Se riusciste a pro­varmi logicamente che esiste un Dio personale… (da "Giunsi a credere")

I miei genitori mi dettero una fede che persi in seguito.

No, non era una fede religiosa, sebbene fossi rimasto influen­zato dall’insegnamento di due sette. Nessuna mi fu imposta; mi limitai a svignarmela per la noia e la mia fragile, superfi­ciale fede in Dio svanì non appena cercai di pensarci sopra.

Era una fede nella gente quella che mi dettero i miei ge­nitori, entrambi amandomi e rispettandomi come un indivi­duo autorizzato a fare le sue scelte. Accettai questo amore e lo ricambiai senza domande, come un fatto naturale.

Nel mondo esterno continuavo ad avere la sensazione di essere sotto una benevola protezione; i miei immediati supe­riori (di entrambi i sessi) sembravano considerarmi con la stes­sa gentilezza dei miei insegnanti. Stranamente, la mia buona fortuna talvolta mi seccava: “Che succede?”, mi chiedevo, “Risveglio l’istinto materno?”. Poiché c’era in me un elemento in guerra con la mia fede nella gente. Era un furioso e sprez­zante orgoglio, un impulso alla totale indipendenza. Con i miei coetanei ero sempre penosamente timido, e anche allora in­terpretavo questo ostacolo esattamente come un simbolo di egoismo, paura che gli altri non concordassero con l’alta opinione che avevo di me.

Questa valutazione non comprendeva certamente il qua­dro di me ubriaco. Spesso sospetto che l’orgoglio uccida tanti alcolisti quanti ne uccide l’alcool. Avrei potuto facilmente es­sere una delle vittime perché la mia reazione all’alcolismo sempre crescente fu principalmente uno sforzo spasmodico per nasconderlo, Chiedere aiuto? Che idea!

Venne il giorno che il mio orgoglio fu schiacciato (tem­poraneamente) e chiesi aiuto. Mi appellai a gente estranea. Ma il mio orgoglio, che riemergeva appena mi ritornava la sa­lute, ostacolò i miei primi due contatti con A.A. (durante que­sto intervallo, mi aiutarono amici non alcolisti, non richiesti). Dopo aver fallito ancora nel riconquistare la mia abilità di bevitore sociale, mi convinsi e cominciai a partecipare ad A.A. assiduamente.

Fortunatamente frequentai il gruppo che dedicava le sue riunioni chiuse alla discussione dei Passi. La maggior parte dei membri aveva i propri concetti su un Dio personale; l’at­mosfera di fede che mi circondava era così viva che a volte credevo di essere sul punto di farmi coinvolgere. Non accadde mai. Eppure trovavo che i Passi rivelavano nuove profondità di significato a ogni discussione.

Nel Secondo Passo, il “Potere Superiore” significava A.A., ma non solo i membri che io conoscevo. Significava tutti noi, ovunque, che provavano considerazione l’uno per l’altro e perciò creavamo una risorsa spirituale più forte di quella che il singolo riuscisse a fornire. Una donna appartenente al mio gruppo credeva che le anime degli alcolisti defunti, comprese quelle di tempi precedenti ad A.A., contribuissero a questa sor­gente di fratellanza. L’idea era così bella che avrei desiderato crederci anch’io.

All’inizio, il Terzo Passo era semplicemente il modo in cui mi sentivo nelle mattine senza nausea all’inizio della so­brietà; seduto alla finestra, in giorni che sembravano sempre soleggiati; senza alcuna prospettiva immediata di occupazio­ne e, tuttavia, perfettamente felice e fiducioso. Poi il Passo divenne una gioiosa accettazione del mio posto nel mondo:

“Non ho idea di Chi o Cosa stia interpretando lo spettacolo, ma so che non sono io!” E vedevo anche il Terzo Passo come un giusto atteggiamento, un efficace contatto con la vita. “Se nuoto nell’acqua di mare e mi prende il panico cominciando ad annaspare e a combatterla, annego. Ma se mi rilasso e ho fede in essa, l’acqua mi terrà a galla”.

Sebbene il Quarto Passo non menzioni un Potere Supe­riore, per me la parola “morale” implica il peccato, che nel mio vocabolario si traduce come un’offesa a Dio. Quindi con­sideravo l’inventario piuttosto come un tentativo di onesta descrizione del mio carattere; andavano in rosso le qualità che offendevano la gente. Cercando di vivere nel mondo, piut­tosto che evitarlo, cercando di aprirmi completamente agli altri, piuttosto che ritrarmi da loro, speravo che questo con­tatto con i miei simili avrebbe in qualche modo smussato gli spigoli acuti e più urtanti della mia personalità: Sesto e Set­timo Passo.

Non sono sicuro che lavorassi coscientemente sui Passi, ma per me funzionavano. Verso il quarto anno di sobrietà, un banale incidente mi fece realizzare improvvisamente che il mio vecchio spauracchio della timidezza era scomparso. “Mi sento a mio agio nel mondo!”, dissi a me stesso meravigliato.

E ancora lo sono, dopo circa dieci anni. In tutto l’arco della mia vita, i benefici dell’esperienza A.A. hanno di gran lunga oltrepassato i danni dell’alcolismo attivo. Che cosa vin­se il mio orgoglio (al momento) e mi rese raggiungibile? La migliore risposta che riesco a trovare è ciò che mio padre so­leva chiamare “la forza della vita” (egli era un dottore di famiglia, alla vecchia maniera, e aveva visto quella forza sgor­gare fuori o venire meno molte volte). È in tutti noi, credo; anima tutte le cose viventi; fa ruotare le galassie. La metafora dell’acqua di mare, applicata al nostro Terzo Passo, non è stata scelta a caso, perché per me l’oceano è un simbolo di questa forza. Sono il più vicino possibile all’Undicesimo Passo quando contemplo un orizzonte uniforme, dai ponte di una nave. Sono ridimensionato; sento serenamente di essere una piccola parte di qualcosa di vasto e non conoscibile.

Ma l’oceano non è forse un simbolo piuttosto freddo? Sì. Penso che il suo occhio veda il pesciolino, che sia preoccu­pato del destino di ogni individuo? Gli parlerei? No. Una volta, verso la fine del mio pericolo alcolico, indirizzai vera­mente tre parole a un Qualcosa di non umano. Nel buio, pri­ma del mattino, uscii dal letto, m’inginocchiai, giunsi le mani e dissi: “Ti prego, aiutami”. Poi alzai le spalle e dissi: “A chi sto parlando?”, e tornai a letto.

Quando raccontai l’accaduto a uno dei miei sponsor, lui disse: “Ma Egli ha veramente risposto alla tua preghiera”.

Può essere, ma non lo sento. Non discussi con lui, né ora attacco il mistero con logica pura. Se riusciste a pro­varmi logicamente che esiste un Dio personale, e non credo lo possiate, io ancona non riuscirei a parlare a una Presenza che non riesco a sentire. Se potessi provare a voi logicamente che Dio non esiste, e so che non lo posso, la vostra fede non sarebbe scossa. In altre parole, le questioni di fede sono com­pletamente al di fuori del regno della ragione. C’è qualcosa oltre il regno della ragione umana? Sì, credo che ci sia Qual­cosa.

Nel frattempo, eccoci tutti assieme, voglio dire noi perso­ne, non solo alcolisti. Noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

(da "Giunsi a Credere")





Anonimato

PERCHÉ ALCOLISTI ANONIMI È ANONIMA
di Bill W.

 

Questo articolo sarà compreso meglio se si richiama l'attenzione sulle Tradizioni dell'anonimato. L' XI^ Tradizione dice: «La politica delle nostre relazioni pubbliche è basata sull'attrazione più che sulla propaganda; noi abbiamo bisogno di conservare sempre l'anonimato personale a livello di stampa, radio e filmati». La XII^ Tradizione afferma: «L'anonimato è la base spirituale di tutte le nostre Tradizioni, che sempre ci ricorda di porre i princìpi al disopra delle singole persone».

Mai come adesso la lotta per il potere, per la fama e la ricchezza sta dividendo la società mettendo uomo contro uomo, famiglia contro famiglia, gruppo contro gruppo, nazione contro nazione.

Quasi tutti coloro che sono impegnati in questa feroce competizione dichiarano che il loro scopo è la pace e la giustizia, per sé stessi e per gli altri. «Dateci il potere», essi dicono, «e avremo giustizia; dateci la fama e noi saremo di grande esempio; dateci il denaro e vivremo nell'agiatezza e nella felicità». La gente nel mondo crede a tutto ciò, agisce di conseguenza e in questa generale sbornia secca non si accorge di scivolare verso una strada senza uscita. Se non ci si ferma in tempo sarà il disastro.

Tutto ciò, cosa ha che fare con l'anonimato e con Alcolisti Anonimi? Noi di A.A. dovremmo saperlo. Quasi tutti noi abbiamo percorso questo identico sentiero senza uscita. Spinti dall'alcol e dall'auto-giustificazione, molti di noi, prima di conoscere A.A., hanno inseguito i fantasmi della fama e delle ricchezze fino al disastro. Poi, venne A.A.

Ci siamo trovati a percorrere una strada diversa, dove …


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I Risentimenti (di p. John Doe)

I Risentimenti

 

L'esperienza ci insegna che per l'alcolista i risentimenti e la conseguente autocommiserazione sono due delle ragioni principali per cui si è bevuto e si torna a bere dopo un periodo di sobrietà. Prima o poi, se l'alcolista nutre dei risentimenti, finirà per bere; il risentimento è per lui come un suicidio, perché automaticamente lo porterà a bere di nuovo, e bere lo porterà automaticamente a distruggersi.

 

E allora, cos'è il risentimento'?

 

Nel suo dizionario Webster lo definisce come “il sentimento di offesa o indignazione per qualche cosa considerato come un'ingiuria o un insulto contro di noi”. Risentimento viene dal latino ‘re’ e ‘sentire’ che significa sentire di nuovo, coltivare, nutrire, scavare intorno, rivangare. “Mi ha colpito nel mio ‘ lo ‘ ed è un insulto al mio orgoglio”.

 

Tre verità risultano molto importanti a proposito del risentimento: 

 

 

Ecco qualche suggerimento che ci aiuta a liberarci dai risentimenti: 

 

 

Ma c'è un modo per liberarci dei nostri risentimenti?

Almeno tre: 

 

 

Solo un vero uomo e una vera donna sanno amare, ma qualsiasi imbecille è capace di portare rancore e odiare.

 

John Doe

( da Insieme in A.A. )

 

Pagina relativa a Insieme in A.A.http://www.alcolistianonimiitalia.it/modules.php?name=insieme





Essere attivi (da Vivere sobri)

Essere attivi

È molto difficile sedersi e basta, cercando di non fare una certa co­sa, o addirittura di non pensarci. È molto più facile divenire attivi e fare qualcosa d’altro, diverso da quello che stiamo cercando di evitare.

Così è con il bere. Cercare di evitare un bicchiere (o di non pensar­ci) sembra non essere sufficiente. Più pensiamo al bicchiere che stiamo cercando di non prendere, più questo pensiero o cupa naturalmente la nostra mente. E questo non va bene, È meglio occuparci in qualche mo­do, qualsiasi modo, che prenda la nostra mente e indirizzi la nostra energia verso qualcosa di salutare.

Migliaia di noi si sono chiesti che cosa avrebbero fatto una volta smesso di bere, con tutto quel tempo a disposizione. È infatti vero, che quando abbiamo smesso di bere, tutte quelle ore che un tempo passava­mo a programmare i nostri bicchieri, a procurarceli, a bere e a ripren­derci dagli effetti del bere, si sono improvvisamente trasformate in gran­di e vuoti spazi di tempo che in qualche modo dovevano essere colmati.

La maggior parte di noi aveva lavori da fare. Ma anche così vi era­no dei lunghi e vuoti minuti e ore da riempire. Avevamo bisogno di nuo­ve abitudini e di nuove attività per riempire quegli spazi disponibili e per utilizzare l’energia nervosa che un tempo era assorbita dalla nostra preoccupazione, o dalla nostra ossessione del bere.

Chiunque abbia cercato di rompere con un’abitudine, sa che è più facile sostituirla con un’attività nuova e diversa, piuttosto che limitarsi ad abbandonare la vecchia attività senza mettere nulla al suo posto.

Alcolisti recuperati dicono spesso: “Smettere solo di bere non è sufficiente”. Il non bere, da solo, è una cosa negativa e sterile, E questo è chiaramente comprovato dalla nostra esperienza. Per rimanere senza bere, dobbiamo mettere al posto del bere un programma d’azione posi­tivo. Dobbiamo imparare come vivere sobri.

La paura può, all’inizio, avere spinto alcuni di noi a riconoscere che forse avevamo problemi connessi al bere. E dopo un breve periodo, solo la paura può aiutare alcuni di noi a rimanere lontani dal bere. Ma l’aver paura non è uno stato felice o rilassato che possa durare a lungo. Dob­biamo perciò sviluppare in noi un salutare rispetto verso il potere dell’alcool, invece di temerlo, proprio come la gente rispetta il cianuro, lo iodio o qualsiasi altro veleno. Senza avere un timore costante di queste pozioni, la maggior parte della gente rispetta ciò che esse possono fare al corpo, e ha abbastanza buon senso per non prenderne troppe. In A.A. abbiamo la stessa considerazione e lo stesso riguardo per l’alcool. Ma tutto ciò deve essere basato naturalmente sulla esperienza personale.

Non possiamo contare sulla paura per superare quelle ore vuote senza bere, e allora cosa possiamo fare?

Abbiamo trovato molti tipi di attività utili e interessanti alcune più di altre. Qui ne descriviamo due, secondo l’ordine di efficacia da noi sperimentato.

1.  Passeggiate - in particolare in luoghi nuovi, in parchi o in campagna. Piacevoli brevi passeggiate, e non stancanti marce,

2.  Letture - sebbene alcuni di noi si innervosiscano quando cercano di leggere qualcosa che richiede troppa concentrazione.

3.  Visite a musei e gallerie d’arte.

4. Attività sportive - nuoto, golf, corse a passo rallentato all’aria aper­ta, yoga, o altre attività suggerite dal dottore.

5.  Abbiamo ripreso piccole attività da lungo dimenticate !

 

(da Vivere sobri)





"Alcolisti Anonimi vista da un medico alcolista"

Trovarsi dall’altra parte della barricata, ovvero vestire i panni del paziente, è un’esperienza che ha sempre turbato il medico, tanto da indurlo spesso a lasciare una testimonianza scritta sul rapporto vissuto con la propria malattia, sia questa un cancro, una tubercolosi e perfino una malattia mentale.

Che io sappia, però, nessun medico, almeno in Italia, ha mai narrato il proprio alcolismo e soprattutto se, e come, sia riuscito a superare questa malattia definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità «inguaribile, progressiva e mortale».

Ho colto pertanto con piacere, ma anche con timore, l’invito rivolto a me, medico e alcolista, di parlare del mio alcolismo e soprattutto del mio recupero avvenuto tramite Alcolisti Anonimi.

Timore dovuto non tanto a vergogna di palesare un problema ancora da molti ritenuto infamante (soprattutto se a soffrirne è un medico), quanto alla difficoltà di parlare serenamente e obiettivamente di una terapia nella quale io sono parte in causa.

Mi limiterò pertanto a raccontare cosa sia significato per me l’incontro con Alcolisti Anonimi, senza descrivere dettagliatamente gli scopi e il funzionamento di questa Associazione assolutamente particolare.

La storia del mio alcolismo non ha nulla di caratteristico: è stata un lento scivolare dalla normale condizione di bevitore sociale (per il quale l’alcool è un piacere per il palato o una consuetudine culturale) a quella di bevitore dipendente. Dapprima l’alcool poteva essermi necessario solo per superare particolari stati emotivi, alla fine mi fu necessario semplicemente per continuare a vivere.

Ormai obbligato a bere anche durante il lavoro, il mio alcolismo divenne oggetto di riprovazione per gli altri e per me di angoscia, che tentavo di mitigare con l’assunzione di altro alcool.

Convinto dal mio primario, mi feci ricoverare in una elegante clinica privata, protetto da sguardi indiscreti, con la ferma intenzione di parlare poco di alcolismo e molto di depressione, problemi esistenziali, ecc.

Credo che uno degli aspetti più sconfortanti nel curare un alcolizzato sia questo: rendersi conto che il paziente mente con sistematica costanza e faccia tosta circa il suo problema alcolico. (Molto più tardi in A.A. ho saputo che questo non è un segno di depravazione, ma un sintomo della malattia alcolica).

A chi mi voleva sinceramente curare io fornivo dati falsi, indizi fuorvianti, per far apparire l’alcool come un epifenomeno, e non come la sostanza del problema.

Non c’è quindi da stupirsi se le cure non avessero effetto. I ricoveri si susseguirono in ambienti sempre meno esclusivi; dalla camera privata alla corsia comune, fino al lettino volante in corridoio; ero diventato in tutto eguale a quegli alcolizzati-barboni irrecuperabili che io stesso avevo visitato infinite volte prima di perdere il lavoro.

Fu mentre mi trovavo in queste condizioni che un amico medico mi consigliò di provare a frequentare il gruppo degli Alcolisti Anonimi. Accettai poco convinto, e per nove infernali mesi feci atto di presenza alle loro riunioni, durante le quali, sempre continuando a bere, passai al microscopio tutto il loro programma, non per ricavare un aiuto per il mio alcolismo, ma per dimostrare razionalmente che con me non «poteva» funzionare.

La loro terapia consisteva in un programma di recupero spirituale che mi pareva semplicistico e privo di solidità scientifica.

Ma intanto «loro» stavano bene, mentre io precipitavo.

Eppure gli amici di A.A. non mi fecero l’onore di considerarmi un caso disperato: ero un normale alcolista, solo un po’ più duro di testa. Più tardi ho sentito una battuta secondo la quale in A.A. esistono tre categorie di soggetti «difficili»; i preti, gli omosessuali e... i medici. Appunto.

Infine venne il momento in cui non ne potei più di bere solo per dimenticare di essere un alcolizzato, e provai a chiedere veramente aiuto ad A.A. Allora capii che solo la mia presunzione aveva impedito che mi sentissi come loro e che solo loro erano in grado di aiutarmi, perché nessuno conosce un alcolista meglio di un altro alcolista.

Infinite volte mi era stato detto: «tu non devi bere sennò tua moglie... sennò la tua salute... sennò il tuo lavoro... sennò, sennò...». In A.A. mi fu detto: «Se ritieni di avere il nostro stesso problema (ma guarda che solo tu puoi deciderlo), se vuoi, puoi fare come noi che abbiamo ammesso la nostra impotenza di fronte all’alcool e proprio per questo abbiamo scelto di non bere. Sappiamo che per te l’alcool è più necessario del pane, ma abbiamo visto che se mettiamo in comune le nostre esperienze e le nostre forze, l’ossessione del bere sparisce. Non solo, ma mettendo in pratica il nostro programma di recupero spirituale, che non consiste in una serie di ordini imposti dall’esterno (o da qualche filosofia o credo religioso) ma semplicemente in proposte suggerite, scoprirai di poter condurre una vita utile, normale e gioiosa, astenendoti dall’alcool un giorno alla volta».

Può sembrare la scoperta dell’acqua calda, ma bisogna ammettere che fatta da persone che hanno passato una vita ad autodistruggersi, è l’inizio della rivoluzione.

Il primo passo è stato accettarmi alcolista, senza riserve, e quindi accettare tutto me stesso e la realtà in cui vivo.

Poi ho iniziato a lavorare sui miei difetti di carattere, perché a causa di essi ero insoddisfatto della realtà che tentavo di modificare con l’alcool. Ho passato dei momenti molto duri nel ricucire i rapporti con chi mi stava vicino e nel ricostruire da zero la carriera, ma so che sono stato sempre in grado di compiere delle scelte serene, libere e responsabili grazie alla filosofia di vita di A.A.

Molti anni fa un non-alcolista amico di A.A. ebbe a dire: «Le vostre disgrazie sono diventate le vostre fortune; voi siete dei privilegiati». In effetti il mio privilegio consiste nell’aver potuto ricavare una non comune ricchezza di vita da un’esperienza distruttiva.

Ricordo che un mio primario diceva agli infartuati che stavano per lasciare l’ospedale: «Per alcuni di voi l’infarto può essere stata l’occasione per scoprire una nuova dimensione di vita, per riaccostarsi a interessi e affetti da tempo dimenticati».

Così per me l’alcolismo attivo è stato il prezzo pagato per imparare a vivere. In Alcolisti Anonimi ho capito che di questo prezzo devo rendere grazie a Dio.

un alcolista anonimo

(dall'opuscolo "Alcolisti Anonimi vista da un medico alcolista")





L'esperienza spirituale

    L'ESPERIENZA SPIRITUALE (da "Alcolisti Anonimi", Appendice, II.)
    Il termine «esperienza spirituale» e «risveglio spirituale» sono usati molto spesso in questo libro che, ad una attenta lettura, dimostra che il cambiamento di personalità sufficiente a determinare il recupero dall'alcolismo avviene e si manifesta in forme diverse e modi differenti.
    Può darsi che, al suo apparire, il libro abbia dato l'impressione che questo cambiamento della personalità, o esperienza religiosa, debba essere improvviso e quasi spettacolare. Niente di più erroneo, per fortuna.
    È vero, nei primi capitoli sono descritte alcune rivoluzionarie conversioni. Anche se non intendevamo assolutamente creare questa impressione, molti alcolisti hanno concluso che per recuperarsi era necessario" acquisire una immediata e sconvolgente  presa di coscienza di Dio, seguita, quasi subito, da un radicale cambiamento della visione delle cose del mnondo.
    Ma nella nostra associazione, composta da centinaia e centinaia di migliaia di membri, queste conversioni e trasformazioni, anche se frequenti, non sono, sia chiaro, la regola. Molte delle nostre esperienze sono del tipo che lo psicologo William James definisce «progressivamente educative» perché si evolvono lentamente nel tempo. Molto spesso sono gli amici del «nuovo venuto» che si rendono conto prima di lui che è cambiato in qualche modo. Alla fine anche lui si accorge del profondo mutamento nelle sue reazioni ai problemi della vita, e capisce che questo cambiamento interiore non lo poteva creare e determinare lui da solo. A volte questo processo dura pochi mesi, a volte molti anni. Salvo poche eccezioni, i nostri soci si rendono conto di avere attinto ad una insospettata risorsa interiore che tendono poi ad identificare con la propria concezione del Potere più grande di loro.
    Molti di noi pensano che la presa di coscienza di un Potere più grande di noi sia la essenza della esperienza spirituale. Ed i soci più religiosi la definiscono, appunto, «coscienza di Dio».
    Noi desideriamo dire, sottolineandolo enfaticamente, che qualunque alcolista, capace di affrontare onestamente il suo problema alla luce delle nostre esperienze, può recuperarsi, se non rifiuta totalmente qualunque principio spirituale. Può essere sconfitto solo da un atteggiamento di intolleranza e di bellicoso diniego.
    Noi crediamo che nessuno dovrebbe avere difficoltà con gli aspetti spirituali del nostro programma. Buona volontà, onestà ed apertura mentale, sono gli elementi essenziali del recupero. Questi, sì, indispensabili.
   «C'è un principio generale che impedisce ogni informazione, che è prova contro qualunque argomento, che conserva l'uomo in una eterna ignoranza — questo principio è il disprezzo, a priori, di tutto, prima di investigarlo, studiarlo e capirlo».
                                                                                                                                     Herbert Spencer

               "Alcolisti Anonimi", seconda edizione italiana 1992 - 
© Alcoholics Anonymous Worls Services, Inc.





"Accettazione è la risposta"

   E l'accettazione è la risposta a tutti i miei problemi di oggi. Quando provo turbamento, è perché trovo qualche persona, luogo, cosa o situazione - qualche fatto della mia vita - che giudico inaccettabili per me, e non posso provare serenità finché non accetto quella persona, luogo, cosa o situazione esattamente com'è e come deve essere in questo momento. Niente, assolutamente niente succede per errore nel mondo di Dio. Fino a quando non potevo accettare il mio alcolismo, non potevo rimanere sobrio; se non accetto completamente la vita, così com'è e alle sue condizioni, non posso essere felice. Piuttosto che occuparmi di come dovrebbe cambiare il mondo, ho da concentrarmi su ciò che deve essere cambiato in me e nei miei atteggiamenti.
    Shakespeare ha detto: "Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e donne semplicemente degli attori." Ha dimenticato di dire che io ero il critico principale. Ero sempre capace di trovare difetti in ogni persona e ogni situazione. E mi piaceva farlo notare, perché sapevo che ricercavate la perfezione, proprio come me. A.A. e l'accettazione mi hanno insegnato che c'è un po' di bene nel peggiore tra noi, e un po' di male nel migliore tra noi; che siamo tutti figli di Dio e che tutti e ciascuno abbiamo il diritto di stare qui. Quando mi lamento di me o di voi, mi sto lamentando dell'opera di Dio. Sto dicendo che io ne sò più di Dio.
   da "Alcoholics Anonymous", 16.testimonianza "Acceptance was the answer", edizioni americane 1-4, qui p.417 da 4.ed., inedito in Italia





Capitolo 1 - LA STORIA DI BILL ("ALCOLISTI ANONIMI", Terza edizione italiana, 1999)

L'atmosfera di guerra era febbrile in quella città della Nuova Inghilterra dove noi, giovani ufficiali di Plattsburg, eravamo acquartierati. Ci sentivamo lusingati quando i notabili del luogo ci invitavano a casa loro, dandoci l'impressione di essere degli eroi...


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Capitolo 2 - UNA SOLUZIONE ESISTE ("ALCOLISTI ANONIMI", Terza edizione italiana, 1999)

Noi, di Alcolisti Anonimi, conosciamo moltissime persone d'ambo i sessi che si sono trovate, a un certo momento della loro esistenza, così disperate come si trovò Bill. Si son salvate quasi tutte. Hanno infatti trovato una soluzione al problema dell'alcol...


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Capitolo 6 - ALL'OPERA ("ALCOLISTI ANONIMI", Terza edizione italiana, 1999)

Dopo aver fatto il nostro inventario personale, che ne faremo? Abbiamo cercato intanto di trovare un nuovo atteggiamento, un tipo di rapporto nuovo col nostro Creatore e di scoprire gli ostacoli lungo il nostro cammino. Abbiamo ammesso certi difetti, ci siamo convinti di avere dei problemi, abbiamo puntato il dito sugli aspetti critici del nostro inventario morale...


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Capitolo 7 - LAVORARE CON GLI ALTRI ("Alcolisti Anonimi", Terza ediz.italiana, 1999)

L'esperienza di tutti i giorni dimostra che nulla è più efficace a garantire la nostra astinenza dal bere quanto l'intenso lavoro con altri alcolisti. Ciò funziona anche là dove altre attività non riescono. Questo è il nostro dodicesimo suggerimento: portare questo messaggio ad altri alcolisti!...


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L'INCUBO DEL DOTTOR BOB ("ALCOLISTI ANONIMI", Seconda edizione italiana, 1992)

Un cofondatore di Alcolisti Anonimi, la nascita della nostra associazione data dalla sua prima giornata di sobrietà, il 10 giugno 1935.
Fino al 1950, anno della sua morte, egli portò il messaggio di AA. a oltre 5 mila alcolisti, uomini e donne e a tutti questi prestò la sua opera di medico gratuitamente...


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RICCARDO HA UN CARATTERE DIFFICILE ...un giorno o l'altro ci saranno delle sorprese ed.. arrivò la depressione. ("ALCOLISTI ANONIMI", Seconda edizione italiana, 1992)

La maestra aveva avvertito: "Riccardo ha un carattere difficile, un giorno o l'altro ci saranno delle sorprese!". Ma i miei genitori tacciando la poverella da incompetente non avevano voluto credere alla predizione che, ahimè, si sarebbe rivelata azzeccata...


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"Pass It On"

 

                               TRASMETTI IL MESSAGGIO

La storia di Bill Wilson

 e di come il messaggio di A.A.

            ha raggiunto il mondo

 

Alcolisti Anonimi 1997

Finito di stampare nel luglio 1997





"Pass it on" - postfazione, date significative, indice (ed. Alcolisti Anonimi, 1997)

Postfazione

 

Martedì 26 gennaio, comparve il necrologio di Bill sul “New York Times”. Le Tradizioni non facevano alcun riferimento all’anonimato dopo la morte, e così il nome di Bill per intero e la sua fotografia furo­no messe in bell’evidenza in  prima pagina, accanto alla sua storia.

A Stepping Stones ebbe luogo un servizio funebre in forma privata, il 27 gennaio. La Preghiera preferita di Bill, quella di San Francesco, risuonava in mezzo agli alberi che circondavano la casa:

“Signore, fa di me uno strumento della tua pace;

dove è odio, fa che io porti l’amore, dove è offesa, che io porti il perdono, dove è dubbio, che io porti la fede, dove è disperazione, che io porti la speranza, dove sono le tenebre, che io porti la luce, dove è tristezza, che io porti la gioia. O Divino Maestro, fa che io non cerchi d’essere consolato quanto di consolare, di essere compreso quanto di comprendere, di essere amato quanto di amare. Perché è dando che si riceve, è perdonando che si viene perdonati ed è morendo che si risorge a Vita Eterna. Amen”.





Ricaduta, segnali premonitori

INDICATORI DI RISCHIO DI RICADUTA

 

Comportamentali:  

Diminuire o cessare le attività orientate al recupero
(ad es. gli incontri di A.A., la psicoterapia);

         ( ed altri 8 )

 

Cognitivi: 

Preoccuparsi a causa del bere;

     ( ed altri 15 )

 

Sociali - interpersonali: 

Ritirarsi, prendere le distanze dai rapporti sociali;

     ( ed altri 14 )

 

Affettivi: 

Esperire un aumento di ansia;

     ( ed alti 23 )

 

Psicodinamici:    

Negare (ad es. la propria ambivalenza, che ci sia qualunque problema nel recupero, il dolore, lo stress passato e presente, la necessità di un programma);

     ( ed altri 10 )

 

   Fisiologici:    

Avere veri e propri attacchi di desiderio di bere;

     ( ed altri 10 )

 

   Spirituali:  

Dipendere dalla propria forza di volontà per mantenere l' astinenza;

     ( ed altri 3)

 

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Servire ordinatamente
 
La differenza che intercorre tra noi Alcolisti Anonimi e una qualsiasi associazione sta proprio nelle nostre Tradizioni. Queste non sono, come pure sembra credere la maggior parte degli Alcolisti Anonimi, delle “regole auree” che “ sono buone così come sono”, regole da rispettare come dogmi di fede.




E noi cesseremo di combattere...
    E noi cesseremo di combattere contro chiunque e qualunque cosa, anche contro l'alcol. Perché allora la ragione sarà tornata. Raramente sentiremo il desiderio di bere. Se saremo tentati, ci allontaneremo dall'alcol come se fosse una fiamma. Reagiamo in maniera sana, normale e constatiamo che la cosa accade automaticamente. Vedremo che la tendenza al bere sarà scomparsa e che questo nuovo atteggiamento a produrre in noi, senza sforzo e senza pensarvi sopra. Sarà la cosa più naturale. È il miracolo della nostra vita. Non combattiamo l'alcol, né fuggiamo la tentazione. Abbiamo l'impressione di essere stati messi in una posizione di neutralità, sicuri e protetti. Non abbiamo neanche dovuto fare la promessa di astenerci dall'alcol. È il problema, al contrario, che è scomparso. Per noi non esiste. Non ci vantiamo, né abbiamo paura. Questa è la nostra esperienza. Ecco come reagiamo, se ci manteniamo spiritualmente in piena forma. 

 

(dal Grande Libro, VI.cap. "All'opera")


 





Ricordi di Natale (Ettore)

Ricordi di Natale

di Hector Mendez

 

Ancora ricordo di quel Natale quando sono stato rinchiuso in manicomio. Mancavano pochi giorni all’arrivo della festa. Mi sentivo pieno di rancori e odio verso tutto e tutti. Pensavo al male che mi avevano fatto gli altri.

Durante i 7 mesi in cui sono stato, per la seconda volta, a San Salvi, l’unica cosa di cui avevo voglia era potermi vendicare. Nella mia mente c’erano solo desideri di vendetta e un gran senso di rabbia contro il mondo. C’era in me un marcato disprezzo per il Natale e per quella data che stava per arrivare. Provavo odio verso quella festa...

( ... )

Avevo perso tutto: lavoro, casa, amici, la mia dignità, poi nel mio Paese, il México, ho ripreso a bere, tanto. «Faceva buon sangue il vino!», dicevano i medici, ma non c’era ancora AA in Italia.

Bevevo con disperazione, fino a un certo momento poi… cominciai a riflettere. A pensare a Dio. E per la prima volta senza credere tanto nei miracoli e solo con un desiderio di smettere di bere, andai al Gruppo...

( ... )

Dopo sono ritornato alla casa del mio amico per passare assieme il Natale. Mentre mi preparavo una tazza di caffè, non so cosa sia successo tutto ad un tratto. Questo mio amico cominciò a rinfacciarmi, a ricordarsi la maniera in cui io bevevo. Cominciò ad urlare, la sua voce forte e le mani minaccianti. Mi buttò fuori di casa sua, io ero tutto perplesso, non capivo niente. Cercai il mio cagnolino. Lo presi in braccio evitando che fosse colpito dagli oggetti che lui mi tirava addosso. E così scappai di casa sua. Poi ho preso un autobus, per tornare nel mio piccolo appartamentino.

Nella strada avevo un nodo in gola...

( ... )

 

Leggi il racconto di Ettore: 


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L'albero di Natale


 

L'ALBERO DI NATALE

 

Il periodo è quello più lieto, ti richiama l'allegria e la spensieratezza, anche il posto più sgradevole viene addobbato per le feste, poi con il calare della sera le luci colorate trasformano l'animo umano, da infelice e triste, in una persona gioiosa e piena di speranza.

Ad un tratto, nel fondo del viale nella piazza centrale, all'ora prestabilita, il gran lavoro - svolto in tante ore, dopo prove, spostando questo di là e viceversa - prende forma; il gran lavoro che ha richiesto tanto impegno, discussioni, errori e purtroppo la mancanza di qualche caro, è finito.

È pronto per essere acceso e apparire in tutto il suo splendore a quel piccolo insignificante (UOMO).

Fino a poco tempo prima era solo un relitto, il più delle volte abbandonato al suo triste destino.

Ma il (GRANDE ALBERO) è pronto per accogliere tutti quelli che vorranno farne parte ed esso donerà a ognuno una luce (PROPRIA), così splendente e intensamente in armonia con tutti.

(DIO quanto è bello L'ALBERO di NATALE).

Lassù in cima c'è una stella così splendente che non si riesce a guardarla se non per pochi secondi, tanta è la luce che emanerà.

C'è solo un piccolo particolare perché tutto possa avverarsi, si deve smettere di dubitare dell'esistenza del (grande albero) ma dare a esso valore e amore, così da poter lasciare alla luce di entrare in (NOI), perché (LUI) possa donarci la saggezza acquisita nel tempo e poi il tutto si (Accenderà).

E (NOI) non potremmo che constatare la sua esistenza.

Nei suoi rami ognuno di (NOI) troverà il suo posto e la (MIA) luce insieme con tutti (VOI) darà vita alla magia del (NATALE).

 

Buon Natale a tutti quanti - Virginio Alcolista

 




"poetAAndo", di Gianpaolo A.

 

“IN ADVERSA ULTRA ADVERSA”

1994

 

 

PROLOGO

 

Lo sguardo fisso a guardare il Nulla,

scrutare il Vuoto a cercare la Luce.

Le stelle hanno lasciato il cielo

e la striscia dell'alba ormai tocca la Terra,

ancora pochi attimi e i raggi del sole,

che torna ad illuminare il Mondo,

malignamente rimbalzeranno sull'Idolo di vetro che sempre ho accanto,

così che ne sarò accecato,

come ad ogni spuntare del sole mi negherò la Luce,

 

finché non troverò in me il coraggio di infrangere la Bestia in guisa di bottiglia





"Appunti di viaggio 1987/20 . .", di Gianpaolo A.

 

APPUNTI DI VIAGGIO

1987 - 20 . .

 

( Nessuna conoscenza, se pur eccellente e salutare, mi darà gioia se la apprenderò 

per me solo. Se mi si concedesse la sapienza con questa limitazione, di tenerla 

chiusa in me, rinunciando a diffonderla, la rifiuterei. )

 





"Frammenti" di Giampaolo A.

 

" Mentre alzo la scure che reciderà le cime,

      le labbra mie si schiudono da sole,

      alle mie orecchie giunge il suono di parole note,

      che mi furono suggerite mille anni prima:

      "In verità ti dico,

      chi è circondato dalla fiamma che scaturisce dal liquido ardente,

      alfine rivolge, come lo scorpione, contro se stesso l'aculeo avvelenato."

 






 

 

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Il bambino che giocava con la luna

Il bambino che giocava con la luna

  

La discesa

 

Vi fu, nella mia malattia, una fase euforica che và dal 1956 al 1965 circa. L'alcol mi aiutò a guidare, a cantare a riflettere, a pregare. Nel posto esatto dove ho la bottiglia d'acqua, ebbi spesso una bottiglia di vino. Ho un buon ricordo delle bottiglie che mi davano alcuni amici, una ad ogni viaggio si intende. Il vino mi ha anche aiutato a comporre le mie canzoni, ha dato loro il colore di nostalgia o di collera, di stanchezza o di attesa del cielo, dove berremmo con la nuova umanità vini sorprendenti. Stanchezza, sogni incurabili di felicità, desiderio di umanità nel mondo, l'alcol accompagnava la loro violenza. Felice C2H5OH che forzavi le porte del silenzio, che facevi nascere il canto e mi davi il coraggio di gridare.

Ma quando si trattava al contrario di percepire la malattia del tempo (durezza, stupidaggine orgoglio) di percepire la dolcezza del mondo futuro in cui ci ameremo, quando si trattava sopratutto di gridare che questo stacco mi fa male, l'alcol mi ha aiutato. Lo riconosco e non rimpiango niente. Anche questo è alcolismo: un desiderio sfrenato di comunicare. Se non capite quello che dico, non sarete mai alcolizzati. Un sentimento molto forte che mi ha aiutato a bere, fu la tenerezza per la gente comune. Non potevo abituarmi alla miseria degli altri, alla malattia, all'umiliazione, alla povertà, alla solitudine degli altri.

E l'alcol in tutto ciò? E' già li, buono buono, accompagna i moti dell'animo, la riconoscenza la gioia intensa, l'angoscia delle partenze, la tristezza dei ritorni. Il corpo si alcolizza lentamente, s'intende. Ma l'anima si accasa molto lentamente, con l'alcol. E il divorzio non sarà facile.

Questa malattia, l'alcolismo, non l'ho sentita venire. Sentivo che qualcosa cambiava nel mio spirito, nel mio atteggiamento verso l'alcol. Soffrivo di qualcosa, ma non sapevo esattamente di cosa. La malattia si sviluppa nell'ombra, nell'incoscienza più totale. Un esempio: fino al 68, facevo le mie canzoni a tavolino, nell'eccitazione, per aiutarmi a comporre prendevo una bottiglia di birra, mentre lavoravo, ne bevevo un sorso ogni tanto; ho lavorato quattro o cinque ore e ci sono due o tre bottiglie vuote vicino al mio tavolo. La donna di servizio le porta giù nei cestini. Nessun problema nè per me nè per la donna . Bene.

Ma venne il momento in cui finita la prima bottiglia, la portavo giù per prenderne un altra, così alla fine c'era una sola bottiglia vuota. Questo cambiamento è avvenuto nella più totale incoscienza, ho preso atto di questa anomalia solo 10 anni dopo. Ogni motivo era valido per impedirmi di vedere chiaro in me stesso. Questo tra gli altri: bevi pure molto, Lucien,con il lavoro che fai. Sudi tanto durante i concerti. 

Troppe cose pratiche occupavano tutto il mio tempo.

E' la causa del suo alcolismo? No questa stanchezza è una delle condizioni della sua venuta. In breve, mi hanno spinto al bere la stupidaggine, la disonestà, la stanchezza? No, le ragioni del mio bere sono molto più profonde, mi ci vorranno alcuni anni per intravederle.

No , non è stata la stupidaggine degli altri a farmi bere, e neanche la stanchezza dei concerti, nè la solitudine affettiva come spesso si dice. Neanche l'ignoranza della mia malattia, dato che due medici mi avevano avvertito. Uno disse; attenzione al fegato, eviti l'alcol. L'altro vedendomi bere dopo un concerto "attenzione avrà delle noie" del primo non ho tenuto conto dell'avvertimento, il secondo non l'ho ascoltato. Non potevo ascoltarlo. Nel 1964, il primo grave avvertimento. Tre serate all'Olympia (Parigi). La terza serata andò male, ero allo stremo delle forze, con i nervi a pezzi, come ho resistito? Ho resistito anche bevendo una bottiglia di rhum, non che mi piaccia il rhum, ma bisognava andare fino in fondo. Risultato: sulla strada verso Amburgo dove avevo un concerto, si manifesta una crisi di pancreatite emoragica acuta. L'impresario che dovevo passare a prendere a Colonia, mi conduce all'ospedale, dove soffro come un dannato una parentesi. In questo ospedale ebbi le prime quattro notti delle allucinazioni, piene di significato. Mia figlia arrivò da Parigi e seppi che ero malato, supplicammo il chirurgo (aveva la mia età) di aprirmi e esplorarmi il ventre. Trovò un litro di liquido nella cavità addominale. Prima di lasciarmi questo chirurgo mi disse "Adesso niente tabacco e niente alcol".

E la vita continuò. Una volta a Lucerna, in Svizzera dissi all'organizzatore : trovami un dottore, ho un male tremendo al lato destro. Al medico domando qualcosa di molto forte "devo dare il concerto dottore, mi fece un inezione. Il concerto fu molto bello. "Il medico le ha detto che c'entrava l'alcol?"  "NO". Un altra volta per strada, recandomi a un concerto mi ritrovo all'ospedale, ho il cuore che cede dico alla caposala, il medico vede subito che il cuore non c'entra niente. Mi fa un iniezione, dieci minuti dopo ceno nel mio letto. "le ha detto che era l'alcol?  No". Tutti i miei malesseri fisici li attribuivo alla stanchezza, non mi veniva in mente, bevendo poco, che potesse essere l'alcol a provocare questi malesseri.

Quando un medico dice a un alcolizzato: beva poco, ma attenzione roba buona. Questo non mi sembra per niente logico.

Venne il momento in cui, nel giugno del 1968, verso sera mi misi a tremare, feci chiamare un medico, mi diede due cachet che ingoiai fiducioso, il tremito scomparve.

Le disse che era l'alcol? NO.

Alla stessa epoca feci un altra scoperta: bastava che un ora prima del concerto bevessi un boccale di birra, perché il tremito e l'angoscia scomparissero. "L'angoscia di affrontare la gente? No l'angoscia di dover  affrontare una vita difficile .

Non aveva degli amici che potessero dirle chiaro e tondo come stavano le cose?  Che beveva troppo?

In effetti avevo un caro amico, era un uomo libero che voleva degli uomini liberi, credo indovinasse a buon motivo, la particolarità di questa malattia, ma fino a quando non avessi toccato il fondo dello sgomento fisico e morale, non poteva far nulla per me. Ogni costrizione, ogni consiglio, ogni predicozzo sarebbero stati inutili. Era necessario che scendessi ancora, prima di arrivare in fondo e finalmente desiderare (parola capitale) di uscirne.

Per sfortuna ero sempre in viaggio, e nessuno mi gridava "rompicollo". Cambiavo città varie volte durante la settimana, cambiavo amici, cambiavo dottore.

Un alcolizzato sposato, sua moglie lo vede bere, sua moglie piange, sua moglie predica. Non smette, ma sa che la sua malattia crea dei problemi.

Per quanto mi concerne, non ero neanche cosciente che fosse l'alcol trascinarmi nell'abisso. Sono scemo? Se volete.

Del resto, la reputazione tanto scandalosa che si attacca a questa malattia, impediva ai miei amici gesuiti di dirmi"Fermati". Più la malattia progrediva, più tacevano, più tacevano, più mi sentivo solo. Più ero solo, più bevevo; più bevevo, più avevano paura. E' il circolo. E' il circo.

 

Il fondo 

 

D’ora in poi mi chiudo nella mia camera, non rispondo più al telefono, serrate le imposte mi muro vivo. Quando bussano non oso più rispondere “avanti”, trattengo il fiato e aspetto che i passi si allontanino.

Chiudo la camera a chiave ed esco solo al sopraggiungere della notte. La mia stanza è al primo piano e lo stipetto dei vini al piano terra, vicino alla cucina.

Scendo le scale (verso mezzanotte) con passi da gatto.Tredici anni dopo ricordo che l’ultimo gradino prima del pianerottolo scricchiolava e dovevo scavalcarlo per non svegliare nessuno.Anche la maniglia cigola. Arrivo davanti lo stipetto, per stappare la bottiglia senza che il tappo strida, bisogna tenerla con forza.

Bevo a garganella, richiudo lo stipetto, faccio cinque passi nel corridoio per risalire in camera. Ma ritorno verso lo stipetto, per aprire la bottiglia afferro di nuovo saldamente il tappo, bevo a garganella, sto per aprire la porta del corridoio quando mi viene in mente che l’addetto ai vini troverà la bottiglia per tre quarti vuota, così la finisco e la nascondo dietro una piena.

Risalgo, infine , in camera mia con la morte nel cuore. E’ questa umiliante commedia può ripetersi ancora due ore dopo. Viva la notte, ragazzi, il giorno sarà lungo. Mi addormento, alla fine, sopraffatto dall’angoscia. Quando l’addetto ai vini vide che la cantina si svuotava più rapidamente del previsto, chiuse a chiave lo stipetto. Atmosfera di rimprovero nella casa, silenzio, silenzio di disistima ormai stabile, sguardo che sfugge. E’ la nebbia che cala sui nostri rapporti e fa talmente male che si prende l’unica soluzione rimasta: bere ancora.

Per bere lo stesso , malgrado lo stipetto chiuso a chiave, prendevo la macchina e andavo a Metz (120 Km. Andata e ritorno). Posteggiavo davanti alle vetrate dei bar della stazione, certo di bere la tensione cede, entro senza fretta, ordino un boccale, poi due. Appena uscito, stessa commedia di casa: torno al bar della stazione. Un boccale, un boccale. ”E’pazzia!”. ”E’ malattia”.

Coloro che ci sono passati capiscono facilmente. Coloro che sono intelligenti  (senza essere malati) capiscono vagamente. Gli altri non capiscono e ci giudicano male.

Confesso che non mi rendevo conto per niente di quello che mi accadeva. Gli altri neanche capivano. Non capivo che gli altri non capissero……. Momenti terribili.

Quel che era più angoscioso era forse non poter esprimere un giudizio esatto su di me e sugli altri. Mi dicevo per esempio:

Bevo forse un pò troppo, ma è perché i miei colleghi mi tengono il broncio. Mentre in realtà mi tenevano il broncio perché bevevo troppo.

Bevo forse un pò troppo, ma è perché i concerti mi “sfiniscono”. Mentre in realtà i concerti mi stancavano perché l’alcol mi rendeva fragile.

“Bevo forse un po’ troppo, ma è perché il mio superiore mi guarda male”. Mentre in realtà era turbato dal mio comportamento sfuggente e inafferrabile.

Nell’autunno 1968 sentivo avvicinarsi la fine, le forze fisiche si assottigliavano. Tornando da un concerto, il braccio destro si è bruscamente paralizzato mentre guidavo, ogni sensibilità era scomparsa, nessun gesto era possibile.

Tornato a casa, rientrai in camera mia, girando la chiave con la mano sinistra, tre giorni dopo il braccio aveva ripreso a funzionare. Potevo, perciò riprendere i concerti.

In quel periodo pregavo come un dannato, notte e giorno, ma soprattutto di notte.

“Signore Gesù siamo amici da tanto tempo e mi conosci, non sono disonesto, sai che non voglio fare male a nessuno. Sai che divento vecchio e brutto, ho perso la gioventù, il morale, la salute, gli amici. Ho perso quasi tutto, Tranne Te, non dimenticarmi per favore”.

Non mangiavo quasi più, non parlavo quasi più. Non avevo la forza di prendere una decisione qualsiasi. Abbattimento, ondate di collera verso me stesso, desiderio esasperato di felicità, voglia di fuggire dai miei colleghi, fuggire dal mio paese.

Nausea delle inezie, nausea della grana, nausea del saper vivere, delle belle frasi, dei motti di spirito, nausea del galateo, nausea da crepare dei formalismi…….

A questo stadio di desolazione, nessun contatto con gli altri è più possibile. Si vede camminare la gente per strada, sono ombre, squilla il telefono, un ombra vi parla. La mia porta si apre, un ombra mi guarda, sorridente e non amichevole, non capisco nulla di quel che dice.

Si, sono una bestia malata che fa la sua tana in una foresta d’ombre.

Non poteva chiedere aiuto?

Ma a chi?

Trovare uno sano che parli di alcol senza dire fesserie è praticamente impossibile. Chiedere aiuto a un prete? Mi avrebbe detto di pregare, e non facevo altro che pregare.

Un medico? Mi avrebbe chiesto dove avevo male, e mi avrebbe rimpinzato di tranquillanti.

(inutilmente, lo so per esperienza).

Un amico? Una sera ho telefonato a Morvan.”Morvan sono stufo”, cosa succede? Morale a zero, cosa dovrei fare? (Con una buona risata), non sono mica il Buon Dio. Così anche il mio amico Morvan, il solido Morvan, non poteva fare nulla.

Il mio amico Paul, di Basilea cercò di aiutarmi, andai da lui e mi alloggiò in una camera sopra la chiesa, veniva spesso a trovarmi, e ascoltavo la sua voce amica dirmi ( tu sei figlio della notte). Ma voi altri, pieni di sdegno, consiglieri sputasentenze e sicuri della vostra coscienza a posto, vi prego di tacere davanti a un alcolizzato. Appartenete a un mondo spirituale che non è il vostro. Avete le mani troppo grossolane e lo spirito troppo poco affinato per dipanare la matassa imbrogliata della nostra mente.

Febbraio 1969, non posso più vivere, non posso sopportare chi sono, ne il mondo quale è.

Una ventina di compresse invece del quarto quotidiano, forse più, ma quando si accetta l’idea della della Grande Partenza, non ci si diverte più a contare le compresse ne i propri peccati , ne i motivi allettanti di restare sulla terra.

E poi prima risposta stupefacente del Signore, il mio amico Noir è entrato in camera mia, senza bussare , senza dire nulla. Credo che non sia mai venuto nella mia stanza in un ora così tarda. Non saprei. Ma nella vita di un alcolizzato ci sono tante cose sorprendenti, che non cerca più spiegazioni. Noir prese il telefono e chiamò un ambulanza. All’ospedale mi fecero subito un prelievo (seguito da molti altri nella notte). Tre settimane dopo mi fecero fare una cura del sonno. Dallo spioncino della porta gli altri malati di mente si davano il turno per guardare questa bestia strana.

Tre settimane dopo, partimmo in quattro nella mia vecchia macchina. Dove si và? Dal dottor Fouquet, vedrai, starai bene. Ebbi un pensiero di rivolta. Ecco continua, si prendono decisioni senza di me.

 

Gli A.A. La Prima Riunione

 

Anche per quel che riguarda la mia malattia, la china comincia a risalire. Fouquet mi disse, A Versailles c’è un gruppo di Alcolisti Anonimi, si riuniscono ogni venerdì. Se vuole andarci la verranno a prendere.

Non ne avevo mai sentito parlare. Non mi veniva in mente che potessero fare qualcosa per me. Pensate, ubriaconi, smargiassi, li conosco bene, non valgono certo più di me. E poi non avevo voglia di lasciarmi arruolare in una squadra di disgraziati. E poi ne ho fin sopra i capelli delle discussioni da bettola, le fesserie che ho sentito sui soldi, sulla politica, sul gioco del lotto, sulle donnine , sui preti, sono stufo. Ormai sono convinto, siete dei coglioni e vi smerdo. Fottuto per fottuto voglio conservare la mia dignità. In tutti i casi non potrebbero insegnarmi niente sull’alcolismo. Ho trascorso notti su notti cercando di vederci chiaro. A se Fouquet mi avesse detto: vada a consolarli, farà loro del bene, sarei andato. Già mi vedevo in mezzo a loro, chiedere un po’ di silenzio e fare il mio sermoncino molto sentito.

Se un alcolizzato non può cavarsela, venti alcolizzati non possono cavarsela. Un alcolizzato più venti alcolizzati fanno ventuno alcolizzati, ero tristemente orgoglioso di questa logica. (Avrei dovuto sapere che la logica non a niente a che vedere con l’alcolismo, ma lo dimenticavo volutamente. Se sei alcolizzato, comprenderai facilmente su quali onde ha navigato il mio pensiero per qualche giorno. Devo andare , non devo andare, devo ancora una volta avere fiducia, devo chiudere gli occhi e non decidere più nulla.

Di fatto, non ho avuto da scegliere, il 20 marzo 1970, se ricordo bene, una bella signorina è venuta a trovarmi ”Mi chiamo Cristin e,sono alcolizzata, vengo a prenderla per la riunione di stasera, se vuole”.

Bene prendo la giacca. Avevo la gola stretta quando ho preso posto nella macchina. ”E’alcolizzata e lo dice”. E mentre guidava lentamente, lanciavo delle occhiate incuriosite sul suo viso sereno, sereno, sereno. Ho sentito immediatamente che uno sbarramento cominciava a crollare. Si è lo sbarramento di durezza, di orgoglio, di vergogna, di solitudine crollava. Arrivammo alla sala delle riunioni, una ventina di persone si presentavano tranquillamente senza squadrarmi. Solo una parolina  “mi chiamo… e sono alcolizzato.

Prendemmo quindi posto, senza formalità, senza precedenze, dopo due parole di benvenuto colui che guidava la riunione lesse la definizione degli Alcolisti Anonimi. Pensavo: mi va è il mio problema.

 

<<Gli Alcolisti Anonimi non fanno politica o filosofia, non impongono nessuna religione. Non ricercano ne denaro ne prestigio>>. Pensavo: è senza dubbio per questo che sono anonimi. Il solo scopo degli AA è di restare sobri e di aiutare altri a diventarlo. Ne consegue che gli AA sono un gruppo di persone per le quali l’alcol è diventato il problema più grande (oh si) e che hanno deciso di adottare un nuovo stile di vita. Quest’ultima frase, sebbene capitale, l’ho capita molto più tardi. E’ una frase chiave. Richiuse il suo libretto. Siamo anonimi affinché i problemi di prestigio, di diplomi, di cultura o di politica non intervengano tra di noi a dividerci. Avremo bisogno di unire le nostre forze per tirarci fuori dalla disgrazia in cui ci ha messo l’alcol. Arrivò il momento in cui ognuno fu invitato, a sua volta, a parlare della sua malattia. Mi chiamo Jean, raccontò tutto , anche i suoi impulsi suicidi. E io in tutto questo? Capivo tutto e non toglievo gli occhi di dosso a chi parlava. Due o tre volte ho alzato la mano per dire: è proprio quello che ho fatto anch’io, dopo tre volte il moderatore mi ha detto, sorridente “Lucien, non si interrompe colui che parla”. Ma ho continuato a parlare a me stesso. E’ giusto quello che dice, credevo di essere io solo in queste condizioni, ma è come me. Sono crollati come me, anche lui si rialzava la notte per bere, anche lui nascondeva le bottiglie. Anche lui si sentiva costretto a condurre una doppia vita. Non sei più solo, amico. ”Non sei più solo”, ecco la prima scoperta, sono come te. La seconda scoperta, sentivo, vedevo che non bevevano più. Su questo un alcolizzato non può sbagliarsi. Per essere così tranquilli nel raccontare delle loro esperienze così strazianti, bisogna che fossero sull’altro versante. Parecchi di loro si permettevano di riderne, ma io non ridevo, ero troppo scombussolato. Non bevevano più, questo si vedeva; il colore sano della cornea, le mani che non tremavano, il tono pacato delle voci, il loro sguardo tranquillo, il loro umorismo ritrovato ne erano la prova tangibile. La terza constatazione, di gran lunga la più sorprendente, è che erano felici. Non eccitati, non moralizzatori aggressivi, non predicatori, non esibizionisti.

Lucien,vuoi dire qualcosa? Si vi ringrazio, mi chiamo Lucien. Ebbene anch’io sono alcolizzato, è la prima volta che lo dico a voce alta, da solo me lo ripeto da un anno, però mai a voce alta e in pubblico. Non sei in pubblico, Lucine sei con noi.

Non so cosa dire, innanzi tutto capisco tutto quello che avete detto, sono un po’ scombussolato da tutto ciò che ho ascoltato, non so da che parte cominciare.

Desideri venirne fuori, Lucien? Si da un anno lo desidero ma non riesco ad uscirne, faccio disastri su disastri. Mi si strinse la gola, presi un po’ più di coraggio “sono stufo”.

Hai tutto il tempo Lucien, hai già percorso la prima tappa del nostro metodo.

Vorrei smettere ma non posso.

E’ questa la malattia , Lucien,neanche io potevo, nessuno di coloro che sono qui lo poteva, non scoraggiarti, Lucien, Pazienza, Lucien. E quando il giro fu completato, il moderatore disse sorridendo ”Vi ringrazio di questa serata, e per finire invito coloro che lo desiderano a recitare con me la preghiera della serenità. INCREDIBILE, gli Alcolisti Anonimi e la loro preghiera spazzavano via da me tre anni di filosofia e tanti di elucubrazioni.

Credi che ne uscirò, Pierre? Farai come tutti, Lucien, hai tutto il tempo 24 ore per volta.

Perché parli di 24 ore? Perché la vergogna e i rimpianti possono turbarti.

Passai la notte a rimuginare quello che avevo visto e sentito, non ero calmo, ero ad un bivio. In me il raziocinante, il borioso, cercava di riprendere il sopravvento e faceva mille obiezioni per indurmi a rompere il legame con quelle persone ”conserva la tua libertà, se ti vedono con loro si saprà e la tua reputazione sarà rovinata, conserva la tua dignità, a che serve rimuginare i dolori, e poi l’anonimato? E queste dodici tappe?.

Affrontare senza l’alcol, senza l’aiuto di questo povero amico alcol, la mia vita quale era, mi sembrava impossibile. Affrontare lo stupore degli amici: non bevi Lucien? Affrontare i pettegolezzi dei conoscenti: hai visto? Lucien beve solo acqua, è perché ha bevuto troppo. Affrontare i confratelli di Nancy, mi aspetteranno al varco, Lucien è tornato. Quanto durerà questa volta? Oh la, la, la, la.

Come fanno gli AA per avere pace? Sono come me ma hanno la pace in più. Che fare? Come fare, da dove incominciare? Che cosa cambiare? Nessuna risposta. Gli AA, mi avevano dato il piccolo opuscolo, quando ci eravamo lasciati, lo trovai nella tasca della giacca. All’ultima pagina trovai quello che cercavo: mio Dio, dammi la serenità d’accettare le cose che non posso cambiare….. L’indomani, anziché avere la gola stretta, sentii che un nuovo giorno poteva sorgere.

 

Uscendo dall’inferno dell’alcol, ho fatto le seguenti constatazioni. Il mio coraggio non è servito a nulla. E ne avevo di coraggio: non prendetemi per un vigliacco, vi prego. Farmi violenza non è servito a nulla, quante volte mi ero detto stringendo i denti: ”Razza d’idiota, smettila una buona volta”. Altri, in un eccesso di violenza, si sono tagliati le vene, le arterie del collo. Inutilmente. Piangermi addosso non era servito a nulla , ma proprio a nulla. Se c’è un rimedio inutile è proprio questo. I quattrini non sono serviti a nulla, se non ha buttarli tra le ginocchia di un barbone andando a bere un bicchiere. Ma non mi rimettevano certo la testa a posto. L’orgoglio non mi era servito a niente, tranne a nascondermi un po’ meglio per non essere sorpreso mentre scolavo le bottiglie. Quante volte mi sono detto << riprenditi, sei comunque Lucien per milioni di persone>>. Questi sussulti d’orgoglio non mi sono serviti a niente. L’intelligenza non mi è servita a niente, se non a farmi capire che correvo incontro alla morte. Le promesse fatte a Dio e ai suoi santi, a che scopo. Sapevo di non poterle mantenere. Non faccio del sentimentalismo, non lecco le mie ferite, constato che non si poteva fare più nulla. Sperimentavo che stavo per morire. Alla prima riunione, al contrario ho sputo, dalla scienza empirica , che potevo smettere, e a questo proposito è difficile cavillare, a meno di non essere gretti o in malafede. Era per me l’unica via di salvezza. Ecco perché ho continuato ad andare a Strasbourg.

 

Venne un giorno in cui, ho voluto far condividere la mia esperienza a un alcolizzato. Andai a trovarla e le dissi tutto quel che sapevo a proposito della malattia, ma parlandone con tanto impeto, le detti l’impressione di essere un piccolo esaltato. Gli alcolizzati hanno una tale brama di venirne fuori che si aggrappano totalmente, a ogni speranza. Il metodo di A.A. è tutto qui. Il metodo non ricorre alla ragione, si appoggia all’istinto vitale. Misterioso.

 

Quando un malato che beve ancora desidera sapere in che cosa consiste il metodo degli AA, rimane spesso deluso dalle nostre spiegazioni, non capisce” come ciò possa aiutarlo. Invariabilmente rispondo ”nemmeno io…” puoi sempre provare, vieni a vedere”.

 

Sei mesi di sobrietà, troppo lavoro, prendo troppo tutto a cuore, troppa tensione nervosa, conducevo una vita troppo agitata. In queste condizioni è bastato un motivo futile per farmi ricominciare a bere. Non è pericolosa solo la malinconia , lo è anche l’euforia.

 

Tornato a Nancy, proprio vicino all’angolo del garage Renault, c’è un bar, entrai per prendere una bevanda calda. Quando la cameriera arrivò , mi sentii ordinare: un boccale di birra per favore, lo bevvi in preda all’angoscia. Per far sparire l’angoscia: un boccale per favore, e siccome l’angoscia non spariva: ancora un boccale per favore.

 

Andai fino a Metz dove conoscevo una giovane donna: signora non sto bene , vengo a nascondermi da lei. Usci al mattino per dare le sue lezioni, sul comodino c’era un biglietto

 

“Riposi bene, signore, resti a casa mia finchè vorrà”. Le avevo detto una volta, se le porto un malato un giorno, sarà meglio lasciarlo tranquillo e farlo mangiare. E lasciargli il tempo di emergere dal suo marasma.

 

Andai alla riunione e li raccontai tutta la storia di questa ultima ricaduta. Therese che dirigeva, disse per tutta risposta, le parole che mi aspettavo.

 

Lucien, era ieri, ieri non esiste più. Oggi non hai bevuto. Rallegrati, sei con noi, non rischi nulla.

 

Domani non è ancora arrivato.

 

Non era scoraggiato dopo l’ultima ricaduta?. Fu troppo breve per lasciare tracce fisiche, moralmente restai inquieto, non sapevo come fare per evitarlo, se non seguire il metodo dei dodici passi degli AA.

 

Qui termina la copiatura di pagine del libro “IL BAMBINO CHE GIOCAVA CON LA LUNA” . Suggerisco per godere appieno della lettura del libro,se a qualcuno piace,di comprarlo. E’ edito dalle EDIZIONI PAOLINE e non costa molto.

 

Grazie.

 

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(dal sito "serene24ore.altervista.org", sez. Testimonianze - per tutti)

 




 

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