoro che durerà tutta la vita. Ciò non significa che ci aspettiamo che ci vengano tolti tutti i nostri difetti di carattere, come è avvenuto per l'impulso a bere. Per alcuni può accadere, ma la maggior parte di essi dovremo accontentarci di migliorarli con pazienza e perseveranza. Le parole chiave «completamente pronti» sottolineato il fatto che vogliamo tendere proprio a quel meglio che conosciamo o possiamo apprendere.

Quanti di noi sono pronti in modo così totale? In senso assoluto non lo è praticamente nessuno. Il meglio che possiamo fare, con tutta l'onestà che riusciamo a raccogliere, è cercare di esserlo. Anche in questo caso i migliori di noi scopriranno costernati che c'è sempre un punto di arresto, un punto in cui diciamo: «No, malgrado tutto, non posso ancora rinunciare a questo». E spesso ci inoltriamo su un terreno ancora più pericoloso quando affermiamo decisi: «A questo non rinuncerò mai!». Tale è la potenza dei nostri istinti nel voler superare i propri limiti. Non importa quanto abbiamo progredito, si scoprirà sempre che abbiamo desideri che si oppongono alla grazia di Dio.

Quelli che ritengono di aver agito bene possono contestare ciò; proviamo allora ad approfondire un po' di più questo punto. Praticamente tutti desiderano essere liberati dalle proprie più evidenti e distruttive imperfezioni. Nessuno vuol essere tanto arrogante da essere giudicato spaccone, né tanto avido da essere chiamato ladro. Nessuno vuol essere tanto in collera da uccidere, tanto lussurioso da violentare, tanto goloso da rovinarsi la salute. Nessuno vuol essere torturato dal tormento cronico dell'invidia o essere paralizzato dalla pigrizia. Naturalmente la maggior parte degli esseri umani non è afflitta da tali difetti a livelli tanto estremi. ( … )

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.94-96 )


 



Sesto Passo (2/6)

( … ) Questo è l'enigma della nostra esistenza, la cui soluzione può essere soltanto nella mente di Dio. Malgrado ciò, almeno una parte di essa ci è chiara.

Quando uomini e donne versano entro se stessi tanto alcol da distruggere le loro esistenze, essi commettono un atto esattamente contro natura. Sfidando il loro naturale istinto di conservazione, sembra che siano decisi ad autodistruggersi. Vanno contro il loro stesso istinto più profondo. Quando si trovano umiliati dagli spaventosi colpi inferti dall'alcol, la grazia di Dio può penetrare in essi e scacciare la loro ossessione. È a questo punto che il loro potente istinto di vivere può cooperare pienamente con il desiderio del loro Creatore di dare a essi una nuova vita. Perché sia la natura che Dio aborriscono il suicidio.

Ma la maggior parte delle altre nostre difficoltà non rientra affatto in questa categoria. Ogni persona normale vuole, ad esempio, mangiare, riprodursi, essere qualcuno nella società in cui vive. E desidera essere ragionevolmente al riparo e rassicurato mentre cerca di raggiungere queste cose. In verità Dio creò l'uomo in tal modo. Non lo destinò a distruggere se stesso con l'alcol, ma gli diede gli istinti per aiutarsi a restare vivo.

Non è assolutamente dimostrato, almeno in questa vita, che il nostro Creatore esiga che noi eliminiamo completamente i nostri impulsi istintivi. Per quanto ne sappiamo, non risulta affatto che Dio abbia rimosso completamente da un qualsiasi essere umano tutti i suoi istinti naturali.

Poiché la maggiore parte di noi è nata con una grande quantità di desideri naturali, non è strano che spesso lasciamo che questi vadano oltre il loro scopo prestabilito. Quando essi ci guidano ciecamente o quando noi pretendiamo con ostinazione che essi ci procurino più soddisfazioni o piaceri di quanto è possibile o lecito per noi, questo è il punto in cui abbandoniamo quel grado di perfezione che Dio desidera per noi qui sulla terra. Questa è la misura dei nostri difetti di carattere o, se preferite, dei nostri peccati. ( … )

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.93-94 )


 
 


Sesto passo (1/6)

"Eravamo completamente pronti ad accettare che
Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere".

«Questo è il Passo che separa gli uomini dai fanciulli». Così afferma un caro ecclesiastico che è poi uno dei più grandi amici di A.A.. Egli prosegue spiegando che qualunque persona capace di avere sufficiente buona volontà ed onestà nel cercare di mettere ripetutamente in pratica il Sesto Passo riguardo tutti i suoi difetti - senza escluderne proprio nessuno - ha percorso veramente un lungo cammino spirituale e perciò ha diritto ad essere definito come un uomo che sta cercando sinceramente di crescere ad immagine e somiglianza del suo Creatore.

Naturalmente, la questione tanto spesso discussa se Dio possa - e voglia, a certe condizioni - eliminare i difetti di carattere, troverà una pronta risposta affermativa da parte di quasi tutti i membri di A.A.. Per costoro, tale asserzione non sarà affatto una teoria; essa, in effetti, sarà la realtà quasi più importante della loro vita. Di solito ne daranno la prova con una dichiarazione come questa:

«Certo, ero battuto, assolutamente sconfitto. Tutta la mia forza di volontà non riusciva ad avere effetto sull'alcol. Il cambiamento di ambiente, le migliori intenzioni di familiari, amici, medici ed ecclesiastici non ottenevano alcun risultato con il mio alcolismo. Semplicemente non riuscivo a smettere di bere e sembrava che nessun essere umano potesse farmi uscire da questa situazione. Solo quando giunsi a essere disposto a fare pulizia interiore e chiesi allora a un Potere Superiore, Dio come potei concepirLo, di concedermi la liberazione, la mia ossessione per il bere svanì. Fu eliminata completamente».

Nelle riunioni A.A. di tutto il mondo si sentono ogni giorno dichiarazioni come questa. È facile per chiunque vedere che a ogni membro di A.A. sobrio è stata concessa la liberazione da questa ossessione costante e potenzialmente fatale. Così ognuno in A.A. è «divenuto totalmente pronto» - in senso proprio completo e letterale - ad accettare che Dio eliminasse dalla sua vita la mania per l'alcol. E Dio ha provveduto a che avvenisse esattamente ciò.

Una volta che ci è stata concessa questa totale liberazione dall'alcolismo, perché allora non dovremmo essere capaci di ottenere con gli stessi mezzi una completa liberazione da tutte le altre difficoltà o difetti? Questo è l'enigma della nostra esistenza ( ... )

( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.91-93 )


 




Arcobaleno

gruppo on-line 

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Riunioni alle 21.30

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martedì, giovedì chat Skype 

 

contatti telefonici 

 

Ricordando quanto sia per noi estremamente importante non isolarci e quanto possa essere di aiuto una telefonata ad un amico AA, si rammenta che la decisione di scambiare numeri telefonici fra membri seguirà il concetto di “libero arbitrio”. Qualora venisse fatto un utilizzo non consono del contatto telefonico questo sito e il gruppo sono esenti da responsabilità


 

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Il nostro metodo

Capitolo 5

Raramente abbiamo visto una persona che, seguendo il cammino percorso da noi, non sia riuscita a vincere l'alcol. I non recuperabili sono quelli che non possono o non vogliono seguire il nostro semplice Programma, di solito persone che per natura sono incapaci di essere oneste con se stesse. Purtroppo, ci sono casi del genere. Non hanno colpa, perché forse sono nate con questa tendenza, sono per natura incapaci di comprendere e sviluppare un sistema di vita che esiga un'onestà rigorosa. Le loro possibilità di recupero sono limitate. Ci sono anche degli individui che soffrono di qualche grave anomalia psichica ed emotiva, ma molti di questi si salvano se hanno la capacità di essere onesti.

Le nostre storie personali mettono in risalto ciò che eravamo, ciò che ci è successo e quello che siamo ora. Se anche voi volete raggiungere ciò che noi abbiamo e se siete disposti a tutto per ottenere i nostri risultati, allora siete pronti a fare certi passi.

Non li abbiamo accettati tutti subito. Pensavamo di poter trovare una via più facile, più morbida. Ma non ci siamo riusciti. Con tutta l'energia e l'onestà che possediamo, vi imploriamo di essere forti e metodici fin dalle prime tappe di questa risalita. Qualcuno ha cercato di attenersi ai suoi vecchi sistemi e il risultato è stato zero finché non li ha abbandonati...

 

"Alcolisti Anonimi", capitolo 5: "Il nostro metodo"


 



 

tema del giorno

Usare il piano delle 24 ore (2/3)

 

… È anche vero che altri di noi hanno abbandonato completamente l’alcol e hanno mantenuto i loro giuramenti come promesso, fino alla data stabilita.... e poi hanno concluso il periodo di siccità bevendo di nuovo, e tornando agli stessi problemi con un ulteriore peso di nuova colpevolezza e rimorso.

Con tali battaglie alle nostre spalle, adesso, in AA, cerchiamo di evitare espressioni come “non bere mai più” o “promettere di astenersi dall’alcol”. Ci ricordano i nostri fallimenti. 

Sebbene ci rendiamo conto che l’alcolismo è una condizione permanente e irreversibile, la nostra esperienza ci ha insegnato a non fare promesse di sobrietà a lungo termine. Pensiamo sia più realistico e abbia maggiore successo dire “Non bevo solo per oggi”.

Anche se abbiamo bevuto ieri, possiamo evitare di bere oggi. Può darsi che riberremmo domani — del resto nessuno sa nemmeno se per domani saremo ancora vivi — ma, per queste 24 ore, decidiamo di non bere. Non hanno importanza le provocazioni o le tentazioni; abbiamo deciso di andare sino in fondo, di prendere qualsiasi estremo provvedimento per evitare di bere oggi.

I nostri amici o la nostra famiglia sono comprensibilmente stanchi di sentirci dire “questa volta ci riuscirò”, per poi vederci tornare a casa vacillanti. Per cui non dobbiamo promettere a loro, o a qualsiasi altra persona, di non bere. Ognuno di noi deve prometterlo solamente a se stesso. Dopo tutto sono in ballo la nostra saluta e la nostra vita. Noi, e non le nostre famiglie o i nostri amici, dobbiamo prendere le misure necessarie per stare bene. (continua)

 

(da Vivere sobri)


 

 




Usare il piano delle 24 ore (1/3)

Quando bevevamo, avevamo spesso momenti così difficili che giuravamo “mai più”. Facevamo voto di non bere più per un anno, o promettevamo a qualcuno che non avremmo toccato un bicchiere per tre giorni o per tre mesi. E naturalmente cercavamo di mantenere la promessa per vari periodi di tempo.

Eravamo assolutamente sinceri quando facevamo queste promesse a denti stretti. Con tutto il cuore desideravamo non ubriacarci più. Eravamo determinati. Smettevamo di bere di colpo, con l’intenzione di rimanere lontani dall’alcol per un futuro indefinito.

Eppure, malgrado le nostre buone intenzioni, il risultato era quasi inevitabilmente lo stesso; alla fine, il ricordo delle promesse e dei giuramenti, e della sofferenza che aveva portato a essi, svaniva nel nulla. Bevevamo di nuovo, ed eravamo invischiati in problemi sempre maggiori. Il nostro deciso “per sempre” non era durato a lungo.

Alcuni di noi facevano tali promesse con una particolare riserva mentale: si dicevano che la promessa di non bere era valida solamente per “liquori forti”, non per la birra o il vino. In questo caso imparavamo, se già non lo sapevamo, che la birra e il vino possono far ubriacare - basta berne di più per arrivare agli stessi effetti ottenuti con liquori distillati. E così prendevamo la stessa sbornia, di birra o di vino, che prima prendevamo con i liquori. (continua)

 

(da Vivere sobri)


 

 




Riflessione 15 giugno

Facendo di A.A. il tuo Potere Superiore

 

Tu puoi ... prendere come tuo Potere Superiore la stessa Alcolisti Anonimi. In essa c’è un gran numero di persone che hanno risolto il loro problema dell’alcol ... molti membri ... hanno superato la difficoltà iniziale proprio in questa maniera ... la loro fede si è accresciuta ed è diventata più profonda ... le loro vite inspiegabilmente trasformate, essi giunsero a credere in un Potere Superiore

(Dodici Passi, Dodici Tradizioni, pag. 37)

 

   Quando bevevo, nessuno era più grande di me, per lo meno ai miei occhi. Comunque non riuscivo lo stesso a sorridermi allo specchio e così sono venuto in A.A. dove, tra le altre cose, ho sentito parlare di un Potere Superiore. Non potevo accettare il concetto di un Potere Superiore perché credevo che Dio fosse crudele e senza amore. Nella mia disperazione ho scelto un tavolo, un albero e poi il mio Gruppo A.A. come Potere Superiore. Il tempo è passato, la mia vita è migliorata ed ho cominciato a riflettere su questo Potere Superiore. Gradualmente, con pazienza, umiltà e molti interrogativi. sono arrivato a credere in Dio. Ora il mio rapporto con il mio Potere Superiore mi dà la forza di vivere una vita felice e sobria.


 




10 giugno 1935, compleanno di A.A.

Alcolisti Anonimi, p. 171, 180
L’INCUBO DEL DOTTOR BOB
1l cofondatore di Alcolisti Anonimi

La nascita della nostra associazione data dalla sua prima giornata di completa sobrietà, il 10 giugno 1935.

Fino al 1950, anno della sua morte egli portò il messaggio di A.A. a oltre 5.000 alcolisti, uomini e donne, e a tutti questi egli prestò i suoi servigi medici gratuitamente.

In tale prodigioso servizio egli fu ottimamente assistito da Suor Ignazia all’ospedale S. Tommaso ad Akron, nell’Ohio. Ella va annoverata come una delle migliori amiche che la nostra associazione potrà mai ricordare. (Alcolisti Anonimi, p. 171)

 

« (...)  Era il 10 giugno 1935 e fu questo il mio ultimo bicchiere. Al momento in cui scrivo sono passati quasi sei anni da quel giorno.

(...)

E’ un meraviglioso dono immensamente grande quello di essermi liberato dalla terribile maledizione che aveva condannato tutta la mia vita. La mia salute è ora buona e io ho ritrovato il rispetto di me stesso e il rispetto dei miei colleghi. La mia vita familiare è ideale e i miei affari vanno bene per quanto è possibile in questi tempi incerti.

Passo gran parte del mio tempo a trasmettere quello che ho imparato ad altri che lo desiderano e che ne hanno un gran bisogno.

Lo faccio per questi motivi:

1. Per un senso del dovere.

2. Perché è per me un piacere.

3. Perché così facendo pago il mio debito di gratitudine verso chi ha speso il suo tempo a trasmettermi il suo messaggio.

4. Perché ogni volta che lo faccio mi assicuro una maggiore garanzia contro ogni possibile ricaduta...  (...) »  

 

(Alcolisti Anonimi, p. 180)

 

 




Non Possiamo Vivere Soli (clvb 83)

Non Possiamo Vivere Soli 
Come la Vede Bill, 83

Tutti i Dodici Passi di A.A. ci chiedono di andare in senso contrario ai nostri desideri naturali, essi sgonfiano il nostro ego. Quando l’ego viene ridotto, pochi Passi appaiono duri come il Quinto. Ma nessun Passo é più necessario per la pace della mente e per restare sobri. L’esperienza di A.A. ci ha insegnato che non possiamo vivere soli con i nostri problemi e con i nostri difetti personali che li provocano e li aggravano. Se il Quarto Passo ci ha fatto mettere in luce quelle esperienze che preferiremmo dimenticare, la necessità di abbandonare la vita del passato diventa più pressante che mai. Dobbiamo parlarne con qualcuno.

Dodici e Dodici

Non possiamo completamente appoggiarci sugli amici per risolvere tutte le nostre difficoltà. Un buon consigliere non si metterà mai a pensare al posto nostro. Egli sa che ogni scelta finale dev’essere nostra. Egli quindi ci aiuterà ad eliminare le paure, la sfiducia in noi stessi, mettendoci cosi in grado di fare delle scelte che siano piene di amore, di saggezza e di onestà.

Grapevine, agosto 1961


 




Ai datori di lavoro, cap.10 (brani)

   Tra i molti datori di lavoro conosciamo un A.A. che ha speso gran parte della sua vita nel mondo dei grandi affari. Egli ha assunto e licenziato centinaia di uomini…
   "…L'avevo ammonito diverse volte che era l'ultima possibilità che gli restava. Non molto tempo dopo mi telefonò da Hartford, per due giorni di seguito, talmente in preda all'alcol da riuscire a parlare con fatica. Gli annunciai che era licenziato…
   Un'altra volta, apro una lettera … e salta fuori un ritaglio di giornale. Era l'annunzio funebre di uno dei migliori commessi viaggiatori che avessi mai avuto. Dopo aver bevuto per quindici giorni aveva piazzato un dito del piede sul grilletto del fucile da caccia carico - aveva in bocca le canne. Lo avevo licenziato sei settimane prima per la sua abitudine di bere.
   Una voce di donna … voleva sapere se l'assicurazione di suo marito era ancora attiva. Quattro giorni prima lui s'era impiccato nel suo capanno da caccia. Ero stato costretto a licenziarlo perché beveva, sebbene fosse stato brillante, attivo e uno dei migliori organizzatori che avessi mai conosciuto.
   Ecco tre uomini eccezionali che il mondo ha perduto perché non conoscevo l'alcolismo come lo conosco ora. Per colmo d'ironia divenni io stesso un alcolista! Senza l'intervento di una persona che mi ha capito avrei potuto seguirli per la stessa strada… "


   (dal Grande Libro-Alcolisti Anonimi, X.cap."Ai datori di lavoro", p.137)


 




Abbiamo un modo di cavarcela

    Siamo dei comunissimi cittadini ... tra di noi esiste un senso di fratellanza, di amicizia e di comprensione così meraviglioso che non si può descrivere. Rassomigliamo ai passeggeri di un grande piroscafo, che si sono salvati dopo un naufragio, quando il cameratismo, la gioia e la familiarità riempiono tutta la nave, dalla coperta fino alla cabina del capitano.
    Però, al contrario di quello che succede per i passeggeri della nave, la gioia di essere salvi non svanisce, quando ognuno di noi riprende la propria strada. La consapevolezza di aver condiviso un pericolo comune a tutti noi è uno degli elementi del potente cemento che ci tiene uniti. Ma questo legame non sarebbe sufficiente, da solo, a tenerci uniti come lo siamo ora.

    Il fatto straordinario per ciascuno di noi è quello di aver trovato una soluzione comune. Abbiamo un modo di cavarcela sul quale siamo tutti perfettamente d'accordo e grazie a quale siamo in grado di vivere e di agire insieme, fraternamente e in armonia. È questo il grande messaggio che queste libro trasmette a coloro che soffrono di alcolismo.

(Alcolisti Anonimi, cap.2, Una soluzione esiste, p.17)

 




Ritratto di un alcolista: Egli rimane solo con la sua solitudine...

Egli continua a trovare sollievo e conforto solo nella bottiglia, dove trova rifugio dalla sua solitudine e il coraggio di vendicarsi di quelli che crede essere i suoi nemici. Il sollievo però è solo temporaneo, e per questo breve sollievo la bottiglia esige da lui un pedaggio spaventoso. Pretende il suo tempo, la sua dignità, il suo denaro, la sua casa, la sua famiglia, il suo lavoro e i suoi amici. Quando gli ha fatto perdere tutto questo la bottiglia lo lascia dimenarsi nella sua povertà e nella sua autocommiserazione, in balìa del suo desiderio insaziabile.

Egli rimane solo, sconfitto e impaurito: solo con la sua solitudine, solo con la sua nudità, solo con il suo rimorso, i suoi dubbi, il suo scoraggiamento: porta il peso dei suoi tormenti, straniero in terra straniera, cercando disperatamente compagnia. Privarlo della bottiglia e non dargli niente per aiutarlo nella sua sofferenza sarebbe un atto di crudeltà. È in questo momento che AA si può inserire nel quadro per sostituirsi alla bottiglia, coprire la sua nudità e alleviare il suo senso di inutilità e di sconfitta.

Quando l'alcolista scopre, per mezzo di AA., che altri hanno sofferto come lui e sono pronti ad aiutarlo, la sua solitudine sarà in gran parte superata. L'amicizia e la compagnia degli AA possono sostituirsi al bere. O per lo meno gliene danno la possibilità.

 

(dall'opuscolo Ritratto di un alcolista)


 




Ritratto di un alcolista: Intolleranza a "quella" sostanza

Possiamo descrivere l'alcolista in generale come un tipo dipendente, immaturo, insicuro, narcisista, egocentrico, che tende a sottrarsi a ogni tipo di responsabilità. Quando le cose si fanno difficili si nasconde dietro una bottiglia di alcol, perché la bottiglia lo munisce di quel paio di occhiali "color rosa"' che fanno momentaneamente sparire i problemi, le ansietà, le frustrazioni e i risentimenti della giornata.

Ma queste caratteristiche della personalità dell'alcolista non sono ostacoli insormontabili. Può riuscire a superarli: gli è possibile portarsi a quel livello di maturità emotiva che gli consentirà di affrontare i problemi, le ansietà e i conflitti che incontrerà nella vita con l'intelligenza, il raziocinio e la maturità necessari. Tuttavia, una volta raggiunto nella vita il punto in cui si deve riconoscere di essere alcolisti, da quel momento, -non importa quanto maturi si possa essere, quanto successo si possa avere, quanto si possa essere capaci di fare fronte ai problemi di ogni giorno- l'alcolista non potrà più, mai più, tollerare quella sostanza chimica chiamata alcol. Una volta arrivato ad essere un alcolista, è avvenuto in lui un cambiamento irreversibile che lo fa reagire in modo anormale alla presenza dell'alcol nel suo organismo. Attenzione: si tratta di un cambiamento permanente, irreversibile, inguaribile.

 

(dall'opuscolo Ritratto di un alcolista)


 




Ritratto di un alcolista: Privarmene o liberarmene

Non bisogna smettere di bere per fare piacere agli altri, per il lavoro o per qualsiasi altra ragione esterna, ma soltanto per sé stessi: le persone possono deludere, le situazioni mutano, soltanto noi stessi non ci lasceremo mai per tutta la vita.

Agli altri si può offrire un sacrificio o una rinuncia, ma questo è un modo sbagliato d'impostare il problema. L'ammalato deve vedere l'alcol come la causa di tutti i suoi guai, come un nemico da combattere. E l'alcol si vince con la fuga. Non si deve sentire l'astinenza come una privazione, ma come una liberazione. Non si deve rinunciare all'alcol, ma rifiutarlo.

Il desiderio dell'alcol, prima continuo e ossessivo, è come se dormisse, pronto però a risvegliarsi non appena si manifesti la possibilità e l'opportunità di bere ancora. Bisogna cercare di rimuovere ogni riserva della mente e prepararsi per il momento della prova.

Nessuno costringerà a bere una persona che non lo voglia. Essere alcolisti significa avere perso ogni capacità di controllo sull'alcol. Bisogna riconoscere, accettare, sentire e vivere la propria condizione di alcolisti.

 

(dall'opuscolo Ritratto di un alcolista)


 

 



L’alcolismo è davvero una malattia?

 

L’American Medical Association e l’Organiz­zazione Mondiale della Sanità, come pure molti organismi professionali, considerano l’alcolismo una malattia. Anche la magistratura e i legislatori stanno seguendo lo stesso orientamento.

Alcune autorità continuano a ritenere che l’alcolismo sia soltanto un’espressione di proble­mi emotivi nascosti. Altri ritengono il suo manife­starsi un sintomo che precede una malattia, il quale richiede esso stesso una cura idonea.

Il Comitato sulla Dipendenza dall’Alcol e dal­le Droghe dell’American Medical Association definisce l’alcolismo una malattia nella quale esiste un grave problema con l’alcol, con conseguente perdita di controllo sulla sua assunzione, una spe­cie di dipendenza da droga, che può nuocere alla salute di una persona e interferire con le sue azioni e con i rapporti con gli altri.

L’alcolista, in genere, beve eccessivamente e spesso si ubriaca. La quantità e la frequenza delle assunzioni di alcol, tuttavia, sono soltanto due delle manifestazioni dell’alcolismo. Anche se al­cuni alcolisti in realtà bevono meno dei bevitori co­muni, ciò non modifica la loro situazione di base né la rende meno grave. Il fattore principale è la perdita di controllo e il desiderio ardente della dro­ga alcol.

Infermità fisiche e difficoltà di adattamento nella vita possono contribuire allo sviluppo della malattia, come pure esserne una conseguenza. Bere da soli o bere presto al mattino possono es­sere altri segni di alcolismo, ma non sempre sono presenti.

Allo stesso modo, vivere disordinatamente, essere irresponsabili e altri atteggiamenti comu­nemente ritenuti basilari dell’alcolismo, non sono sintomi della malattia né sono necessariamente parte di essa. Infatti, quegli alcolisti che sono pro­fessionisti di successo possono considerarsi uno dei gruppi più vasti, e certamente più gravemente trascurati, di questo Paese.

 

dall' opuscolo "Tre discorsi alle società mediche", di Bill W., cofondatore di Alcolisti Anonimi


 




Le promesse di AA

(...) ritti sulle nostre gambe, senza l'appoggio di nessuno e non ci inchiniamo davanti a nessuno.

Se ci sforziamo di fare bene ciò che è richiesto in questa fase del nostro lavoro, ci meraviglieremo scoprendo di aver completato la metà della nostra opera. Conosceremo una nuova libertà e una nuova felicità. Non ci affliggeremo del passato, ma ci impegneremo a non dimenticarlo mai. Capiremo cosa significhi la parola serenità e conosceremo la pace. Poco importa a quale grado di abiezione siamo scesi, constateremo come la nostra esperienza possa giovare agli altri. Scomparirà ogni idea dell'inutilità della nostra vita e così pure ogni forma di commiserazione di noi stessi. Perderemo l'interesse per i nostri capricci e ci dedicheremo al servizio degli altri. L'egoismo scomparirà. Le nostre idee sulla vita cambieranno come dal giorno alla notte. La paura delle persone e la paura dell'insicurezza economica ci abbandoneranno. Intuiremo come dovremo comportarci di fronte a situazioni che di solito ci sconcertavano. Ci renderemo conto, tutto a un tratto, che Dio fa per noi ciò che noi non riuscivamo a fare da soli.

Sono promesse stravaganti? Noi pensiamo di no. Si realizzano in mezzo a noi, ora rapidamente, ora lentamente. Siamo certi che si attuano, se ci impegniamo alla loro realizzazione. 

Questa riflessione ci conduce al Decimo passo che ci suggerisce (...)

(brano dal Grande Libro, VI.cap., "All'opera", p.82-83)


 




Bella scoperta!

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