info

Iscrizione:   Proponi nome-utente e password  

Al momento dell'iscrizione l'utente dichiara di aver letto 

ed accettato le condizioni di utilizzo del sito, consultabili 

in Bacheca e nella prima colonna in homepage     
 

 

Riunioni 21:30 in chat testuale

21.30 martedì e giovedì in Skype

☜ accedi a Skype "aiutoalcolistianonimi" 



 Links utili: vedi in Bacheca



 






Settimo Passo (3/4)

Settimo passo (3/4)

( continua )  Ancora una volta siamo spronati dall’inevita­bile conclusione che ci viene dall’esperienza di A.A. e cioè che dobbiamo sforzarci con forte determinazione, altrimenti cadiamo lungo il cammino intrapreso. A questo punto del nostro progresso ci sentiamo spinti con vigore e costretti a fare la cosa giusta. Siamo obbligati a scegliere tra i tormenti derivanti dallo sforzarci e le sicure sofferenze derivanti dall’evitare di farlo. Questi passi iniziali lungo la strada ven­gono fatti malvolentieri, tuttavia dobbiamo farli. Possiamo non avere ancora un’opinione molto alta dell’umiltà come desiderabile virtù persona­le, tuttavia dobbiamo ammettere che essa è un aiuto indispensabile per la nostra sopravvivenza.

Ma una volta che abbiamo dato un’occhiata ad alcuni di questi difetti, che li abbiamo discussi con un’altra persona e ci siamo trovati pronti ad eliminarli, la nostra opinione sull’umiltà comin­cia ad avere un significato più ampio. Da questo momento con ogni probabilità abbiamo avuto un certo sollievo dal peso delle nostre limitazioni più rovinose. Godiamo momenti in cui c’è qual­cosa che somiglia alla vera pace dello spirito. Per quelli di noi che hanno finora conosciuto soltanto agitazione, depressione o ansia — in altre parole per tutti noi — questa pace appena trovata è un dono inestimabile. Si è trovato effettivamente qualcosa di nuovo. Laddove l’umiltà era stata tempo addietro un forzato alimento di un misero pasto, ora comincia ad avere il significato di ali­mento essenziale che può darci serenità.

Questa migliorata percezione dell’umiltà dà ini­zio ad un altro cambiamento rivoluzionario del nostro modo di vedere. I nostri occhi cominciano ad aprirsi agli immensi valori che sono venuti direttamente dal doloroso sgonfiamento del nostro io. Finora le nostre vite sono state in massima parte dedicate a sfuggire sofferenze e problemi. Noi fuggivamo da essi come dalla peste. Non abbiamo mai voluto affrontare la realtà della sof­ferenza. La fuga attraverso la bottiglia era sempre la nostra soluzione. La formazione del carattere attraverso la sofferenza poteva andare bene per i santi, ma certamente non riguardava noi.

Poi in A.A., guardammo ed ascoltammo. Ovun­que vedemmo fallimento e sofferenza trasformati dall’umiltà in beni inestimabili. Udimmo storia dopo storia di come l’umiltà avesse tratto forza dalla debolezza. In ciascun caso, la sofferenza era stata il prezzo per essere ammessi in una nuova vita. Ma questo prezzo di ammissione ci aveva procurato più di quanto ci aspettassimo. Portò quel tanto di umiltà che, scoprimmo subito, era capace di guarire il dolore. Cominciammo a temere meno il dolore e a desiderare più che mai l’umiltà.   ( continua )

 

( da "Dodici Passi Dodici Tradizioni" )


 

 






Settimo Passo (2/4)

Settimo passo (2/4)

( continua ) Certo, la maggior parte di noi pensava che fosse desiderabile avere un buon carattere, ma evidentemente un buon carattere era qualcosa di cui si aveva bisogno per andare avanti con la fac­cenda dell’auto-compiacimento. Con un’appro­priata dimostrazione di onestà e moralità, avrem­mo avuto un’opportunità migliore di ottenere realmente quello che davvero volevamo. Ma tutte le volte che dovemmo scegliere tra carattere e comodità, la formazione del carattere si perdeva nella polvere del nostro correre dietro a ciò che pensavamo fosse felicità. Raramente guardammo alla formazione del carattere come a qualcosa da desiderare per se stessa, qualcosa per la quale ci sarebbe piaciuto sforzarci indipendentemente dal fatto che i nostri bisogni istintivi venissero o no soddisfatti. Non pensammo mai di far diventare l’onestà, la tolleranza e il vero amore per l’uomo e per Dio la base del nostro vivere quotidiano.

Questa mancanza di ancoraggio a qualsiasi valore permanente, questa cecità al vero scopo della nostra vita, produsse un altro cattivo risulta­to: fino a che fummo convinti di poter vivere esclusivamente con la nostra forza e intelligenza personali si rese impossibile una fede operante in un Potere Superiore. E ciò si verificava anche quando credevamo nell’esistenza di Dio. Poteva­mo anche avere la più sincera fede religiosa, ma essa rimaneva sterile perché stavamo ancora cer­cando d’interpretare noi stessi il ruolo di Dio.

Fino a che mettemmo al primo posto la fiducia in noi stessi, fu fuori questione una genuina fiducia in un Potere Superiore. Mancava quell’elemento fondamentale di umiltà assoluta, quel desiderio cioè di capire e fare la volontà di Dio.

Per noi il processo di acquisire una nuova pro­spettiva fu incredibilmente penoso. Fu solo attra­verso ripetute umiliazioni che fummo obbligati ad imparare qualcosa riguardo l’umiltà. Fu solo alla fine di un lungo cammino, segnato da un susseguirsi di sconfitte ed umiliazioni e dal deci­sivo annientamento della nostra autosufficienza, che cominciammo a sentire l’umiltà come qual­cosa di più che una condizione di umiliante disperazione. A ogni nuovo venuto in Alcolisti Anonimi viene detto, e presto lui se ne rende conto da sé, che questa umile ammissione d’impotenza di fronte all’alcol è il suo primo passo verso la liberazione dalla morsa che lo paralizza.

E così che all’inizio noi vediamo l’umiltà come una necessità. Ma questo è l’inizio più sem­plice. Per liberarci completamente dell’avversio­ne per l’idea di essere umili, per acquistare una visione di umiltà come l’ampia strada che porta alla vera libertà dello spirito umano, per essere disposti a impegnarci per acquisire umiltà come qualcosa che deve essere desiderabile per se stessa, a parecchi di noi occorre molto, molto tempo. Un’intera vita impostata sull’egocentrismo non può essere invertita tutta in una volta. All’inizio, la ribellione ostacola ogni nostro passo.

Quando abbiamo finalmente ammesso senza riserve di essere impotenti di fronte all’alcol, siamo capaci di tirare un sospiro di sollievo dicen­do: «Bene, grazie a Dio, questa è fatta! Non debbo più ripassarci!». Poi impariamo, spesso con costernazione, che questa è soltanto la prima pie­tra miliare sulla nuova strada che abbiamo cominciato a percorrere. Ancora stimolati da pura neces­sità, con riluttanza veniamo alle prese con quei seri difetti di carattere che furono la causa prima che fece di noi degli alcolisti, difetti che debbono essere affrontati per prevenire di cadere ancora una volta nell’alcolismo. Noi vorremmo essere liberati da qualcuno di questi difetti, ma in alcuni casi questa sembrerà un’impresa tanto impossibile che indietreggeremo. Ci attacchiamo poi con appassionata tenacia ad altri, che in realtà stanno disturbando il nostro equilibrio, perché riceviamo ancora troppo piacere da essi. Come possiamo raccogliere la risolutezza e la buona volontà per liberarci da tali pressanti impulsi e desideri?   ( continua )

 

( da "Dodici Passi Dodici Tradizioni" )


 






Settimo Passo (1/4)

Settimo passo (1/4)

“Gli abbiamo chiesto umilmente di elimi­nare le nostre deficienze “.

 

Poiché questo Passo si occupa in modo tanto specifico dell’umiltà, occorre soffermarci per considerare che cos’è l’umiltà e che cosa può significare per noi il praticarla.

In verità, il raggiungimento di un’umiltà mag­giore è il principio fondamentale di ognuno dei Dodici Passi di A.A., perché senza un qualche grado di umiltà, nessun alcolista può assoluta­mente restare sobrio. Quasi tutti i membri di A.A. hanno scoperto, inoltre, che se non svilup­pano questa preziosa qualità molto più di quanto essa può essere necessaria per non bere, non hanno ancora molta probabilità di diventare real­mente felici. Senza di essa non possono dare alla loro vita uno scopo veramente utile o, nelle avversità, essere capaci di raccogliere la fede che può far fronte a qualunque situazione critica.

L’umiltà, sia come parola che come ideale, se la passa male nel nostro mondo. Non solo l’idea è male interpretata, ma la parola stessa è spesso vivamente detestata. Molte persone non hanno nemmeno una vasta conoscenza dell’umiltà come modo di vita. Molte delle chiacchiere che sentiamo ogni giorno e moltissimo di quello che leggiamo non sono altro che esaltazione dell’or­goglio dell’uomo per le sue imprese.

Con un grande ingegno, gli uomini di scienza hanno costretto la natura a rivelare i suoi segreti. Le immense risorse che ora vengono imbrigliate promettono una tale quantità di benessere mate­riale che molti sono giunti a credere di trovarsi davanti un lungo periodo di prosperità creato dall’uomo. Sparirà la povertà e vi sarà tale abbondanza che ognuno potrà avere tutta la sicu­rezza e le soddisfazioni personali che desidera. La teoria sembra essere quella che, una volta soddisfatti gli istinti primari di ognuno, non resterà molto per cui litigare. Allora il mondo girerà felice e sarà libero di concentrarsi sulla cultura e sul carattere. Unicamente con la loro intelligenza e con il loro lavoro gli uomini avranno forgiato il proprio destino.

Certamente nessun alcolista, e sicuramente nessun membro di A.A., vuole disapprovare le conquiste materiali. Né noi entriamo in discus­sione con i molti che tuttora si aggrappano con tanta passione alla credenza che soddisfare i nostri fondamentali desideri naturali è lo scopo principale della vita. Ma noi siamo sicuri che nessuna categoria di persone nel mondo fece confusione peggiore nel cercare di vivere secon­do questa formula di quanto l’abbiano fatta gli alcolisti. Per migliaia di anni non abbiamo fatto che pretendere più di quel che ci spettasse quan­to a sicurezza, prestigio e avventure amorose. Quando ci sembrava di aver successo, abbiamo bevuto per sognare sogni ancora più grandi. Quando eravamo frustrati, anche in parte, abbia­mo bevuto per dimenticare. Non c’era mai limite a quel che pensavamo ci fosse necessario.

In tutti questi sforzi, moltissimi dei quali ben intenzionati, l’ostacolo paralizzante era stato la nostra mancanza di umiltà. Ci era sfuggita la pro­spettiva di vedere che la formazione del carattere e i valori spirituali dovevano venire per primi e che le soddisfazioni materiali non erano lo scopo dell’esistenza. In modo del tutto caratteristico avevamo finito col confondere i fini con i mezzi. Invece di considerare la soddisfazione dei nostri desideri materiali come il mezzo mediante il quale potevamo vivere e comportarci da esseri umani, avevamo preso queste soddisfazioni come il fine ultimo e lo scopo della nostra vita.  ( continua )

 

( da "Dodici Passi Dodici Tradizioni" )


 





Primo Passo (1/3)

  Primo Passo  

dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni" 

"Abbiamo ammesso la nostra impo­tenza di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili"

 

Chi è disposto ad ammettere una completa sconfitta?

Praticamente nessuno, è ovvio. Tutti gli istinti naturali si ribellano all’idea di un’impotenza personale. E’ veramente terribile ammettere che, bicchiere alla mano, abbiamo deformato le nostre menti con una tale ossessione per un modo di bere distruttivo che soltanto un atto della Provvidenza può liberarcene.

Nessun altro tipo di fallimento somiglia a questo. L’alcol, divenuto ora avido creditore, ci succhia tutta l’autosufficienza e tutta la volontà di resistere alle sue richieste. Una volta che si è accettata questa dura realtà, il nostro fallimento, come esseri umani, è completo.

Ma, entrando in A.A., consideriamo in modo del tutto diverso questa umiliazione assoluta. Ci rendiamo conto che soltanto attraverso una tota­le capitolazione possiamo riuscire a fare i primi passi verso la liberazione e la forza. L’ammis­sione della nostra impotenza viene a essere alla fine la base granitica sulla quale possiamo costruire una vita felice e piena di significato.

Sappiamo che l’alcolista che entra a far parte di A.A. ne trarrà ben poco giovamento se non ha prima di tutto accettato la sua debolezza deva­stante e tutte le sue conseguenze. Finché non si umilia in tal modo, la sua sobrietà, se ne ha in qualche grado, sarà precaria. Non troverà affatto un’autentica felicità. Questa è una delle certezze della vita di A.A., convalidata da una vastissima esperienza. Il principio che afferma che non tro­veremo forza duratura finché non avremo anzi­tutto ammesso la nostra completa sconfitta, è la radice basilare da cui tutta la nostra associazione è sbocciata e fiorita.

( da Dodici Passi Dodici Tradizioni , p. 27-32 )


 






Primo Passo (2/3)

  Primo Passo  

dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni" 

"Abbiamo ammesso la nostra impo­tenza di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili"

 

... Quando ci fu proposto per la prima volta di ammettere la nostra sconfitta, la maggior parte di noi si ribellò. Ci eravamo rivolti ad A.A. creden­do che ci venisse insegnata la fiducia in noi stes­si. Ci fu detto invece che, fin tanto che era in ballo l’alcol, la fiducia in se stessi non era asso­lutamente valida, anzi, era un passivo totale. I nostri sponsor affermarono che eravamo vittime di un’ossessione mentale così sottilmente potente che nessuna forza di volontà umana, per quanto grande, avrebbe potuto infrangerla. Ci dissero che non era possibile riuscire a vincere questo stimolo incontrollabile con la sola volontà indivi­duale. Approfondendo crudamente il nostro pro­blema, essi misero in evidenza la nostra crescen­te sensibilità all’alcol: la definivano un’allergia. L’alcol tiranno ci assaliva con una spada a dop­pio taglio: prima venivamo tormentati da un insano stimolo che ci condannava a continuare a bere ed in seguito da un’allergia del corpo che ci avrebbe portato immancabilmente alla totale distruzione di noi stessi; in effetti, erano pochi coloro che, sottoposti a questi assalti, erano riu­sciti a vincere la lotta da soli; era una realtà stati­stica che quasi mai gli alcolisti si ristabilivano con le proprie risorse personali; e questo si era dimostrato sempre vero fin da quando l’uomo aveva per la prima volta pigiato i grappoli d’uva.

Nel periodo iniziale di A.A. nessuno, eccetto i casi più disperati, riusciva ad ammettere e ad accettare questa sgradevole verità. E perfino que­sti casi disperati avevano spesso trovato diffi­coltà a riconoscere quanto la loro condizione fosse senza speranza. Ma alcuni lo fecero e quan­do essi riuscirono a impadronirsi dei princìpi di A.A., con quel fervore con il quale chi sta per annegare afferra il salvagente, immancabilmente si ristabilirono. È per questa ragione che la prima edizione del libro «Alcolisti Anonimi», pubblicata quando il numero dei membri era minimo, riportava soltanto casi gravissimi. Molti alcolisti meno gravi avevano sperimentato A.A., ma senza successo, perché non era stato loro possi­bile ammettere di essere alla disperazione.

È motivo di immensa soddisfazione constata­re che negli anni seguenti le cose cambiarono. Alcolisti che ancora avevano salute, famiglia, lavoro e perfino due automobili nel garage cominciarono a riconoscere il proprio alcolismo. Man mano che il loro numero aumentava, a essi si aggiungevano persone giovani che erano poco più che alcolisti potenziali. A tutti costoro furo­no risparmiati quei dieci o quindici anni di vero inferno che il resto di noi aveva vissuto. ...

( da Dodici Passi Dodici Tradizioni , p. 27-32 )


 






Primo Passo (3/3)

  Primo Passo  

dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni" 

"Abbiamo ammesso la nostra impo­tenza di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili"

 

Poiché il Primo Passo richiede l’ammissione che le nostre vite sono divenute incontrollabili, come fu possibile a tali persone fare questo Passo?

Ovviamente, era stato necessario mettere in risalto con tanta efficacia quel «fondo» che noi avevamo toccato, fino a far sì che fosse il «fondo» a toccare loro. Rievocando le storie del nostro alcolismo, potemmo dimostrare che, già anni prima di renderci conto di avere perduto il control­lo, il nostro bere non era una semplice abitudine, ma l’inizio di una fatale progressione. Potemmo dire ai dubbiosi: «Dopo tutto, forse tu non sei un alcolista. Perché non provi in qualche modo a con­trollarti meglio nel bere ed intanto tieni a mente quello che ti abbiamo raccontato sull’alcolismo?». Quest’atteggiamento portò risultati immediati e concreti. Si scoprì allora che quando un alcolista aveva inculcato nella mente di un altro la vera natura della sua malattia, quella persona non pote­va essere mai più la stessa. Dopo ogni eccesso nel bere, si sarebbe detta: «Forse quelli di A.A. aveva­no ragione...». Dopo un certo numero ditali espe­rienze, spesso anni prima di giungere a difficoltà veramente gravi, sarebbe tornata a noi, convinta. Aveva toccato il «fondo» davvero, proprio come chiunque di noi. L’alcol stesso era diventato il nostro miglior avvocato.

Perché tanta insistenza sul fatto che ogni A.A. deve, prima di tutto, toccare il «fondo»? La risposta è che poche persone cercheranno since­ramente di mettere in pratica il Programma di A.A. se prima non l’hanno toccato, perché met­tere in pratica i rimanenti undici Passi significa adottare modi di pensare e di agire che quasi nessun alcolista che ancora beve può sognarsi di seguire. Chi desidera essere rigorosamente one­sto e tollerante? Chi ha voglia di confessare a un altro i propri errori e fare ammenda per il male fatto? A chi importa di un Potere Superio­re, per non parlare di meditazione e di preghie­ra? Chi sente il bisogno di sacrificare tempo ed energia nel cercare di trasmettere il messaggio di A.A. a un altro sofferente? Nessuno. General­mente l’alcolista, egocentrico all’eccesso, non si preoccupa di tutto questo, a meno che non debba farlo per salvare se stesso.

Sotto la sferza dell’alcolismo, siamo spinti in A.A. e qui scopriamo la natura mortale della nostra condizione. Allora, e solo allora, diventia­mo così disponibili a essere convinti e a essere pronti ad ascoltare, quanto può esserlo chi sta per morire. Siamo disposti a fare qualsiasi cosa che possa liberarci da questa spietata ossessione.

(  da Dodici Passi Dodici Tradizioni , p. 27-32 )


 






Secondo Passo (1/4)

  Secondo Passo  

brani dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

« Siamo giunti a credere che un potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione »

 

( ... ) "Prendi in considerazione tre fatti. Primo: Alcolisti Anonimi non ti impone di credere a qualcosa. Tutti i suoi Dodici Passi non sono altro che suggerimenti. Secondo: per diventare sobrio e per riuscire a restare sobrio, non è che devi mandar giù questo Secondo Passo adesso, tutto in una volta. Terzo: tutto quello che in effetti ti occorre è una mente veramente aperta".

"Possedevo un'istruzione scientifica. Amavo, rispettavo e veneravo la scienza. I miei insegnanti mi ricordavano il principio basilare di ogni progresso scientifico: cerca e ricerca, ancora e di nuovo, sempre con mente aperta. Quando per la prima volta considerai A.A., la mia reazione fu: A.A. non ha proprio nulla di scientifico, non prenderò in considerazione una tale assurdità".

"Ma un giorno aprii gli occhi: A.A. dava dei risultati prodigiosi. Il mio atteggiamento a proposito di questi risultati era stato tutt'altro che scientifico. Non era A.A. ad avere una mente chiusa, ero io. Non appena smisi di discutere fui in grado di cominciare a vedere e a sentire. Proprio da quel momento il Secondo Passo cominciò, dolcemente e in modo molto graduale, a insinuarsi nella mia vita. Non sono in grado di dire in quale occasione o in quale giorno giunsi a credere in un potere più grande di me, ma ora posso dire con certezza di credere. Per arrivare a questo non ho dovuto far altro che smettere di lottare e cominciare a mettere in pratica il resto del Programma di A.A. con tutto l'entusiasmo di cui ero capace"...  (continua)

 

(dal libro "Dodici Passi  Dodici Tradizioni")


 






Secondo Passo (2/4)

  Secondo Passo  

brani dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

« Siamo giunti a credere che un potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione »

 

Passiamo ora a un altro tipo di problema: quello dell'intellettuale, uomo o donna, pieno di fiducia in sé stesso. A costoro molti membri di A.A. possono dire: "Certo, eravamo come te, anche troppo dotati. Ci piaceva che la gente ci definisse eccezionali. Usammo la nostra istruzione per gonfiarci come palloni pieni di orgoglio, anche se stavamo ben attenti a nasconderlo agli altri. Nell'intimo, ritenevamo che avremmo potuto emergere sul resto della gente con la sola forza della nostra intelligenza. Il progresso scientifico ci assicurava che non c'era nulla al mondo che l'uomo non potesse fare. Il sapere era onnipotente. L'intelletto poteva conquistare la natura. Dal momento che eravamo più brillanti della maggior parte della gente (così credevamo), il bollino della vittoria sarebbe stato nostro in virtù dell'intelligenza. Il dio dell'intelletto sostituì il Dio dei nostri padri. Ma, ancora una volta, l'alcol aveva ben altre idee. Noi che avevamo sempre stravinto, in breve tempo ci trasformammo in perdenti su tutta la linea. Ci accorgemmo di dover riprendere in esame tutto o morire. In A.A. trovammo molti che una volta la pensavano come noi. Essi ci hanno aiutato a scendere alla nostra reale dimensione.

Con il loro esempio ci dimostrarono che umiltà e intelligenza potevano convivere, purché l’umiltà fosse messa al primo posto. Quando cominciammo a fare ciò, ricevemmo il dono della fede, di una fede che opera. Questa fede può essere anche tua”. 

Moltissimi altri membri di A.A. dicono: “Eravamo completamente disgustati dalla religione e da tutto ciò che ad essa si riferiva. La Bibbia, dicevamo, era piena di sciocchezze: potevamo citarne capitoli e versi, ma non riuscivamo a vedere le Beatitudini in essa contenute. In certi punti la sua morale era immensamente buona, in altri sembrava incredibilmente cattiva. Ma era la morale dei religiosi fanatici quella che in realtà non potevamo sopportale. Con gioia maligna, osservavamo l'ipocrisia, il bigottismo e lo schiacciante ritenersi migliori degli altri di cui facevano sfoggio tanti "credenti”, anche i migliori. Come ci piaceva gridare ai quattro venti quanto fosse scandaloso che milioni di virtuosi uomini religiosi stessero uccidendosi l'un l'altro nel nome di Dio. Senza dubbio, tutto ciò significava che avevamo sostituito un modo di pensare negativo a uno positivo. Dopo essere giunti in A.A., dovemmo riconoscere che questo atteggiamento aveva il solo scopo di nutrire il nostro proprio ego. Nel criticare i peccati di qualche persona religiosa, potevamo sentirci superiori a tutte loro. Per di più, così facendo, potevamo evitare di osservare alcuni dei nostri difetti personali.

L'autostima, proprio quella cosa che avevamo sdegnosamente condannato negli altri, era il peccato radicato in noi. Questa falsa forma di rispettabilità era la nostra rovina, per quanto riguardava la fede. Ma alla fine, guidati da A.A., potemmo capire meglio le cose.

Come gli psichiatri hanno spesso osservato l'arroganza è la caratteristica predominante di numerosi alcolisti. ( ... )

(dal libro "Dodici Passi  Dodici Tradizioni")


 






Secondo Passo (3/4)

  Secondo Passo  

brani dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

« Siamo giunti a credere che un potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione »

( ... ) Come gli psichiatri hanno spesso osservato l'arroganza è la caratteristica predominante di numerosi alcolisti. Perciò non è strano che parecchi di noi abbiano avuto un loro momento in cui si sono messi a sfidare Dio stesso. Talvolta perché Egli non ci ha concesso le cose belle della vita che avevamo richiesto, come fa un bimbo avido che richiede cose impossibili a Babbo Natale. Più spesso, però, ci siamo trovati di fronte a qualche grave sventura e con il nostro modo di pensare accusavamo Dio di averci abbandonati. La ragazza che volevamo sposare non la pensava come noi. Pregammo Dio che ella cambiasse idea, ma ciò non avvenne. Pregammo Dio per avere figli sani e ci vennero dati malati o non ci vennero dati affatto. Pregammo per avere una promozione dove lavoravamo e non ne venne nessuna. Persone care, dalle quali dipendevamo affettivamente, ci vennero tolte dalla cosiddetta "Divina Provvidenza". Poi cominciammo a ubriacarci e chiedemmo a Dio di far cessare tutto ciò, ma nulla accadde. E questo fu il colpo più crudele. "Al diavolo questa fede!", dicemmo.

«Quando conoscemmo A.A., ci venne rivelato l'errore della nostra sfida: in nessuna occasione ci eravamo chiesti quale fosse la volontà di Dio nei nostri riguardi; sempre Gli avevamo invece detto quale essa avrebbe dovuto essere! Nessuno, ci rendemmo conto, poteva credere in Dio e contemporaneamente sfidarLo. Fede significa fiducia, non sfida. In A.A. vedemmo i frutti di questa fede: uomini e donne risparmiati dalla catastrofe finale dell'alcolismo. Li vedemmo affrontane e superare altri dolori e vicissitudini della vita. Li vedemmo accettare con calma situazioni impossibili senza cercare di sfuggirle o recriminare contro di esse. Questa non era fede soltanto; era una fede che operava in qualsiasi situazione. Concludemmo presto che qualunque fosse il prezzo da pagare in umiltà, lo avemmo pagato».  ( ... )

(dal libro "Dodici Passi  Dodici Tradizioni")


 






Secondo Passo (4/4)

  Secondo Passo  

brani dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

« Siamo giunti a credere che un potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione »

(...) Occupiamoci ora dell'individuo pieno di fede, ma ancora imbevuto di alcol. Egli crede di essere sincero. Nelle sue pratiche religiose è scrupoloso.

È sicuro di credere ancora in Dio, ma ha il sospetto che Dio non creda in lui. Fa promesse su promesse di astenersi dal bere. Dopo ogni promessa non solo beve di nuovo, ma si comporta peggio di prima. Tenta coraggiosamente di combattere l'alcol, implorando l'aiuto di Dio, ma l'aiuto non viene. Allora, cosa c'è che non va?

Per gli ecclesiastici, i medici e i familiari, l'alcolista che è animato da buone intenzioni e che fa seri tentativi è un enigma commovente. Ma non lo è per la maggior parte dei membri di A.A.. Ci sono troppi di noi che sono stati come lui e che hanno trovato la soluzione dell'enigma. Tale risposta ha a che fare con la qualità della fede più che con la quantità. Era stato questo il nostro vicolo cieco. Ritenevamo di avere umiltà, ma in realtà non ne avevamo. Credevamo di essere sinceri nelle pratiche religiose, mentre, a un onesto esame, scoprimmo di essere stati soltanto superficiali; oppure, passando all'estremo opposto, scoprimmo di aver sguazzato nell'emotività e di averla confusa con l'autentico sentimento religioso. In ambedue i casi eravamo andati chiedendo qualcosa in ricompensa di niente. Il fatto era che in realtà non avevamo fatto pulizia, così che la grazia di Dio potesse entrare in noi e scacciare l'ossessione. Non avevamo mai fatto alcun inventario di noi stessi, veramente profondo e dettagliato, oppure fatto ammenda verso tutti coloro che avevamo leso, e nemmeno dato qualcosa spontaneamente a un altro essere umano senza richiedere alcuna ricompensa. Non avevamo neppure pregato nel modo giusto. Avevamo sempre detto: "Esaudisci i miei desideri", invece di dire "Sia fatta la Tua volontà". Non capivamo affatto cosa significasse amare Dio e il prossimo. Quindi, avevamo ingannato noi stessi e perciò eravamo diventati incapaci di ricevere grazia sufficiente per recuperare la ragione.

In effetti sono pochi gli alcolisti attivi che hanno una qualche idea di quanto siano irragionevoli o che, accorgendosi della loro irragionevolezza, possono avere la forza di affrontarla. Alcuni sono anche disposti a definirsi "bevitori-problema", ma non riescono a tollerare l'idea che di fatto sono malati mentalmente. A questa cecità sono incoraggiati da un mondo che non capisce la differenza tra un bere equilibrato e l'alcolismo. "Equilibrio" è sinonimo di "mente sana". E nessun alcolista, che analizzi da sobrio il proprio comportamento distruttivo, sia che questa distruzione si abbatta sui mobili della sala da pranzo o sulla sua personale fibra morale, può rivendicare una "mente sana".

Di conseguenza il Secondo Passo è il punto su cui noi tutti possiamo incontrarci. Sia che siamo agnostici o atei, oppure ex credenti, basandoci su questo Passo possiamo stare tutti assieme. Una autentica umiltà e una mente aperta possono condurci alla tede e ogni riunione A.A. è un'assicurazione che Dio ci ricondurrà alla ragione se ci metteremo in rapporto con Lui nel modo giusto.   (fine)

(dal libro "Dodici Passi  Dodici Tradizioni")


 






Terzo Passo (2)

  TERZO PASSO  

sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite 
alla
cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

[Quanto più siamo dipendenti dal potere superiore, tanto più siamo realmente indipendenti] - Ma quanto siamo effettivamente dipendenti nella vita quotidiana e quanto siamo consapevoli della nostra dipendenza? Nella vita quotidiana siamo dipendenti dall'energia elettrica che fa funzionare i tanti nostri apparecchi, coi quali godiamo di maggiore comodità, tempo libero e sicurezza; di questa dipendenza siamo consapevoli e la accettiamo di buon grado. 

Ma appena è in discussione la nostra indipendenza mentale od emotiva, ci comportiamo ben diversamente! Abbiamo il diritto di decidere da soli come pensare e come agire! Valuteremo il pro e il contro di ogni problema, ascolteremo educatamente chi ci consiglierà, ma poi decideremo noi. 

La nostra intelligenza, appoggiata alla forza di volontà può controllare correttamente la nostra vita interiore e garantirci il successo nel mondo in cui viviamo. Questa brava filosofia, in cui ogni uomo assume il ruolo di Dio, suona bene, ma sarà anche efficace? A noi ha fatto danni, guardiamoci allo specchio e vedremo le conseguenze su di noi.

 Se osserviamo i non alcolisti potremo osservare i risultati che anche le persone non alcoliste stanno traendo dalla loro autosufficienza. Vediamo ovunque gente piena di rabbia e di paura, una società che si sta disfacendo in tante frazioni contendenti. Uno dice all'altro: «Io ho ragione e tu hai torto». Ognuno impone la sua volontà a tutti gli altri, giudicandosi presuntuosamente giusto. E ovunque si ripete la stessa cosa a livello individuale. Il risultato è meno pace e meno fratellanza di quanta ce ne fosse prima. La filosofia dell'autosufficienza non paga, è una forza stritolante, porta allo sfacelo.

Perciò noi che siamo alcolisti possiamo considerarci davvero fortunati. Ciascuno di noi ha avuto il proprio scontro fatale con la forza distruttrice dell'ostinazione ed ha sofferto abbastanza sotto il suo peso da essere disposto a ricercare qualcosa di meglio. Perciò è per le circostanze, più che per una qualche virtù personale, che siamo stati guidati in A.A., che abbiamo ammesso la nostra sconfitta, che abbiamo acquisito alcuni rudimenti di fede e che ora vogliamo prendere la decisione di affidare la nostra volontà e le nostre vite ad un Potere Superiore. (segue)

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 






Il Terzo Passo nel Grande libro (1/3)


   (…) La descrizione che abbiamo fatto dell'alcolista, il capitolo dedicato agli agnostici, le nostre esperienze prima e dopo il recupero, mettono in evidenza tre punti assai chiari:

1) Che eravamo degli alcolisti e non riuscivamo a controllare le nostre vite.

2) Che probabilmente nessuna forza umana avrebbe potuto salvarci dall'alcolismo.

3) Che Dio potrebbe e vorrebbe aiutarci, purché noi Lo cercassimo.

Finalmente convinti eravamo al Terzo Passo, che dice quanto sia necessario l'abbandono della nostra volontà e della nostra vita alla cura di Dio come noi Lo concepiamo. Che cosa intendiamo dire con questo? E che cosa facciamo esattamente per abbandonarci a Lui?

Il primo requisito è la convinzione che una vita condotta secondo la propria volontà difficilmente può avere successo. Su questa base ci siamo quasi sempre trovati in contrasto con qualcuno o qualche cosa, anche se i nostri motivi erano buoni. La maggior parte degli uomini tenta di vivere basandosi sulla propria energia personale. Ogni persona è come un attore che pretenda di dirigere l'intera rappresentazione, interessandosi delle luci, delle danze, degli attori, dello scenario secondo i propri gusti. Se solo i suoi ordini fossero eseguiti e se solo gli altri si attenessero ai suoi desideri, lo spettacolo sarebbe perfetto. Tutti sarebbero soddisfatti, compreso lui. La vita sarebbe meravigliosa. Qualche volta un tale attore può avere qualche virtù; può essere affabile, simpatico, cortese, generoso, indulgente; anche modesto e persino altruista. D'altra parte potrebbe essere egoista, disonesto e aggressivo, egocentrico. Come tutte le persone di questo mondo, anche lui ha i suoi pregi e difetti.

Ma che cosa succede di solito? Lo spettacolo non riesce troppo bene. Comincia a pensare che la vita non lo tratti come egli pensa di meritare. Decide di fare sforzi più grandi per riuscire. Diventa ancor più esigente o amabile, secondo i casi. Nonostante ciò lo spettacolo non gli piace ancora. Ammette talvolta di avere qualche colpa, ma pensa che di sicuro gli altri siano più colpevoli. Si innervosisce, si indigna e si autocommisera. Qual è il suo problema fondamentale? Non è vero, forse, che egli cerca di esaltare se stesso anche quando tenta di essere gentile? Non è vittima di un'illusione? Cioè, che egli possa trovare felicità e soddisfazione in questo mondo, solo controllandolo bene? Non è forse evidente, agli altri attorno a lui, che è questo che egli desidera? E non è vero che tutto ciò incita gli altri a reagire, a rubargli le migliori battute dello spettacolo? Non è forse vero che, anche nei momenti più felici, egli è regista di confusione e non di armonia?  ( continua )

 

da "Alcolisti Anonimi, Capitolo 5 "Il nostro metodo", pp.59-60


 






Terzo Passo (1)

  TERZO PASSO  
sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite 
alla
cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

 

Mettere in pratica il Terzo Passo è come aprire una porta che sembra essere chiusa a chiave. È necessaria una chiave e la determinazione di aprire la porta. La chiave è una sola e si chiama buona volontà. Aperta la serratura con la buona volontà, la porta si apre su un sentiero segnato con l'iscrizione: «Questa è la via verso una fede che opera». Nei due Passi precedenti siamo stati impegnati a riflettere: preso atto che eravamo impotenti di fronte all'alcol, abbiamo anche intuito che chiunque può avere fede, anche nella stessa A.A.. Per arrivare a tali conclusioni non era necessaria alcuna azione, bastava la sola accettazione.

Ma il Terzo Passo (e i successivi) richiede azione, è solo mediante l'azione che possiamo eliminare quell'ostinazione che ha sempre impedito a Dio (o, se preferisci, un Potere Superiore) di entrare nella nostra vita. La fede è indispensabile, ma anche avendola possiamo tenere Dio fuori dalla nostra vita. Il problema è: in che modo e con quali mezzi specifici potremo farLo entrare? Il Terzo Passo è il nostro primo tentativo. L'efficacia dell'intero Programma di A.A. dipenderà dal nostro impegno e dalla nostra serietà per giungere «alla decisione di affidare la nostra volontà e le nostre vite alla cura di Dio come noi potemmo concepirLo».

Per chi ha un'indole pratica ed è attaccato alle cose terrene, questo Passo sembra molto difficile, o addirittura impossibile. In che modo esattamente uno può affidare la propria volontà e la propria vita alla cura di quel Dio in cui crede? Chiunque può cominciare a farlo, lo testimoniamo noi che abbiamo tentato con la stessa perplessità. Occorre soltanto iniziare. Girando la chiave della buona volontà riusciamo a socchiudere la porta e poi scopriamo di poterla aprire sempre di più. La nostra ostinazione potrà richiuderla, ma saremo sempre in grado di ritrovare la chiave della buona volontà.

Se tutto questo suona misterioso e lontano, ecco come si può fare in realtà. Chi è arrivato in A.A. (e intende restarvi) ha fatto, inconsapevolmente, un inizio di Terzo Passo. Per quanto riguarda l'alcol, ciascuno ha deciso di affidare la propria vita alla cura, protezione e guida di Alcolisti Anonimi. Possiede già la buona volontà di cambiare le proprie idee con quelle suggerite da A.A.. Ogni nuovo venuto realmente ben intenzionato sente davvero che A.A. è l'unico porto di salvezza per lui, divenuto ormai una barca che sta per affondare. Questo è proprio affidare la propria volontà e la propria vita a una Provvidenza appena scoperta.

Ma supponiamo che l'istinto si ribelli ancora (è certo che lo farà): «Sì, per quanto riguarda l'alcol credo di dover dipendere da A.A., ma in tutte le altre faccende manterrò ancora la mia autonomia. Niente può trasformarmi in una nullità. Se continuo ad affidare la mia vita e la mia volontà alla cura di Qualcosa o di Qualcun altro, che ne sarà di me? Sembrerò il buco di una ciambella». Questo ragionamento che cerca di assecondare l'egoismo ostacola lo sviluppo spirituale. Il guaio è che questo modo di pensare non tiene conto dei fatti: quanto più diventiamo disposti a dipendere da un Potere Superiore, tanto più siamo realmente indipendenti. Tale dipendenza, come la mette in pratica Alcolisti Anonimi, è un mezzo per raggiungere la vera indipendenza dello spirito.   (continua)

 

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 






Terzo Passo (3)

 

  TERZO PASSO  

sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite alla

cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

( ... )   La parola «dipendenza» è sgradevole per molti psicologi e psichiatri, e anche per gli alcolisti. Vi sono forme errate di dipendenza. Nessun adulto dovrebbe dipendere in maniera troppo emotiva da un genitore. Proprio questa forma di dipendenza sbagliata ha portato molti alcolisti ribelli a concludere che qualsiasi tipo di dipendenza deve essere intollerabilmente dannoso. 

Ma la dipendenza da un Gruppo di A.A. o da un Potere Superiore non  produce risultati nocivi. Si dimostrò valida durante la Seconda Guerra Mondiale. Soldati, membri di A.A., furono inviati a combattere in tutto il mondo. Sarebbero stati capaci di sottostare alla disciplina, di resistere sotto il fuoco, di sopportare la monotonia e le miserie della guerra? La dipendenza da A.A. li avrebbe aiutati a superare ogni prova? La risposta è stata sì. Ebbero perfino meno ricadute o sbornie secche dei membri rimasti al sicuro in patria e furono capaci di resistenza e valore come qualunque altro soldato. La loro dipendenza da un Potere Superiore non fu una debolezza, fu la loro principale fonte di forza.

Ma come continuare ad affidare la propria volontà e la propria vita a un Potere Superiore? L'alcolista, all'inizio, cominciò ad aver fiducia in A.A. per risolvere il problema alcolico. Ma poi si accorge che ha altri problemi oltre l'alcol e che non riesce a risolverli, seppure progredisce nel programma con  determinazione e coraggio. Si sente infelice e insicuro sulla sua recente sobrietà. Pensando al passato, rivive rimorsi e sensi di colpa. Pensando a chi ancora invidia od odia, l'amarezza lo sommerge. L'insicurezza finanziaria lo preoccupa. La perdita degli affetti lo affligge. Il suo coraggio e la sua volontà  sono troppo deboli, ha bisogno di aiuto. Ora deve dipendere da Qualcun altro o da Qualcos'altro.

All'inizio quel «qualcuno» può essere l'amico in A.A. che gli assicura che potrà risolvere quei suoi numerosi guai, che prima affrontava con l'alcol. La sua vita è ancora incontrollabile e la sua sobrietà è debole poiché è appena all'inizio del Programma di A.A. Con l'ammissione di alcolismo e le prime riunioni del gruppo, è ancora lontano dalla sobrietà permanente e dalla vita soddisfacente ed utile. Gli mancano gli effetti dei restanti Passi del Programma di A.A.. Continui a sforzarsi per ottenerli e ne otterrà i benefici.  (segue)

 

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 





...umilmente chiesto di eliminare i nostri difetti...

    L'umiltà è la base per intraprendere il Quinto passo.
Dovremo guardare dentro noi stessi e capire quali cose possiamo cambiare, e avere il coraggio di cambiare quelle possibili.
    Spesso sbagliamo considerando i difetti di carattere quale parte integrante della nostra indole. Ma non è così! Molte volte si sente dire "sono fatta così, non posso farci niente". Ma A.A. ci offrirebbe la possibilità di cambiare se avessimo la volontà di riconoscere i difetti e non li giustificassimo. Proprio questi difetti del carattere, ci hanno portato a commettere molti errori. Possiamo eliminarli, se vogliamo. Abbiamo a disposizione una mole di strumenti per farlo, ma ci è indispensabile L'UMILTÀ'.
    Facciamo un paragone con un atleta. Per ottenere dei risultati efficienti, deve esaminare la sue caratteristiche, tutti i suoi lati deboli, correggersi con costanza e fatica, perdendo molte delle sue energie per raggiungere un risultato apprezzabile. Deve esercitarsi, ascoltare l'allenatore, provare e riprovare senza badare ai suoi sbagli, e ai mille tentativi non riusciti senza abbattersi. Sistematicamente l'allenatore pone la fatidica domanda: "sei pronto?, fai un bel respiro e vai, qualunque sia il risultato io ti starò vicino."
    Questo paragone calza perfettamente a quello che si "dovrebbe" fare con il 7º passo. L'allenatore è il gruppo, o lo sponsor, o il Potere superiore al quale dovremmo dare retta senza se e senza ma. Io sono pronto? Un bel respiro di umiltà e tutto andrà per il meglio. Non importano i fallimenti, gli incidenti di percorso, non importa quanto tempo occorrerà per ottenere risultati ottimali. Quello che conta è l'obiettivo. La serenità interiore e il miglioramento di se stessi.
    È una svolta importante della nostra vita, e acquisire l'umiltà non è semplicissimo. Il rischio della vanagloria è sempre in agguato, proprio come il primo bicchiere. Ecco allora che è importante ascoltare i suggerimenti del nostro "allenatore", il proprio Potere superiore.
    Ascoltare e non sentire solo quello che è più conveniente o comodo! Un solo giorno alla volta, con molti allenamenti, senza badare ai cedimenti di fronte alle difficoltà. Guardare avanti con decisione, con un ingrediente in più, la determinazione di giungere alla meta un solo giorno alla volta, guardando sempre avanti a testa alta.

 






Quinto Passo (1/3)

Il Quinto Passo nel Grande Libro  (brano 1/3)

Dopo aver fatto il nostro inventario personale, che ne faremo? Abbiamo cercato intanto di trovare un nuovo atteggiamento, un tipo di rapporto nuovo col nostro Creatore e di scoprire gli ostacoli lungo il nostro cammino. Abbiamo ammesso certi difetti, ci siamo convinti di avere dei problemi, abbiamo puntato il dito sugli aspetti critici del nostro inventario morale. Ora dobbiamo innanzitutto sbarazzarcene. Ciò richiede azione da parte nostra: azione che consiste nell'ammettere a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano la natura esatta dei nostri difetti. E questo è il Quinto Passo del programma di recupero indicato nel capitolo precedente.

Forse sarà cosa ardua discutere i nostri difetti con un'altra persona. È già molto averli riconosciuti davanti a noi stessi. Ma questo è molto dubbio: ci siamo resi conto in pratica che una valutazione delle proprie azioni a tu per tu con noi stessi non basta. Molti di noi hanno pensato che bisognasse andare più lontano. Accetteremo più facilmente di discutere la nostra situazione con altre persone se vedremo delle buone ragioni per farlo. E la migliore ragione è la seguente: se sorvoliamo questo Passo vitale del nostro Programma, probabilmente non vinceremo il problema dell'alcol. Spesso, dei nuovi venuti hanno cercato di tenere per sé certi fatti della loro vita. Per evitare questa esperienza umiliante sono ricorsi a metodi più facili. Quasi ogni volta si sono ubriacati e, poiché avevano messo in pratica il resto del Programma, si sono chiesti il perché della loro ricaduta. Noi pensiamo che questo sia successo perché non avevano completato a fondo la loro "pulizia interiore". Hanno fatto sì l'inventario morale, ma hanno tenuto nascoste le cose peggiori. Essi hanno soltanto pensato di aver perduto il loro egoismo e le loro paure, hanno soltanto pensato di essere umili. Ma non avevano imparato abbastanza dell'umiltà, del coraggio e dell'onestà, nella misura che abbiamo trovato necessaria, fino al momento in cui non hanno raccontato a un altro tutta la storia della loro vita. L'alcolista, più di tutti gli altri, vive una doppia vita. È come un attore. Al mondo esterno presenta l'aspetto da palcoscenico e desidera che chi lo frequenta lo veda così. Vuole godere presso di loro di una certa reputazione, ma nel suo cuore sa di non meritarla.   (continua)

 

(dal Grande Libro, capitolo 6 "All'opera")


 





Sesto passo (1/6)

"Eravamo completamente pronti ad accettare che
Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere".

«Questo è il Passo che separa gli uomini dai fanciulli». Così afferma un caro ecclesiastico che è poi uno dei più grandi amici di A.A.. Egli prosegue spiegando che qualunque persona capace di avere sufficiente buona volontà ed onestà nel cercare di mettere ripetutamente in pratica il Sesto Passo riguardo tutti i suoi difetti - senza escluderne proprio nessuno - ha percorso veramente un lungo cammino spirituale e perciò ha diritto ad essere definito come un uomo che sta cercando sinceramente di crescere ad immagine e somiglianza del suo Creatore.

Naturalmente, la questione tanto spesso discussa se Dio possa - e voglia, a certe condizioni - eliminare i difetti di carattere, troverà una pronta risposta affermativa da parte di quasi tutti i membri di A.A.. Per costoro, tale asserzione non sarà affatto una teoria; essa, in effetti, sarà la realtà quasi più importante della loro vita. Di solito ne daranno la prova con una dichiarazione come questa:

«Certo, ero battuto, assolutamente sconfitto. Tutta la mia forza di volontà non riusciva ad avere effetto sull'alcol. Il cambiamento di ambiente, le migliori intenzioni di familiari, amici, medici ed ecclesiastici non ottenevano alcun risultato con il mio alcolismo. Semplicemente non riuscivo a smettere di bere e sembrava che nessun essere umano potesse farmi uscire da questa situazione. Solo quando giunsi a essere disposto a fare pulizia interiore e chiesi allora a un Potere Superiore, Dio come potei concepirLo, di concedermi la liberazione, la mia ossessione per il bere svanì. Fu eliminata completamente».

Nelle riunioni A.A. di tutto il mondo si sentono ogni giorno dichiarazioni come questa. È facile per chiunque vedere che a ogni membro di A.A. sobrio è stata concessa la liberazione da questa ossessione costante e potenzialmente fatale. Così ognuno in A.A. è «divenuto totalmente pronto» - in senso proprio completo e letterale - ad accettare che Dio eliminasse dalla sua vita la mania per l'alcol. E Dio ha provveduto a che avvenisse esattamente ciò.

Una volta che ci è stata concessa questa totale liberazione dall'alcolismo, perché allora non dovremmo essere capaci di ottenere con gli stessi mezzi una completa liberazione da tutte le altre difficoltà o difetti? Questo è l'enigma della nostra esistenza ( ... )

( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.91-93 )


 






abbiamo deciso di far ammenda...

     "Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone che abbiamo leso e abbiamo deciso si far ammenda verso tutte loro".

     Per l’ennesima volta il programma ci chiede un atto di umiltà. Non è semplicissimo riconoscere i danni, che durante il nostro periodo attivo abbiamo fatto! Andando a ritroso, a ritroso nel tempo, molti fatti li abbiamo rimossi, deliberatamente, sottovalutati, o dimenticati inconsciamente. Il 4°passo ci viene in aiuto con il guardare bene dentro noi stessi. Innanzitutto abbiamo danneggiato noi stessi... ecco allora che la prima forma di ammenda sarebbe opportuno farla verso il nostro vissuto attivo. I sensi di colpa affiorano spesso nel percorso del nostro recupero, e sono difficili da debellare. Sensi di colpa nel non essere stati presenti in famiglia, di non avere svolto il nostro ruolo genitoriale, di avere danneggiato con pettegolezzi, o altro, persone che ci avevano dato la loro fiducia. Non è un impresa da poco fare ammenda! È come spiumare una gallina e recuperarne le piume che il vento ha disperso. Vi sono ammende che sono impossibili da fare - persone defunte, situazioni che danneggerebbero, situazioni complicate, delicate, alle quali non è opportuno rimediare. In questo caso ci viene incontro la preghiera della serenità: LA SAGGEZZA DI CONOSCERNE LA DIFFERENZA!
     Riaprire ferite mai ben chiuse è doloroso, è un atto chirurgico che richiede molta umiltà e sincerità spietata, fare ammenda non è solo il dire: scusami per il mio comportamento poco corretto… Ma è la dimostrazione diretta o indiretta del nostro comportamento e la riparazione dei danni fatti in modo espressivo. Con l’aiuto del nostro PS e con la calma che il nostro programma ci propone, facciamo un elenco delle persone lese, dei disastri che il nostro ex amico alcol ci ha indotto a fare!
     É naturale che alcuni fatti sono svaniti, ma nella maggior parte dei casi -come dicevo sopra- alcuni fatterelli ce li ricordiamo bene! All’opera! É sufficiente un foglio di carta e, alla rifusa o in modo ordinato, facciamo un elenco di queste marachelle. Imbarazzante, sgradevole, psicologicamente scomode, specialmente quando ci tornano alla mente le circostanze. L’ostacolo maggiore di questo elenco è l’alibi  che a nostra volta abbiamo subìto dei torti! Senza tenere conto che ad azione segue una reazione! Quindi togliamo di mezzo, con tutta l’umiltà che abbiamo a nostra disposizione, i SE e i MA.
     Lo scopo di questo passo è renderci conto che danneggiando gli altri abbiamo danneggiato noi stessi. E facendo un elenco delle persone lese, vediamo il nostro vero Io. Una ribellione verso noi stessi rivolta agli altri, con la complicità dell’alcol che ha deviato la nostra dignità e il rispetto che dovremmo avere sempre verso il prossimo. Mettendo tutto nero su bianco diventa tutto più evidente, e aumenta la consapevolezza che dobbiamo prendere atto delle nostre responsabilità. E visibilmente ci rendiamo conto che NON dobbiamo fare agli altri, quello che NON vorremmo fosse fatto a noi.


 






Ottavo Passo

"Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro"

Egoismo ed egocentrismo, causa dei nostri guai! Spinti da molteplici forme di timore, di paura, di autoinganno, di autocommiserazione, noi calpestiamo gli altri e questi reagiscono. Potremmo riconoscere di aver preso nel passato, sotto la spinta del nostro egocentrismo, decisioni che ci hanno messo in condizione di essere colpiti. Noi alcolisti dobbiamo sbarazzarci dell'egoismo, oppure ci uccide! Dobbiamo affrontare tutte le cose dentro di noi che ci bloccano e di liberarcene, il bisogno di bere non è che un sintomo! 

A tal fine avevamo compilato un inventario personale, era il Quarto Passo. Dobbiamo ora, nell'Ottavo Passo, diventare pronti a riparare le offese che abbiamo arrecato. Riprendiamo quella lista di persone alle quali il nostro comportamento ha causato dei danni. Osserviamola, studiamola: ci pesa. "Prima di tutto perdonare gli altri", ci è stato detto, "altrimenti non si può chiedere il perdono". Ce la faremo? Potremmo tentare, altri ce l'hanno fatta, lo dicono quelli che ci hanno indicato la loro via. L'abbiamo percorsa anche noi e siamo arrivati fin qui. Finora quella via era sicura e percorribile. Non sarà facile, ma qualcuno diceva che, per lui, è stata più facile di quanto sembrasse. Potremmo iniziare dalle nostre ammende meno pesanti e proseguire con le altre. Iniziare, ma con quali parole? "Che fortuna incontrarti qui, è da tempo che volevo parlarti …, Ho un senso di colpa del quale vorrei liberarmi e chiedere scusa, mi dispiace per quella volta che…, Starò diventando vecchio perché sento il bisogno di alleggerire qualche zavorra del passato che mi pesa…, Ti chiamo per sapere come stai, non ci sentiamo da tempo…, ho anche una cosa che mi pesa per non avertela mai detta…, Un ricordo del passato mi turba e vorrei parlartene, starò meglio se mi perdonerai per quella faccenda di…". Sì, stiamo diventando pronti a fare ammenda onorevole per il passato, se ciò è in nostro potere. 

Ma abbiamo ancora dei dubbi. Rileggendo la lista dei nostri amici e colleghi ai quali abbiamo fatto dei torti, possiamo esitare: è il caso di andarli a trovare affrontando l'argomento spiritualità? No, non è necessario, e forse è inopportuno, abbordare alcuni di loro insistendo sull'elemento spirituale, potremmo fornire loro dei pregiudizi su di noi, con: "Sono entrato in un'associazione che mi sta rigenerando spiritualmente…, Sto facendo un programma che propone una crescita spirituale…, Sono membro di Alcolisti Anonimi…". Teniamo a mente che con questo passo stiamo ancora mettendo ordine nella nostra vita. Ecco un'altra introduzione all'ammenda, da esprimere anche in tono scherzoso: "Sto mettendo ordine nella mia vita, e…".

Stiamo diventando pronti per spazzare via le macerie che si sono accumulate a causa dei nostri sforzi di vivere secondo i nostri capricci, di gestire tutto noi. Chi non ne è capace, preghi fin quando non gli sia concessa la forza necessaria. Però, ci ricordiamo che all'inizio siamo rimasti d'accordo di essere disposti a tutto, a tutto!, per ottenere la nostra vittoria sull'alcol?! "Se anche voi volete raggiungere ciò che noi abbiamo e se siete disposti a tutto per ottenere i nostri risultati, allora siete pronti a fare certi passi." Questo è il nostro Ottavo Passo. Seguirà il Nono, che progresso!

(da aiutoalcolistianonimi)


 






Ottavo Passo

Abbiamo fatto un elenco di tutte le per­sone che abbiamo leso e abbiamo deciso di far ammenda verso tutte loro”

L’Ottavo ed il Nono Passo si occupano dei rapporti personali. Come prima cosa, diamo uno sguardo a ritroso e cerchiamo di scoprire dove siamo stati colpevoli; poi, facciamo un tentativo risoluto di riparare il danno che abbiamo fatto; e, come terza cosa, dopo aver così spazzato via i detriti del passato, esaminiamo in che modo, alla luce della conoscenza appena scoperta di noi stessi, possiamo sviluppare i migliori rapporti possibili con ogni essere umano che conosciamo.

Questa non è certo un’impresa da poco. E un compito che possiamo assolvere con crescente capacità, ma che in realtà non finisce mai. Impa­rare a vivere completamente in pace, amicizia e fraternità con tutti gli uomini e tutte le donne, di qualunque genere, è un’avventura stimolante e avvincente. Ogni A.A. ha scoperto che può pro­gredire ben poco in questa nuova avventura dell’esistenza finché per prima cosa non torna indie­tro nel cammino da lui percorso e fa realmente un esame accurato e spietato dei relitti umani che ha lasciato nella sua scia. In certa misura, lo ha già fatto quando si è impegnato nell’inventano morale, ma ora è venuto il momento in cui dovrebbe raddoppiare i suoi sforzi per vedere a quante persone ha recato danno ed in quali modi. Questo riaprire ferite emotive, alcune vecchie, alcune forse dimenticate e alcune ancora doloro­samente infette, sembrerà a prima vista un inutile e sciocco atto chirurgico. Ma se si inizia in modo volenteroso, allora i grandi vantaggi di questo processo si manifesteranno così rapidamente che il dolore diminuirà mano a mano che si elimina un ostacolo dopo l’altro.

Questi ostacoli, comunque, sono indubbia­mente reali. Il primo, e uno dei più difficili, ha a che fare con il perdono. Nel momento in cui riflettiamo sul rapporto distorto o interrotto con un’altra persona, le nostre emozioni si mettono sulla difensiva. Per evitare di guardare i torti che abbiamo fatto all’altro, ci concentriamo con risentimento sul torto che costui ha fatto a noi. Ciò è soprattutto vero se questa persona, in effetti, ha decisamente agito male verso di noi. Trionfanti, prendiamo il suo cattivo comporta­mento come una scusa perfetta per minimizzare o dimenticare il nostro.

Proprio qui dobbiamo individuare chiaramente come siamo. Non ha molto senso che proprio noi saliamo sul pulpito a fare la predica. Ricordiamoci che gli alcolisti non sono i soli a essere tormen­tati da emozioni malate. È inoltre un fatto assoda­to che il nostro comportamento quando beveva­mo ha aggravato i difetti degli altri. Abbiamo ripetutamente portato fino al limite di rottura la pazienza dei nostri migliori amici e abbiamo tira­to fuori proprio il lato peggiore di quelli che, tanto per cominciare, non avevano molta conside­razione per noi. In un gran numero di casi, abbia­mo in realtà a che fare con altri malati, persone alle quali abbiamo accresciuto le sofferenze. Se ora ci accingiamo a chiedere di essere perdonati, perché non dovremmo cominciare già col perdo­nare tutti loro, senza eccezione?

Nel fare un elenco delle persone che abbiamo leso, la maggior parte di noi incontra un altro serio ostacolo. Noi avemmo una scossa ben violenta quando ci rendemmo conto che ci stavamo prepa­rando ad ammettere faccia a faccia con quelli che avevamo leso la nostra spregevole condotta. Era già stato piuttosto imbarazzante quando, in confi­denza, avevamo ammesso queste cose di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano. Ma la prospettiva di andare a far visita o di scrivere alle persone in questione ora ci sopraffaceva, special­mente ricordando in quale scarsa considerazione eravamo tenuti dalla maggior parte di essi. C’era­no pure casi in cui le persone che avevamo dan­neggiato erano tuttora felicemente ignare del danno subito. Perché, ci lamentavamo, non si poteva mettere una pietra sul passato? Perché dovevamo preoccuparci proprio di tali persone? Erano questi alcuni dei modi in cui la paura cospi­rava con l’orgoglio per impedirci di fare l’elenco di tutte le persone che avevamo leso.

Alcuni di noi, però inciamparono in un intoppo molto diverso. Ci aggrappavamo alla pretesa che quando bevevamo non facemmo mai del male ad alcuno tranne che a noi stessi. Le nostre famiglie non avevano sofferto perché noi avevamo sempre pagato i conti e raramente avevamo bevuto in casa. I nostri colleghi di lavoro non avevano sof­ferto, perché di solito eravamo sul lavoro. La nostra reputazione non aveva sofferto perché era­vamo certi che pochi sapevano del nostro bere e quelli che lo sapevano ci avevano talvolta assicu­rato che un’allegra alzata di gomito, dopo tutto, era solo un piacevole difetto umano. Allora, quale vero danno avevamo fatto? Certamente non più di quello a cui potevamo facilmente porre rimedio con poche scuse casuali.

Quest’atteggiamento, naturalmente, è il risul­tato finale della volontà intenzionale di dimenti­care. E un atteggiamento che può essere cambia­to soltanto con una profonda e onesta ricerca delle nostre motivazioni e delle nostre azioni.

Anche se in alcuni casi non possiamo fare assolutamente ammenda e in altri sarebbe neces­sario rimandare quest’azione, dovremmo tutta­via fare un’analisi scrupolosa e veramente com­pleta della nostra vita passata in rapporto alle persone in essa coinvolte. In molti casi scoprire­mo che il danno fatto ad altri non è stato grande, ma lo è stato il danno emotivo fatto a noi stessi. Dannosi conflitti emotivi molto profondi, talvol­ta completamente dimenticati, permangono sotto il livello della nostra coscienza. Quando si veri­ficarono tali conflitti, è possibile che abbiamo dato effettivamente alle nostre emozioni delle violente distorsioni che da quel momento hanno offuscato la nostra personalità e mutato in peg­gio la nostra vita.

Mentre lo scopo di fare ammenda resta l’impe­gno predominante, è ugualmente necessario che da un esame dei nostri rapporti con altri districhia­mo ogni minima informazione possibile su noi stessi e sulle nostre principali difficoltà. Poiché i rapporti difettosi con altri esseri umani sono stati quasi sempre la causa diretta delle nostre sventure, compreso l’alcolismo, nessun campo d’indagine potrebbe dare ricompense più soddisfacenti e pre­ziose di questo. Una tranquilla, approfondita riflessione sui rapporti personali può rendere più profondo il nostro intuito. Possiamo andare assai al di là di quei comportamenti che in noi erano sbagliati solo superficialmente per vedere quei difetti che erano fondamentali, difetti che talvolta sono stati responsabili di tutto l’andamento della nostra esistenza. L’accuratezza - lo abbiamo sco­perto - pagherà: e paga generosamente.

Successivamente, potremmo chiederci che cosa intendiamo quando diciamo che abbiamo «leso» altre persone. In sostanza, che specie di «danno» fa una persona ad un’altra? Per definire in modo pratico la parola «danno», potremmo chiamarlo il risultato di istinti che si scontrano, scontro che causa alle persone danno fisico, mentale, emotivo e spirituale. Se il nostro umore è costantemente cattivo, provochiamo ira negli altri. Se mentiamo o truffiamo, priviamo gli altri non solo dei loro beni materiali, ma anche della loro sicurezza emo­tiva e della loro tranquillità d’animo. E proprio un invito a diventare sprezzanti e vendicativi. Se la nostra condotta sessuale è egoistica, possiamo suscitare gelosia, sofferenza e un forte desiderio di ricambiare con la stessa moneta.

Questi esempi di cattivo comportamento non sono affatto un catalogo completo dei danni che facciamo. Esaminiamo alcuni di quelli più sub­doli che talvolta possono essere altrettanto dan­nosi. Supponiamo che nel nostro ambito familia­re ci accada di essere avari, irresponsabili, insen­sibili o freddi. Supponiamo di essere irritabili, critici, impazienti e privi di senso dell’umori­smo. Supponiamo di esse prodighi di attenzione verso un membro della famiglia e di trascurare gli altri. E che cosa accade quando cerchiamo di dominare l’intera famiglia con regole ferree oppure con un continuo subisso di ordini minu­ziosi di come la loro vita dovrebbe svolgersi un’ora dopo l’altra? Cosa accade quando sprofondiamo nella depressione e l’autocommi­serazione trasuda da ogni poro e facciamo subire tutto questo a quelli che ci circondano? Questo elenco di danni fatti ad altri - quel tipo di danni che rende difficile e spesso insopportabile vivere quotidianamente con noi quando siamo alcolisti attivi - potrebbe essere esteso quasi all’infinito. Quando assumiamo tratti di carattere simili a questi, in negozio, in ufficio e nei rapporti con i nostri simili, questi tratti possono provocare danno quasi tanto grande quanto quello che abbiamo causato in casa.

Una volta che abbiamo indagato attentamente su tutta quest’area di rapporti umani e una volta che abbiamo deciso esattamente quali aspetti della nostra personalità hanno leso o turbato altre persone, allora possiamo cominciare a frugare nella memoria alla ricerca di quelli cui abbiamo fatto del male. Non dovrebbe essere difficile cominciare subito con le persone più vicine a noi e maggiormente danneggiate. Poi, ripercorrendo all’indietro, anno dopo anno, la nostra vita fin dove ci assisterà la memoria, ci troveremo costretti a comporre un lungo elenco di persone che, in una misura o nell’altra, abbiamo fatto sof­frire. Naturalmente dovremo valutare e pesare attentamente ogni caso. Dovremo attenerci al principio di ammettere le cose che noi abbiamo fatto, perdonando nello stesso tempo i torti reali o immaginari fatti a noi. Dovremo evitare giudizi drastici tanto su noi stessi che sulle altre persone interessate. Non dobbiamo esagerare i nostri difetti o i loro. Nostro fermo proposito sarà una visione serena ed obiettiva.

Ogni volta che la nostra penna dovesse esita­re, possiamo farci forza e coraggio ricordando quello che ha significato per altri l’esperienza di A.A. in questo Passo: il principio della fine dell’isolamento dai nostri simili e da Dio.          

(da Dodici passi Dodici tradizioni)

 






Nono Passo

Abbiamo tra le mani una lista di tutte le persone che abbiamo offeso e verso le quali vogliamo fare un'ammenda onorevole. Abbiamo fatto questa lista servendoci del nostro inventario personale. Abbiamo esaminato la nostra personalità con grande cura. Ora andiamo a trovare queste persone e ripariamo i danni che abbiamo causato loro nel passato. Cerchiamo di spazzare via le macerie che si sono accumulate a causa dei nostri sforzi di vivere secondo i nostri capricci e di gestire tutto noi. Se non ne siamo capaci, preghiamo fin quando non ci sia concessa la forza necessaria. Ricordiamoci che all'inizio siamo rimasti d'accordo di essere disposti a tutto per ottenere la nostra vittoria sull'alcol…

Il nostro vero scopo è divenire capaci di metterci al servizio di Dio e delle persone che ci circondano nel miglior modo possibile... Può sorgere il problema su come abbordare la persona che abbiamo detestato... È più difficile parlare a un nemico che a un amico, ma ne otteniamo maggiori benefici...

In nove casi su dieci accade l'impensabile. La persona che andiamo a trovare ammette qualche volta i suoi sbagli e allora le divergenze di punti di vista, che duravano da anni, possono scomparire in un'ora. Quasi sempre, progrediamo in modo soddisfacente. I nemici di un tempo talvolta si congratulano con noi e ci fanno gli auguri. A volte, addirittura, si offrono di aiutarci. Tuttavia, non ci sarebbe nulla di strano se qualcuno ci cacciasse dal suo ufficio. Abbiamo fatto le nostre scuse, la nostra parte. Mettiamo una pietra sul passato... 

Ricordiamoci continuamente che abbiamo deciso di fare tutto il possibile per ottenere un'esperienza spirituale, noi domandiamo la forza e le direttive che ci permetteranno di fare il nostro dovere, senza dare peso alle eventuali conseguenze sul piano personale. Non dobbiamo indietreggiare davanti a nulla... 

Ci sono torti che non riusciremo a riparare totalmente. Non dobbiamo preoccuparci, se possiamo dire onestamente che lo faremmo se fossimo in grado di farlo. Se non possiamo andare a visitare alcune persone, allora scriveremo loro una lettera sincera. Talora, possono esserci delle ragioni valide che consigliano di ritardare le nostre scuse. Ma non ritarderemo, se non vi sono ragioni. 

Se ci sforziamo di fare bene ciò che è richiesto in questa fase del nostro lavoro, ci meraviglieremo scoprendo di aver completato la metà della nostra opera. Conosceremo una nuova libertà e una nuova felicità. Non ci affliggeremo del passato, ma ci impegneremo a non dimenticarlo mai. Capiremo cosa significhi la parola serenità e conosceremo la pace.

Poco importa a quale grado di abiezione siamo scesi, constateremo come la nostra esperienza possa giovare agli altri. Scomparirà ogni idea dell'inutilità della nostra vita e così pure ogni forma di commiserazione di noi stessi. Perderemo l'interesse per i nostri capricci e ci dedicheremo al servizio degli altri. L'egoismo scomparirà. Le nostre idee sulla vita cambieranno come dal giorno alla notte. La paura delle persone e la paura dell'insicurezza economica ci abbandoneranno. Intuiremo come dovremo comportarci di fronte a situazioni che di solito ci sconcertavano. Ci renderemo conto, tutto a un tratto, che Dio fa per noi ciò che noi non riuscivamo a fare da soli.

(brani dal VI.capitolo "All'opera")


 

 






Nono Passo (1/3) :

“Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile; tran­ne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri”


- 1/3 -

Buona capacità di giudizio, attenta scelta del momento, coraggio e prudenza: sono queste le qualità di cui avremo bisogno quando facciamo il Nono Passo.

Dopo aver compilato l’elenco delle persone che abbiamo leso, dopo aver riflettuto attenta­mente su ciascun caso e avere cercato di acquisi­re il giusto atteggiamento con il quale procedere, ci accorgeremo che fare ammenda diretta porta a dividere in parecchie categorie quelli che dovremmo avvicinare. Vi saranno quelli a cui dovremo rivolgerci non appena saremo diventati ragionevolmente sicuri di poter mantenere la nostra sobrietà. Vi saranno quelli verso i quali potremmo fare ammenda solo in parte, per timo­re che il rivelare completamente il nostro pensie­ro possa fare a loro o ad altri più male che bene. Vi saranno altri casi in cui quest’azione dovreb­be essere rimandata e altri ancora in cui, a causa dell’effettiva natura della situazione, non potre­mo mai avere assolutamente un contatto perso­nale diretto.

La maggior parte di noi comincia a fare certi tipi di ammende direttamente dal giorno in cui entra in Alcolisti Anonimi. Nel momento in cui diciamo ai nostri familiari che ci accingiamo real­mente a tentare il Programma, il processo è cominciato. In quest’ambito si fa raramente que­stione di scelta di tempo o di prudenza. Sentiamo il bisogno di giungere a casa per gridare fin dalla soglia la buona notizia. Non appena torniamo dalla nostra prima riunione, o forse dopo aver fini­to di leggere il libro «Alcolisti Anonimi», di solito sentiamo il bisogno di sederci con qualche mem­bro della nostra famiglia e di ammettere subito il danno che abbiamo fatto con il nostro alcolismo. Quasi sempre sentiamo il bisogno di andare oltre e di ammettere altri difetti che hanno reso difficile la nostra convivenza. Questa sarà un’occasione molto diversa e in netto contrasto con quelle ango­sciose mattinate che trascorrevamo alternando insulti a noi stessi e accuse ai familiari (o a tutti gli altri) per i nostri guai. In questo primo collo­quio è necessario soltanto che facciamo un’am­missione generale dei nostri difetti. Può essere imprudente in questo stadio rivangare certi episodi assai dolorosi. Una buona capacità di giudizio suggerirà che è opportuno prendere tempo. Anche se possiamo essere completamente disposti a rive­lare proprio il peggio, dobbiamo essere certi di ricordare che non possiamo acquisire la nostra pace interiore a spese degli altri.  (continua)

 

(da Dodici Passi Dodici Tradizioni, p. 123-125)


 

 






Decimo Passo (1)

Decimo Passo 

“Abbiamo continuato a fare l’inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso”

(1/4)

 

Quando facciamo i primi nove Passi, ci prepa­riamo all’avventura di una nuova vita. Ma quan­do ci accingiamo a fare il Decimo Passo, comin­ciamo a mettere concretamente in pratica il nostro modo A.A. di vivere, giorno per giorno, nel bello e nel cattivo tempo. Dunque, giunge la prova decisiva: siamo in grado di restare sobri, di mantenerci emotivamente equilibrati e di vivere per un buon fine in tutte le circostanze?

Un continuo sguardo alle nostre qualità e alle nostre debolezze e un reale desiderio di appren­dere e di crescere con tale mezzo sono per noi indispensabili. Noi alcolisti abbiamo imparato tutto ciò a nostre spese. Persone con maggior esperienza, naturalmente, hanno praticato, in ogni tempo e luogo, una spietata analisi e critica di se stessi, e questo perché i saggi hanno sempre saputo che nessun individuo può dare un senso alla propria vita fino a che la ricerca di se stesso non diventa una regola abituale, fino a che non è capace di ammettere e accettare quello che sco­pre e fino a che non cerca di correggere con pazienza e perseveranza quello che è sbagliato.

Quando un ubriacone si sente terribilmente male perché ieri ha bevuto in modo eccessivo, oggi non può vivere bene. Ma c’è un altro tipo di malessere che tutti noi sperimentiamo sia che beviamo o no. Questo è il malessere emotivo, diretto risultato degli eccessi di qualche emozio­ne negata di ieri e talvolta di oggi, cioè d’ira, paura, gelosia e simili. Se vorremo vivere sere­namente oggi e domani, senza dubbio è necessa­rio che eliminiamo questi malesseri. Ciò non significa che dobbiamo vagare morbosamente nel passato. E adesso che si richiede un’ammis­sione e una correzione di errori. Il nostro inven­tario ci mette in grado di chiudere i conti con il passato. Fatto questo, siamo davvero capaci di lasciarlo dietro di noi. Quando il nostro inventario è compiuto scrupolosamente e abbiamo fatto la pace con noi stessi, ne deriva la convinzione che le sfide del domani possono essere affronta­te così come vengono.

Anche se, in linea di principio, tutti gli inven­tari si assomigliano, il fattore tempo fa sì che essi si distinguano uno dall’altro. C’è l’inventano «contingente», fatto in qualunque momento della giornata, cioè ogni qualvolta ci accorgiamo che ci stiamo mentalmente ingarbugliando. C’è quel­lo che facciamo alla fine della giornata, quando passiamo in rassegna gli avvenimenti delle ore appena trascorse. Qui noi facciamo un bilancio, segnando sulla colonna dell’attivo le cose fatte bene e su quella del passivo le altre. Poi vi sono quelle occasioni in cui da soli, o in compagnia del nostro sponsor o del consigliere spirituale, riesaminiamo accuratamente il nostro progresso a partire dall’ultima volta. Molti membri di A.A. si dedicano annualmente o semestralmente a una pulizia interiore. Molti di noi, inoltre, preferisco­no l’esperienza di un occasionale ritiro dal mondo esterno, in cui possiamo godere con calma un’indisturbata giornata, o quasi, di minu­ziosa autoanalisi o di meditazione.

Non sono tutte queste pratiche un’ammazza ­gioia come pure una perdita di tempo? Debbono i membri di A.A. trascorrere la maggior parte del loro tempo a rimaneggiare tristemente i propri peccati di omissione e quelli commessi? Sì, quasi. L’importanza data all’inventano è così forte solo perché una grande parte di noi non ha mai acqui­sito veramente l’abitudine a fare un’esatta autova­lutazione. Una volta che questa sana pratica è diventata una routine, sarà così interessante e così utile che il tempo che prende non sarà perduto, perché questi minuti, alle volte ore, impiegati nell’autoanalisi servono a rendere migliori e più feli­ci tutte le altre ore della nostra giornata. E con il passare del tempo i nostri inventari divengono parte integrante del nostro vivere quotidiano, e non qualcosa d’insolito e da considerare a parte.  (continua)

(da Dodici passi Dodici tradizioni, pp.131-134)


 

 






Undicesimo passo (1/3)

   Undicesimo Passo   
  dal libro "Alcolisti Anonimi"  

 

È facile trascurare il programma spirituale d'azione e cullarci sugli allori. Andremo incontro a guai, in questo caso, perché l'alcol è un nemico sottile. Non siamo guariti dall'alcolismo. Ciò che noi possediamo veramente è una tregua quotidiana e contingente che dipende dal nostro modo di mantenerci spiritualmente in forma. Ogni giorno è un giorno in cui dobbiamo tentare di fare la volontà di Dio, in tutte le nostre azioni: "Come posso servirti meglio? Che la Tua Volontà sia fatta (e non la mia)". Ecco i pensieri che ci devono accompagnare ogni momento. Possiamo sperimentare la nostra forza di volontà in questo modo, finché vogliamo. È questo il giusto uso da fare della nostra volontà. 

Abbiamo già detto molte cose sul fatto che noi riceviamo forza, ispirazione e direttive da Colui che tutto sa e tutto può. Se abbiamo seguito con cura le sue direttive, abbiamo cominciato a percepire la presenza del Suo Spirito in noi. In qualche modo siamo divenuti coscienti della presenza di Dio in noi. Abbiamo cominciato a sviluppare questo sesto senso, che è di un'importanza vitale. Dobbiamo tuttavia andare molto più lontano e ciò significa più azione.

L'Undicesimo Passo suggerisce la preghiera e la meditazione. Non bisogna essere timidi nei confronti della preghiera. Persone migliori di noi pregano continuamente. La preghiera diventa efficace se noi ci disponiamo bene e se facciamo tutti gli sforzi necessari. Sarebbe facile mantenerci nel vago in questo campo, ma crediamo di potervi offrire alcuni suggerimenti utili e precisi.

Prima di metterci a letto, la sera, passiamo in rivista, in maniera costruttiva, la nostra giornata. Abbiamo provato dei risentimenti? Siamo stati egoisti, disonesti, o vigliacchi? Dobbiamo delle scuse a qualcuno? Ci siamo tenuti dentro di noi cose che dovrebbero essere discusse con un'altra persona, senza indugio? Siamo stati buoni e comprensivi con tutti? Che cosa avremmo potuto fare meglio? Abbiamo pensato a noi stessi per la maggior parte della giornata? O abbiamo pensato a ciò che potremmo fare per gli altri, al piccolo contributo che potremmo portare al flusso della vita? Ma dobbiamo fare ben attenzione a non scivolare nell'inquietudine, nel rimorso, a non lasciarci andare a torbide riflessioni, perché ciò diminuirebbe la nostra possibilità di essere utili agli altri. Dopo questo esame di coscienza, chiediamo perdono a Dio e Gli domandiamo di farci conoscere le misure adatte per migliorare la nostra condotta.  (continua)

 

(dal Grande Libro, cap.6 "All'opera")


 






Dodicesimo Passo (1/6)

   Dodicesimo Passo  

  dal libro "Alcolisti Anonimi" 

"Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi princìpi in tutte le nostre attività"

L'esperienza di tutti i giorni dimostra che nulla è più efficace a garantire la nostra astinenza dal bere quanto l'intenso lavoro con altri alcolisti. Ciò funziona anche là dove altre attività non riescono. Questo è il nostro dodicesimo suggerimento: portare questo messaggio ad altri alcolisti! Potete essere d'aiuto quando nessun altro lo può. Potete acquistare la loro fiducia quando gli altri non possono. Ricordate che gli alcolisti sono seriamente malati.

La vita acquisterà un significato nuovo. Osservare persone che si riprendono, vederle aiutare altri, notare come la solitudine svanisca, vedere una fratellanza crescere attorno a voi, avere una schiera di amici: è questa un'esperienza di cui non dovete privarvi. Sappiamo che non vorrete privarvene. Il frequente incontro con i nuovi venuti e tra di noi è l'aspetto gioioso della nostra vita.

Forse voi non conoscete nessun bevitore che desideri recuperarsi. Potrete trovarne facilmente domandando a qualche medico, sacerdote o clinica; saranno tutti ben contenti di rispondere alla vostra richiesta. Non cominciate come un evangelizzatore o un riformatore: esistono purtroppo moltissimi pregiudizi e, ridestandoli, vi trovereste in posizione di svantaggio. Sacerdoti e medici sono competenti e, se lo desiderate, potrete apprendere molto da loro, ma è un dato di fatto che per la vostra esperienza di bevitori potete essere utili ad altri alcolisti come nessun altro. Perciò cooperate, non criticate mai. Essere di aiuto è il nostro unico scopo.

Quando scoprite un potenziale alcolista anonimo, cercate di sapere tutto quello che potete sul suo conto. Se non ha intenzione di smettere di bere non perdete tempo a persuaderlo. Potreste sciupare una possibilità futura. Questo consiglio vale anche per la sua famiglia: occorre che abbia pazienza e si renda conto che si ha a che fare con un malato.

Se invece vi è qualche indizio che voglia smettere di bere cercate di avere un buon colloquio con la persona che più si interessa di lui, di solito sua moglie. Fatevi un'idea del suo comportamento, dei suoi problemi, dei suoi precedenti, la gravità del suo stato e delle sue convinzioni religiose. Queste informazioni sono necessarie per potervi mettere al suo posto, per capire come voi vorreste che egli vi avvicinasse se le parti si invertissero.

Qualche volta è saggio aspettare finché prenda una sbornia. La famiglia potrebbe essere contraria a questo modo di fare ma, se egli non è in condizioni fisiche pericolose, è meglio correre questo rischio. Non trattate con lui quando è in uno stato di grande ubriachezza, a meno che non venga alle brutte e la famiglia abbia bisogno del vostro aiuto, Aspettate la fine della sbornia o almeno un lucido intervallo. Allora lasciate che la famiglia o un amico gli domandi se vuole davvero smettere di bere e se sarebbe disposto a fare qualunque cosa pur di riuscirci. Se risponde di sì, allora gli si dovrebbe parlare di voi come di una persona che si è recuperata. Bisognerebbe che dicessero che appartenete a un'associazione di persone che, come parte del proprio personale recupero, cercano di aiutare gli altri e che sareste lieti di parlare con lui, qualora gli facesse piacere vedervi.

Se lui non vuole vedervi, non cercate mai di imporre la vostra presenza. Né la famiglia dovrebbe insistere istericamente con lui perché faccia qualcosa, né parlargli molto di voi. Meglio aspettare la fine della sua prossima sbornia. Potreste forse mettere questo libro dove nel frattempo egli possa vederlo. Qui non si può dare alcuna regola specifica. La famiglia deve decidere in proposito, ma esortatela a non accelerare troppo le cose, perché questo potrebbe compromettere il futuro.

(da "Alcolisti Anonimi", 7ºcap. "Lavorare con gli altri",  p.89-103 )






Condizioni di utilizzo del sito

 

  Al momento dell'iscrizione l'utente
       dichiara di aver letto ed accettato 

      le condizioni di utilizzo del sito, 

     consultabili in Bacheca e nella
  prima colonna in homepage

 


 






Arcobaleno

gruppo on-line 

in lingua italiana 
di alcolisti anonimi

 

Riunioni alle 21.30

 chat testuale

martedì, giovedì chat Skype 

 

contatti telefonici 

 

Ricordando quanto sia per noi estremamente importante non isolarci e quanto possa essere di aiuto una telefonata ad un amico AA, si rammenta che la decisione di scambiare numeri telefonici fra membri seguirà il concetto di “libero arbitrio”. Qualora venisse fatto un utilizzo non consono del contatto telefonico questo sito e il gruppo sono esenti da responsabilità


 

Autofinanziamento in Alcolisti Anonimi

 

Chi desidera contribuire per mantenere l’efficienza e la funzionalità di Alcolisti Anonimi Italia, utilizzi le modalità indicate dalla nostra associazione:

coordinate bancarie e c/c postali di A.A.


 

 

 






Attività al di fuori di AA?

È un fatto curioso ma vero che alcuni di noi, nel primo periodo in cui non bevono, sembrano passare attraverso una fase di temporanea mancanza di immaginazione.

È curioso soprattutto perché, durante il periodo in cui bevevamo, molti di noi dimostravano di possedere una immaginazione incredibil­mente fertile. In meno di una settimana potremmo rapidamente trovare, per bere, più ragioni (scuse?) di quante la gente ne trovi in un’intera vita per tutti gli altri scopi (incidentalmente: una regola basata sull’esperien­za ci dice che i bevitori normali — cioè non alcolisti — non hanno biso­gno né usano mai giustificazioni particolari per bere o per non bere!).

Quando non vi è più la necessità di dare a noi stessi delle ragioni per bere, sembra spesso che le nostre menti vogliano scioperare. Alcuni di noi non riescono a pensare a cose da fare che non siano connesse col bere! Forse è solo perché ne abbiamo perso l’abitudine. O forse la mente ha bisogno di un periodo di tranquilla convalescenza una volta cessata la fase dell’alcolismo attivo. In ambedue i casi la tristezza scompare real­mente. Dopo il primo mese di sobrietà molti di noi hanno avvertito una notevole differenza. Dopo tre mesi le nostre menti sembrano ancora più lucide; e al secondo anno della nostra guarigione il cambiamento è sor­prendente. Abbiamo più energia mentale di quanta non ne avessimo mai avuta prima.

Ma è durante il primo interminabile periodo di astinenza che molti si chiederanno “Che cosa posso fare?”.

La lista che segue vuole essere solo un primo spunto per l’uso di quel tempo. Non è molto elettrizzante o avventurosa ma elenca i tipi di attivi­tà che molti di noi hanno svolto nelle loro prime ore libere, nei momenti in cui non erano al lavoro o con persone che bevessero. Sappiamo che funzionano. Ecco il tipo di cose che abbiamo fatto:

1.  Passeggiate - in particolare in luoghi nuovi, in parchi o in campagna. Piacevoli brevi passeggiate, e non stancanti marce,

2.  Letture - sebbene alcuni di noi si innervosiscano quando cercano di leggere qualcosa che richiede troppa concentrazione.

3.  Visite a musei e gallerie d’arte.

4. Attività sportive - nuoto, golf, corse a passo rallentato all’aria aper­ta, yoga, o altre attività suggerite dal dottore.

5.  Abbiamo ripreso piccole attività da lungo dimenticate - ripulito un cassetto della scrivania, messo a posto delle carte, appeso dei quadri, o qualcosa di simile che avevamo sempre rimandato.

Abbiamo però riscontrato che è importante non strafare in tutto que­sto. Decidere di riordinare tutti i cassetti (o l’intera soffitta o garage, o cantina, o appartamento) sembra facile. Tuttavia dopo un’intera gior­nata di lavoro fisico, potremmo terminare esausti, sporchi, senza aver realmente finito, e quindi scoraggiati. Per cui il nostro consiglio è: scom­ponete il programma in dimensioni e fasi possibili. Non iniziate con l’in­tenzione di ripulire l’intera cucina o tutta una parete di libri; piuttosto ripulite semplicemente un cassetto o uno scaffale. Ne riordinerete altri il giorno seguente.

6.  Abbiamo cercato un nuovo hobby - niente di costoso o di particolar­mente impegnativo, bensì un piacevole e ozioso diversivo in cui non dob­biamo eccellere o vincere, ma che possa darci momenti diversi di cui go­dere. Molti di noi si sono dedicati a hobby a cui non avevano mai pensa­to prima, come per esempio bridge, macramé, opera, pesci tropicali, la­vori di cucito, baseball, giardinaggio, vela, bonsai, scrivere, cantare, ri­solvere puzzle o parole crociate, cucinare, osservare gli uccelli, suonare la chitarra, andare al cinema, ballare, plasmare oggetti, collezionare qual­cosa, fare gli attori dilettanti o lavori in cuoio. Abbiamo riscontrato che molti di noi traggono veramente piacere dal fare delle cose che prima non avevano assolutamente considerato.

7. Abbiamo ripreso vecchi passatempi - ad eccezione di quello che voi ben sapete, Forse ben nascosto da qualche parte, vi è un acquerello che da anni non avete più toccato, o un ricamo di lana, una fisarmonica, un tavolo da ping-pong, o gli attrezzi per il tric-trac, una collezione di nastri incisi, o appunti per un romanzo. Per alcuni di noi è stata una buona cosa il riscoprirli, rispolverarli e fare un nuovo tentativo, Se poi decidete che non fanno più per voi, liberatevene.

8.    Ci siamo iscritti a un corso qualsiasi - desideravate parlare lo swahili o il russo? Vi piacciono la storia o la matematica? Vi interessano l’archeologia o l’antropologia? Si possono certamente trovare corsi per corrispondenza, corsi di istruzione alla televisione o classi per adulti (solo per se stessi, e non necessariamente per trarne lustro) che magari si ten­gono una volta la settimana. Perché non provare con uno? Molti di noi hanno visto che corsi simili possono non solo cambiare piacevolmente la dimensione della vita, ma possono portare a una nuova carriera.

Se lo studio diviene un peso, comunque, non esitate ad abbando­nano. Avete il diritto di cambiare parere e abbandonare qualsiasi cosa; essere “uno che lascia” può richiedere coraggio e molta saggezza se si lascia qualcosa che non andava bene o che non aggiungeva nulla di posi­tivo, o piacevole, o salutare alla nostra vita.

9.    Ci siamo offerti come volontari per servizi utili - moltissimi ospedali, istituti per bambini, chiese, e altre istituzioni e organizzazioni, cercano disperatamente dei volontari per ogni tipo di attività. La scelta è molto ampia: si può leggere a chi non ha più la vista o raccogliere firme per una petizione politica. Provate con un qualsiasi vicino ospedale, chiesa, ufficio governativo o associazione civile per scoprire i servizi di volontariato necessari alla vostra comunità, Abbiamo scoperto che ci sentiamo molto meglio quando contribuiamo, anche se con un piccolo servizio, al benessere dei nostri simili. Anche solo informarsi sulla possibilità di tali servizi è di per sé interessante e istruttivo.

10.  Abbiamo fatto qualcosa per curare la nostra persona - la maggior parte di noi si lascia andare un po’ troppo. Un nuovo taglio di capelli, degli abiti nuovi, nuovi guanti, o addirittura denti nuovi, hanno un ef­fetto meraviglioso. Avevamo spesso avuto l’intenzione di fare qualcosa di simile, e i primi mesi di sobrietà sembrano il momento giusto per tali cose.

11.  Ci siamo lasciati andare a qualcosa di frivolo - non tutto quel che facciamo deve essere uno sforzo per migliorare, sebbene qualsiasi sforzo a ciò diretto sia valido e ci porti a una maggiore stima di noi stessi. Per molti è importante riuscire a equilibrare i periodi di impegno con cose che si fanno per puro divertimento. Vi piacciono i fumetti? gli zoo? ma­sticare gomma americana? i film dei Fratelli Marx? la musica soul? leg­gere libri di fantascienza o storie poliziesche? prendere il sole? andare sulla neve? Se niente di tutto questo vi interessa, trovate qualche altra cosa, non alcolica, che vi porti null’altro se non un vero e proprio diver­timento, e divertitevi “a secco”, Ve lo meritate.

12. …………………………………………………………………………..    -   Riempite questo punto voi stessi. Speriamo che la nostra lista vi ab­bia fatto venire un’idea buona per voi, diversa da tutte quelle citate. Ci siete riusciti? Bene! Dedicatevi a quella.

Un attimo di attenzione però. Alcuni di noi hanno riscontrato di avere una tendenza a fare troppo e a provare troppe cose nello stesso tempo. Abbiamo un buon deterrente per questo, e potrete leggerlo al n.18. Si chiama “Dai tempo al tempo!”.

(dal libro "Vivere sobri")


 






riconciliarci con chi abbiamo leso...

Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri

    Durante il periodo attivo, eravamo anche inconsapevoli di provocare danni. L'alcol, si era impossessato delle nostre cellule cerebrali, e agivamo con la convinzione di agire in modo giusto. Ma ora usiamo il "senno di poi".
    Fare ammenda di tutti i "disagi" che abbiamo procurato ai nostri cari, ai nostri vicini di casa, o anche a chi, per il solo gusto di farlo, ci sembrava inferiore a noi, è un'impresa titanica. Molti di questi torti, devono essere vagliati attentamente. Avendo preparato un elenco delle persone lese, cerchiamo di vagliare attentamente come, dove e quando riparare i danni. Come per tutti i passi del nostro percorso, occorre una buona dose di umiltà e onestà. A volte non è semplice chiedere scusa a chi ha subìto un torto permanente a causa nostra. Le scuse in determinati casi, recano più danno che dimenticare il passato.
    Se non siamo stati buon genitori, possiamo chiedere scusa, ma se i figli hanno subìto un danno irreparabile dalla nostra aggressività o dal nostro modo troppo accondiscendente, allora sarebbe buona cosa lasciare perdere le scuse, ma rimediare con il nostro comportamento e consapevolezza delle nostre azioni coscienti o no. Possiamo rimediare cambiando atteggiamento e con i fatti, che valgono molto di più delle parole. Lo noterà soprattutto chi, "a quel tempo" ha capito che non eravamo in grado di intendere e di volere.  Se affiora il pensiero che a nostra volta siamo stati umiliati e offesi, chiediamoci se lo abbiamo meritato o addirittura provocato. Il fare ammenda non sia l'occasione per rivendicare, bensì il passaggio dalla superficialità alla responsabilità.
    Ammenda significa presa di coscienza che alcune lesioni sono state fatte consapevolmente. Ecco allora che dobbiamo porre rimedio in funzione a noi stessi. Se ad esempio ho contratto un debito, anche banale, posso e devo porre rimedio non solo in proporzione alla cifra dovuta, deve anche soddisfare la mia esigenza di mettermi a posto con la propria coscienza. Lo scopo del "fare ammenda" è chiedere scusa, riparare il danno e riconciliarci con chi abbiamo leso, e contemporaneamente, riconciliarci con noi stessi - talvolta siamo noi ad averne più bisogno.
    Infine, affrontare senza paura l'eventualità del giudizio, fa parte della nostra crescita se percorriamo questa tappa con la volontà di guadagnare la serenità per noi stessi, e ad altri.


 






44 Se entro in Alcolisti Anonimi, non sapranno poi tutti che sono un alcolista?

   L’anonimato è ed è sempre stato la base del Pro­gramma di A.A. Può accadere che dopo qualche tempo, molti membri non abbiano particolari obie­zioni al fatto che si venga a sapere che fanno parte di un gruppo dove trovano l’aiuto necessario per ri­manere sobri. Ma, per tradizione, gli A.A. non di­vulgano mai i loro cognomi sulla stampa, né tramite la radio né attraverso qualsiasi altro mezzo di comu­nicazione e nessuno ha diritto di violare l’anonimato di un altro A.A.

   Questo significa che il nuovo arrivato può rivol­gersi ad A.A. con la certezza che nessuno dei suoi nuovi amici violerà il segreto su confidenze relative al suo problema. I più anziani del gruppo riescono a comprendere che cosa prova il nuovo arrivato, perché essi stessi ricordano il proprio timore di poter essere additati pubblicamente con quello che sembra essere un appellativo terribile: “alcolista”.

   Una volta entrato in A.A., il nuovo arrivato può anche sorridere del fatto di essersi preoccupato che altri venissero a sapere che egli aveva smesso di be­re. Quando sta bevendo, le notizie delle follie com­messe da un bevitore si spargono piuttosto veloce­mente. Molti alcolisti si sono creati da soli la fama di sperimentati ubriaconi, prima di raggiungere A.A. Le loro bevute, salvo rare eccezioni, non erano cer­tamente un segreto ben custodito. Stando così le co­se, sarebbe piuttosto strano che anche la buona noti­zia riguardante la perdurante sobrietà di un alcolista non suscitasse dei commenti.

   A ogni buon conto, l’entrata di un nuovo amico in A.A. non può essere resa nota da alcuno, per alcuna ragione, se non dallo stesso nuovo venuto e anche da lui in una forma che non rechi danno all’Associa­zione.

 

 (dal libro 44 domande 44 risposte su Alcolisti Anonimi)


 






44 Perché A.A. per alcuni sembra non essere efficace?

 

La risposta è che A.A. è di aiuto solamente a coloro che ammettono sinceramente di essere alcolisti e desiderano onestamente smettere di bere, e che riescono a fare in modo che questi concetti occupino sempre il primo posto nella loro mente.

A.A. non potrà aver successo per l’uomo o la donna che fa delle riserve nell’ammissione di essere alcolista, e che si aggrappa alla speranza di riuscire, in qualche modo, a bere di nuovo in modo normale.

Gran parte delle autorità mediche affermano che un alcolista non riuscirà mai a tornare a bere normalmente. L’alcolista deve ammettere e accettare nel suo intimo questa verità fondamentale. Unito a questa ammissione e accettazione dovrà esserci il desiderio di smettere di bere.

Poi ci sono coloro che, dopo essere rimasti sobri per un certo periodo di tempo in A.A., sembrano dimenticare di essere alcolisti. La loro sobrietà li fa sentire troppo sicuri di sé, e allora decidono di sperimentare nuovamente l’alcol. Il risultato di tale esperimento è sicuramente prevedibile per un alcolista. Il loro modo di bere invariabilmente e inesorabilmente peggiora progressivamente.

(dall'opuscolo "44 domande 44 risposte su Alcolisti Anonimi")

 


 






CI PROVIAMO (Il meglio di Bill)

La mia stabilità
è arrivata quando ho cercato di dare,
e non quando ho cercato di ricevere.

(da Il meglio di Bill, pagg.46-47)


Fino a quando cerco con tutto il cuore e con tutta l'anima di trasmettere agli altri quello che mi è stato trasmesso, e non chiedo nulla in cambio, la vita è bella.

Prima di entrare nel programma di Alcolisti Anonimi non ero mai in grado di dare senza chiedere qualcosa in cambio. Non sapevo che, una volta che avessi iniziato a dare liberamente tutto me stesso, avrei iniziato a ricevere senza aspettarmi o chiedere nulla.

Ricevo anch'io quello che ricevette Bill: stabilità nel mio programma AA, dentro me stesso; ma soprattutto nei miei rapporti con il mio Potere superiore che io ho scelto di chiamare DIO...


 






Una guida per vivere - "Solo per oggi"

Una guida per vivere 

"Solo per oggi"

L'idea di vivere 24 ore alla volta si applica principalmente alla vita emotiva di ciascuno.  dal punto di vista emotivo, non dobbiamo pensare né a ieri né al domani.  Ma non mi è mai passato per la mente di pensare che ciò significa che l'individuo, il gruppo o A. A, nel suo insieme non debba pensare a cosa fare domani o anche in un futuro più lontano.  La sola fede non avrebbe mai potuto costruire la casa di cui vivete. E' servito un progetto e un bel po' di lavoro per realizzare concretamente.  

(Bill,  1954)

 

SOLO PER OGGI cercherò di vivere pensando soltanto all'oggi, senza voler affrontare in un sol colpo tutti i problemi della vita.  Per dodici ore posso riuscire a fare ciò che mi spaventerebbe se pensassi dover continuare a farlo per il resto della mia esistenza. 

SOLO PER OGGI voglio essere felice. La maggior parte della gente è felice nella misura in cui si predispone a essere. 

SOLO PER OGGI sarò io ad adeguarmi alle circostanze, invece di cercare di modificare tutto secondo i miei desideri.  Accetterò il mio destino come viene, cercando di adattarmi ad esso. 

SOLO PER OGGI  cercherò di rafforzare il mio animo. Studierò, imparerò qualcosa di utile, eviterò la pigrizia mentale. Leggerò qualcosa che richieda impegno, riflessione e capacità di concentrazione. 

SOLO PER OGGI eserciterò il mio spirito in tre modi. Farò il segreto del bene a qualcuno ;non avrà importanza che gli altri so sappiano o meno.  Farò almeno due cose che non mi piacciono, solo per esercizio.  Non mostrerò a nessuno che i miei sentimenti sono stati feriti; anche se fosse così per oggi non lo darò a vedere. 

SOLO PER OGGI sarò ben disposto con tutti. cercherò di apparire al meglio possibile, mi vestirò come si deve, non alzerò la voce, mi comporterò con cortesia, non farò la minima critica, non mi lamenterò di niente e non cercherò di migliorare o controllare nessun altro che me stesso. 

SOLO PER OGGI mi farò un programma. Posso anche non rispettarlo esattamente, ma lo avrò. Sarò al sicuro da due flagelli: la fretta e l'indecisione. 

SOLO PER OGGI troverò una tranquilla mezzora tutta per me, per rilassarmi. In questa mezz'ora presto o tardi, riuscirò a vedere la vita da un punto di vista migliore. 

SOLO PER OGGI non avrò paura. Non avrò paura sopratutto di gioire  di ciò che è bello e credere che, e di credere che, come io do al mondo, così il mondo darà a me.

 

IERI....OGGI....DOMANI

Sono due i giorni della settimana di cui non dovremmo preoccuparci, due giorni che dovrebbero essere tenuti liberi da paure e apprensioni.

Uno di questi giorni è IERI, con i suoi errori e problemi, le sue colpe e delusioni, i suoi dolori e le sue pene. IERI è finito per sempre ed è fuori dal nostro controllo tutto l’oro del mondo non può riportarci a IERI. Non possiamo cancellare nessuna cosa fatta, né una parola detta. IERI è andato via.

L’altro giorno per cui non dovremmo provare ansia è DOMANI, con le sue possibili avversità, le sue grandi promesse non sempre mantenute. Anche DOMANI è fuori dal nostro controllo. Domani il sole sorgerà, in un cielo sereno o pieno di nubi, ma sorgerà. Finché sarà così non vi avremo alcuna parte, dal momento che appartiene al futuro.

Rimane solo l’OGGI. Ognuno può combattere la battaglia di un solo giorno. E’ solo quando sommiamo il peso di queste due terribili eternità – IERI E DOMANI – che crolliamo. Non è quello che viviamo OGGI che ci conduce alla follia, è il rimorso o l’amarezza per ciò che è accaduto IERI e la paura di quel che può portare il DOMANI.

VIVIAMO DUNQUE UN GIORNO ALLA VOLTA






Abbiamo ancora il "diritto di sbagliare"? • Il nostro più grave pericolo: La rigidità

Il nostro più grave pericolo: La rigidità - di Bob Pearson (traduzione di D. , F. , S.)

Abbiamo ancora "il diritto di sbagliare" (12&12, p.219) ? Nel 2015, con l'Associazione che compie 80 anni, potremmo finalmente comportarci saggiamente, tenendo in cosiderazione le esperienze di chi le ha vissute e tramandate a noi. 
Nel suo discorso Bob Pearson indicava le convinzioni e i comportamenti che riteneva nocivi per A.A.  Sul sito Amiciaanonimi, l'amministratore Aldo lo aveva rinominato col titolo "Il diacono sanguinante: un vero pericolo per il gruppo" e mantenuto in cima all'elenco degli articoli. Il discorso merita di essere sottratto all'oblio con la pubblicazione su questo sito.

Bob Pearson (1917-2008) è stato General Manager e poi Senior Advisor presso General Service Office (GSO, Ufficio dei Servizi generali). La sua storia è nel Grande libro, "AA gli insegnò a gestire la Sobrietà", 3a e 4a ed. inglese. Tenne un vigoroso ed entusiasmante discorso di chiusura della Conferenza americana del 1986, sua ultima Conferenza prima di ritirarsi. Gli stralci del suo discorso di commiato sono dal rapporto conclusivo di quella Conferenza.

 - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -


<<  Questa è la mia diciottesima Conferenza (...)  dunque è una esperienza carica di emozione. (...), mi rifarò al detto arabo citato da Bill nel suo ultimo messaggio, "Vi ringrazio per le vostre vite”. Perché senza le vostre vite, quasi sicuramente non avrei avuto affatto una vita, tantomeno la vita incredibilmente ricca di cui ho goduto.

Vorrei dedicare i miei pensieri al futuro di AA. Non ho niente in comune con quei diaconi sanguinanti che screditano ogni cambiamento e vedono lo stato dell'Associazione con pessimismo e preoccupazione. Al contrario, dalla mia prospettiva di quasi un quarto di secolo, vedo AA più ampia, sana, più dinamica, in più rapida crescita, più universale, più attenta al servizio, più consapevole dell'essenziale, e più spirituale -eccòme- di quando attraversai la porta della mia prima riunione a Greenwich, Connecticut, solo un anno dopo la famosa Convenzione di Long Beach (1960). AA è fiorita oltre ogni folle sogno dei membri fondatori, tranne, forse, dello stesso Bill, poiché egli fu autenticamente visionario.

Concordo con quelli che credono che se mai questa Associazione vacillerà o fallirà, non sarà per qualche causa esterna. No, non sarà a causa dei centri di cura o dei professionisti in campo, o della letteratura non approvata dalla Conferenza, o dei giovani, o di coloro che hanno più dipendenze, o addirittura dei "drogati" che tentano di venire alle nostre riunioni chiuse. Se aderiamo strettamente alle nostre Tradizioni, Concetti e Garanzie, e se manteniamo una mente aperta e un cuore aperto, noi possiamo affrontare questi e tutti gli altri problemi che abbiamo o che semmai avremo. Se mai ci esauriremo o falliremo, sarà semplicemente per causa nostra. Sarà perché non riusciamo a controllare il nostro stesso ego o ad andare d'accordo tra di noi. Sarà perché abbiamo troppa paura e rigidità, e non abbastanza fiducia e buonsenso.

Se mi chiedeste qual'è il più grande pericolo a cui AA e è oggi esposta, dovrei rispondere: la crescente rigidità - l'aumentata richiesta di risposte assolute a questioni cavillose; la pressione perché il GSO-USG faccia rispettare le nostre Tradizioni; il vaglio degli alcolizzati alle riunioni chiuse; la proibizione di letteratura non approvata dalla Conferenza, ad esempio vietando libri; caricare i gruppi e i membri di un numero crescente di regole. E in questa tendenza verso la rigidità, stiamo scivolando sempre più lontano dai nostri co-fondatori. Bill, in particolare, si starà rivoltando nella tomba, perché lui era forse la persona più permissiva che io abbia mai incontrato. Una delle sue frasi predilette era "Ogni gruppo ha il diritto di sbagliare/essere in torto". Era follemente tollerante verso i suoi critici, e aveva totale fiducia che le colpe in AA contenessero in sé la loro stessa espiazione.

E anche io lo credo, perciò, in ultima analisi, non stiamo per andare in pezzi. Non vacilleremo né falliremo. Alla Convenzione internazionale di Miami 1970, io ero tra gli spettatori, quel sabato mattina, quando Bill fece la sua ultima breve apparizione pubblica. Era troppo malato per prendere parte a tutti gli eventi in programma, ma ecco, senza preavviso, al sabato mattina, lo fecero riemergere da dietro il palco su una sedia a rotelle, attaccato con dei tubi alla bombola di ossigeno. Indossando una ridicola giacca di color arancione brillante, da comitato di accoglienza, sollevò in piedi il suo corpo spigoloso e raggiunse faticosamente il podio - e scoppiò il pandemonio. Pensavo che il fragore dell'applauso e delle acclamazioni non sarebbe finito mai, mentre le lacrime scendevano su ogni guancia. Alla fine, con voce decisa, con lo stile di una volta, Bill pronunciò alcune frasi gentili sulla immensa folla, l'effluvio di amore e i tanti membri d'oltremare presenti, finendo -per come ricordo io- con queste parole: "Se guardo questa folla, so che Alcolisti Anonimi vivrà mille anni - se questa è la volontà di Dio".
 >>



Fonti in rete:
hindsfoot. org/pearson. html (utilizzata qui)
gsowatch. aamo. info/pearson. htm,
www. barefootsworld. net/aa-rigidity. html


 






La Scuola di Vita degli A.A. (clvb 143)

La Scuola di Vita degli A.A.

In Alcolisti Anonimi, suppongo che litigheremo sempre un bel po’. Soprattutto, penso, su come aiutare meglio il maggior numero di alcolisti. Faremo puerili battibecchi a causa di piccole questioni finanziarie e su chi condurrà il nostro gruppo per i sei mesi seguenti. Qualsiasi gruppo di bambini (e questo è ciò che siamo) non sarebbero sé stessi se non facessero così.

Questi sono i dolori della crescita, e ora li stiamo soffrendo. Superare questi problemi, nella severa scuola di Alcolisti Anonimi, è un esercizio salutare.

(da A.A. diventa adulta, p. 277-278 )


 






COME PREGHI?” (dal libro GIUNSI A CREDERE).

Molte volte, mentre stavo bevendo, chiedevo a Dio di aiu­tarmi e terminavo insultandolo con tutti i peggiori epiteti che riuscivo a pensare e a dire: “Se sei così onnipotente, perché permetti che di nuovo mi ubriachi e mi metta nei guai?” .

Un giorno, mentre me ne stavo seduto sulla sponda del let­to, sentendomi tutto solo, con una pallottola in mano, pronto a caricarla nel fucile, gridai: “Se c’è un Dio, che mi dia il coraggio di premere il grilletto”.

Una voce sommessa e molto chiara parlò: “Getta via quel­la pallottola” e io la scagliai fuori della porta.

In un momento di calma, mi gettai in ginocchio e quella voce parlò ancora: “Chiama Alcolisti Anonimi”.

Trasalii. Guardai attorno chiedendomi da dove venisse la voce e urlai: “Oh Dio!”. Balzai in piedi e corsi al telefono. Lo avevo appena afferrato che mi casco a terra. Mi ci misi a sedere vicino e, con mano tremante, chiamai la centralinista e le urlai di chiamare A.A.

“La metto in comunicazione con le informazioni”, disse.

“Sto tremando troppo per formare altri numeri. Vada al diavolo!”.

Non so spiegare perché non riattaccai. Rimasi seduto a terra con il ricevitore all’orecchio finché udii: “Buon pome­riggio. Alcolisti Anonimi. Possiamo esserle d’aiuto?”

Dopo quattro mesi di sobrietà in A.A. mia moglie e io sia­mo tornati insieme. Avevo sempre detto che era per colpa sua che bevevo tanto: tutti quei ragazzini che urlavano e le sue lamentele avrebbero costretto qualsiasi persona a bere. Dopo tre mesi che andavamo insieme in A.A., mi accorsi quale mo­glie e madre meravigliosa fosse. Per la prima volta conoscevo il vero amore invece di strumentalizzare mia moglie.

Poi la cosa accadde. Mi aveva sempre spaventato l’amore. Per me amare significava perdere. Credevo che quello fosse il modo in cui Dio mi puniva per tutti i peccati che avevo com­messo. Mia moglie si ammalò gravemente e fu ricoverata di urgenza all’ospedale. Aveva un cancro, mi disse alla fine un me­dico. Poteva anche non sopravvivere all’operazione, disse, e se lo avesse fatto la morte sarebbe stata solo questione di ore.

Voltai le spalle e corsi giù nella sala d’aspetto. Tutto ciò che riuscivo a pensare era di avere una bottiglia. Sapevo che se fossi uscito da quella porta Io avrei fatto. Ma un Potere più grande di me mi costrinse a fermarmi e a urlare: “Mio Dio, infermiera! Chiami A.A.!”.

Corsi in gabinetto e rimasi là a piangere e a implorare Dio di prendere me al posto di mia moglie. Di nuovo mi assalì la paura e compatendomi dissi: “È questa la ricompensa che ho cercando di mettere in pratica quei dannati Passi?”.

Alzai lo sguardo e la stanza si era riempita di uomini che mi guardavano. Mi parve che tutti contemporaneamente mi ten­dessero la mano e si presentassero: “Noi siamo di A.A.”.

“Sfogati , disse uno di loro, ti sentirai meglio. E noi ti capiamo”.

Chiesi loro: “Perché Dio mi tratta così? Ce L’ho messa tut­ta e quella povera donna...”.

Uno degli uomini m’interruppe e chiese: “Come preghi?”. Risposi che chiedevo a Dio di non prendere lei, ma me. Lui al­lora disse: Perché non chiedi a Dio di darti la forza e il co­raggio di accettare la Sua volontà? Di “sia fatta la Tua volontà, non la mia”.

Sì, quella fu la prima volta nella vita che pregai perché fosse fatta la Sua volontà. Guardandomi indietro, vedo che ho sempre chiesto a Dio di fare le cose a modo mio.

Stavo seduto nel corridoio con gli uomini di A.A., quando due chirurghi mi si avvicinarono e uno di loro chiese di par­larmi in privato.

Udii me stesso rispondere: “Qualunque cosa deve dire, lo può dire davanti a loro. Sono miei amici”.

Allora parlò il primo dottore: “Abbiamo fatto tutto il pos­sibile per lei. È ancora in vita ma è tutto quanto siamo in grado di dire”.

Uno di A.A. mi mise un braccio intorno e mi disse: “Ora, perché non la affidi al Chirurgo più grande di tutti loro messi assieme? ChiediGli di darti il coraggio di accettare”. Tutti ci prendemmo per mano e ci unimmo nella Preghiera della Sere­nità.

Non ricordo quanto tempo passasse. La prima cosa che udii fu un’infermiera che mi chiamava per nome e che disse dolcemente: “Può vedere sua moglie ora, ma solo per due minuti”.

Salendo di corsa alla stanza, ringraziai Dio che mi dava l’opportunità di far sapere a mia moglie che l’amavo e che ero pentito del mio passato. Mi attendevo di vedere una donna mo­rente, invece con mia sorpresa mia moglie aveva il sorriso sul volto e lacrime di gioia negli occhi. Tentò di alzare le braccia e con voce debole mi disse: “Non mi hai abbandonata per an­dare a ubriacarti”.

Questo accadde tre anni e quattro mesi fa. Oggi siamo an­cora insieme. Lei segue il suo programma in Al-Anon, io il mio; entrambi viviamo nel presente, giorno per giorno.

Dio ha risposto alle mie preghiere attraverso le persone di A.A.


 





Uscire dalla trappola del “se” (dal libro Vivere sobri)

I coinvolgimenti emotivi non sono i soli fattori che possono colpire pericolosamente la nostra sobrietà. Alcuni di noi hanno la tendenza a condizionare in altri modi la propria sobrietà, pur senza averne l’inten­zione.

Un membro di AA dice: “Noi ubriaconi* siamo persone piene di “se”. Nei giorni in cui bevevamo, eravamo spesso pieni di “sé”, oltre che di liquore. Molti dei nostri sogni ad occhi aperti iniziavano con un “Se solo,,,” e continuavamo a dire a noi stessi che non ci saremmo ubria­cati se qualcosa o qualcos’altro non fosse successo, o che non avremmo avuto affatto il problema di bere se so/o...”.

Noi tutti inseguivamo quell’ultimo “se” con le nostre giustificazio­ni (scuse?) al nostro bere. Ognuno di noi pensava: Non berrei in questo modo…

Se non fosse per mia moglie (o marito o amante)... se solo avessi più soldi e meno debiti... se non fosse per tutti questi problemi familia­ri…. se non fossi così sotto pressione... se avessi un lavoro migliore o un posto migliore in cui vivere… se la gente mi capisse... se le condizioni del mondo non fossero così disgustose... se gli esseri umani fossero più gentili, più rispettosi dei sentimenti altrui, più onesti,., se gli altri non mi invitassero sempre a bere... se non fosse per la guerra (qualsiasi guer­ra)… e così via ancora e ancora.

Guardando a ritroso a questo tipo di pensieri e al comportamento che ne derivava, vediamo ora che stavamo realmente lasciando che gli avvenimenti esterni controllassero gran parte della nostra vita.

Quando smettiamo di bere, all’inizio molti di questi pensieri si riti­rano alloro giusto posto nella nostra mente. A livello personale, molti d’essi spariscono del tutto non appena iniziamo a essere sobri, e comin­ciamo a vedere cosa saremo in grado di fare, un giorno, per gli altri. Nel frattempo, la nostra vita di persone sobrie è senz’altro migliore, qualsia­si altra cosa stia succedendo. Ma poi, dopo un po’ che siamo sobri, per alcuni di noi c’è un periodo in cui, ahi!, una nuova scoperta ci dà uno schiaffo in piena faccia. Lo stesso modo di pensare “incerto”, abituale quando bevevamo, senza che ce ne accorgiamo, si unisce all’idea di non bere. Inconsciamente, abbiamo imposto delle condizioni alla nostra so­brietà. Abbiamo iniziato a pensare che la sobrietà è proprio bella se tut­to va bene, o e niente va di traverso.

In realtà, stiamo ignorando la natura biochimica e immutabile del nostro disturbo. L’alcolismo non rispetta alcun “se”. Non e ne va, né per una settimana, né per un giorno, e neppure per un’ora, lasciandoci non-alcolisti e in grado di bere ancora in qualche occasione speciale o per qualche ragione straordinaria — neppure se è un avvenimento di quelli che capitano una volta nella vita, o se ci colpisce un grande dispiacere, o se piove in Spagna o se le stelle cadono in Alabama. L’alcoli mo per noi è incondizionato, senza concessioni possibili e a nessun prezzo.

Può darsi che ci voglia un po’ di tempo per far entrare questo con­cetto fin nel midollo delle nostre ossa, E a volte non ci rendiamo conto delle condizioni che abbiamo imposto alla nostra guarigione finché qual­cosa, e non per causa nostra, non va per storto, Allora, ecco! Ci siamo. Non avevamo tenuto conto di quell’avvenimento.

Il pensiero di un bicchiere è naturale di fronte a una delusione scioc­cante. Se non otteniamo l’aumento, la promozione o il posto di lavoro su cui avevamo contato, o se la nostra vita affettiva prende una brutta piega, o se qualcuno ci maltratta, allora vediamo che forse abbiamo fat­to conto su certe circostanze perché ci aiutassero a rimanere sobri.

Da qualche parte, sepolta in una segreta sinuosità della nostra ma­teria grigia, avevamo una piccola riserva, una condizione alla nostra so­brietà; e stava proprio aspettando di entrare in azione. Continuavamo a pensare: Ohé! La sobrietà è una gran cosa e intendo tener “duro”, Non sentivamo neppure il lieve sussurrio della nostra riserva mentale: “Chia­ramente, se ogni cosa andrà per il suo verso”,

Non possiamo permetterci quei “se”; dobbiamo restare sobri senza preoccuparci di come ci tratta la vita, senza preoccuparci se i non-alcolisti apprezzano o meno la nostra sobrietà. La nostra sobrietà deve essere in­dipendente da qualsiasi altra cosa, non essere legata ad altre persone e non vincolata da restrizioni o condizioni.

Più volte abbiamo riscontrato che non possiamo restare sobri a lun­go per il bene d’una moglie, d’un marito, dei bambini, d’un fidanzato, dei genitori o d’un altro parente o amico, e neppure nell’interesse del lavoro, né per far piacere al principale (o al dottore, o al giudice o al creditore), né per alcun altro al di fuori di noi stessi.

Legare la nostra sobrietà a qualsiasi persona (anche un altro alcolista recuperato) o a qualsiasi circostanza è sciocco e pericoloso. Quando pensiamo: “Rimarrò sobrio se..,” oppure “non berrò a causa di...” (e completiamo tali frasi a seconda delle circostanze, dimenticandoci del nostro desiderio di star bene e dell’interesse per la nostra salute), invo­lontariamente ci prepariamo a bere quando varieranno la condizione o la persona o la circostanza. E ognuna di queste può cambiare in ogni momento.

Indipendente e non affidata a altra cosa, la nostra sobrietà può raf­forzarsi al punto di metterci in grado di affrontare tutto e tutti. E, come voi stessi vedrete, quel modo di sentire, tra l’altro, comincia ben presto a piacerci.


* Alcuni A.A. fra noi, indipendentemente dal periodo di sobrietà, sogliono definirsi “ubriaconi”. Altri preferiscono “Alcolisti”. Ci sono buone ragioni per entrambi i termini. “Ubriacone” è un termine allegro, tende a mantenere l’ego nei suoi limiti e ci ricorda la nostra inclinazione al bere. “Alcolisti” è un termine altrettanto esatto, ma più dignitoso e più in linea con l’idea, ora ampiamente accettata, che l’alcolismo è una malattia perfettamente rispettabile e non una volontaria indulgenza verso sé stessi.


 






Come si diventa membro di un gruppo? (Il gruppo...)

Noi diciamo abitualmente che qualcuno è membro di A.A. quando lui o lei dichiarano di esserlo. La sesta Tra­dizione dice: o L’unico requisito per essere membro di A.A. è il desiderio di smettere di bere » e nessuno di noi può avere la pretesa di giudicare il desiderio nel cuore di un altro.

Per essere membro di un gruppo basta semplicemente frequentarne le riunioni abbastanza regolarmente. La mag­gior parte dei gruppi ha da lungo tempo rinunciato a cose che somiglino a qualsiasi procedura formale, o cerimonia di « iniziazione o, anche se naturalmente, moltissimi grup­pi cercano di tenere degli elenchi riservati dei nomi dei membri che vogliono essere tenuti al corrente delle riunio­ni speciali di A.A. o su altri fatti, oppure che sono a di­sposizione per interventi da dodicesimo passo e inoltre per conservare notizie generiche sulla consistenza dei mem­bri da mandare per gli Elenchi dei gruppi A.A.

La maggior parte dei membri si sente di casa in un particolare gruppo, più che non in altri, e lo considera il suo gruppo familiare, nel quale accetta delle responsabi­lità e cerca di cementare le amicizie. Essi non si immi­schiano invece negli affari o nella condotta del gruppo che visitano e nel quale non accetterebbero nessun in­carico di servizio.

A.A. non è un campo destinato alla competizione in­dividuale o di gruppo; come vedere quale gruppo è più grande o chi rimane sobrio più a lungo o quale gruppo fornisce il servizio migliore, oppure chi sia l’oratore più ricercato. Perciò tutti i membri di A.A. saranno i benvenuti alle riunioni di tutti i gruppi e si sentiranno di casa in qualsiasi gruppo di Alcolisti Anonimi.

 

(dall'opuscolo "Il gruppo di A.A dove tutto ha inizio")

 





Il nostro metodo

Capitolo 5

Raramente abbiamo visto una persona che, seguendo il cammino percorso da noi, non sia riuscita a vincere l'alcol. I non recuperabili sono quelli che non possono o non vogliono seguire il nostro semplice Programma, di solito persone che per natura sono incapaci di essere oneste con se stesse. Purtroppo, ci sono casi del genere. Non hanno colpa, perché forse sono nate con questa tendenza, sono per natura incapaci di comprendere e sviluppare un sistema di vita che esiga un'onestà rigorosa. Le loro possibilità di recupero sono limitate. Ci sono anche degli individui che soffrono di qualche grave anomalia psichica ed emotiva, ma molti di questi si salvano se hanno la capacità di essere onesti.

Le nostre storie personali mettono in risalto ciò che eravamo, ciò che ci è successo e quello che siamo ora. Se anche voi volete raggiungere ciò che noi abbiamo e se siete disposti a tutto per ottenere i nostri risultati, allora siete pronti a fare certi passi.

Non li abbiamo accettati tutti subito. Pensavamo di poter trovare una via più facile, più morbida. Ma non ci siamo riusciti. Con tutta l'energia e l'onestà che possediamo, vi imploriamo di essere forti e metodici fin dalle prime tappe di questa risalita. Qualcuno ha cercato di attenersi ai suoi vecchi sistemi e il risultato è stato zero finché non li ha abbandonati...

 

"Alcolisti Anonimi", capitolo 5: "Il nostro metodo"


 





 

video chat

Se non sei ancora iscritto al gruppo arcobaleno invia una mail a adminpaolo58@aiutoalcolistianonimi.it

Amministratore sito Paolo58

 

 





Solo tu puoi decidere se sei un alcolista o meno. Se hai qualche dubbio prova a rispondere alle domande del questionario da scaricare; pur non essendo un test specifico il questionario può aiutarti a riflettere sulla tua situazione.

 

  SCARICA IL QUESTIONARIO