Riposa in pace Danilo

Buonasera, amici, eccomi a fare cio' che mai avrei voluto.... con queste sentite parole vi metto a conoscenza, purtroppo, della dipartita del nostro prezioso ed amato compagno di viaggio Danilo, amico sincero e discreto, sempre pronto a portare sollievo e sempre disponibile con chiunque. Io personalmente da lui ho appreso molto, ho avuto modo di lavorare sulla tolleranza, sull' umilta', sulla sincerita', tutti punti cardine del programma, ma ho anche avuto modo di comprendere quanto fosse importante imparare a sdrammatizzare situazioni che avrebbero potuto portarmi pericolosi stress..... ho avuto la fortuna quasi unica nella vita di conoscere una persona schietta e sincera, con un cuore enorme pronto a contenere al suo interno ciascuno di noi, un AA vero, una sobrieta' profonda che riponeva le proprie radici nel “pensiero” prima che in ogni azione. In tutta onesta' vi devo dire che non sempre ho la forza di “accettare le cose che non posso cambiare”..... oggi, questa situazione, non riesco ad accettarla, fa male, e' dolorosa.... ma e' la realta'.

Che tu possa riunirti al piu' presto al tuo Potere Superiore, caro fratello, e riposare in totale pace a nome di noi tutti.

Ciao Danilo caro e grazie per quanto mi hai insegnato.






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Nono Passo (1/3)

“Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile; tran­ne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri”


- 1/3 -

Buona capacità di giudizio, attenta scelta del momento, coraggio e prudenza: sono queste le qualità di cui avremo bisogno quando facciamo il Nono Passo.

Dopo aver compilato l’elenco delle persone che abbiamo leso, dopo aver riflettuto attenta­mente su ciascun caso e avere cercato di acquisi­re il giusto atteggiamento con il quale procedere, ci accorgeremo che fare ammenda diretta porta a dividere in parecchie categorie quelli che dovremmo avvicinare. Vi saranno quelli a cui dovremo rivolgerci non appena saremo diventati ragionevolmente sicuri di poter mantenere la nostra sobrietà. Vi saranno quelli verso i quali potremmo fare ammenda solo in parte, per timo­re che il rivelare completamente il nostro pensie­ro possa fare a loro o ad altri più male che bene. Vi saranno altri casi in cui quest’azione dovreb­be essere rimandata e altri ancora in cui, a causa dell’effettiva natura della situazione, non potre­mo mai avere assolutamente un contatto perso­nale diretto.

La maggior parte di noi comincia a fare certi tipi di ammende direttamente dal giorno in cui entra in Alcolisti Anonimi. Nel momento in cui diciamo ai nostri familiari che ci accingiamo real­mente a tentare il Programma, il processo è cominciato. In quest’ambito si fa raramente que­stione di scelta di tempo o di prudenza. Sentiamo il bisogno di giungere a casa per gridare fin dalla soglia la buona notizia. Non appena torniamo dalla nostra prima riunione, o forse dopo aver fini­to di leggere il libro «Alcolisti Anonimi», di solito sentiamo il bisogno di sederci con qualche mem­bro della nostra famiglia e di ammettere subito il danno che abbiamo fatto con il nostro alcolismo. Quasi sempre sentiamo il bisogno di andare oltre e di ammettere altri difetti che hanno reso difficile la nostra convivenza. Questa sarà un’occasione molto diversa e in netto contrasto con quelle ango­sciose mattinate che trascorrevamo alternando insulti a noi stessi e accuse ai familiari (o a tutti gli altri) per i nostri guai. In questo primo collo­quio è necessario soltanto che facciamo un’am­missione generale dei nostri difetti. Può essere imprudente in questo stadio rivangare certi episodi assai dolorosi. Una buona capacità di giudizio suggerirà che è opportuno prendere tempo. Anche se possiamo essere completamente disposti a rive­lare proprio il peggio, dobbiamo essere certi di ricordare che non possiamo acquisire la nostra pace interiore a spese degli altri.  (continua)

 

(da Dodici Passi Dodici Tradizioni, p. 123-125)


 

 






Ottavo Passo (4/4)

(...) Questi esempi di cattivo comportamento non sono affatto un catalogo completo dei danni che facciamo. Esaminiamo alcuni di quelli più sub­doli che talvolta possono essere altrettanto dan­nosi. Supponiamo che nel nostro ambito familia­re ci accada di essere avari, irresponsabili, insen­sibili o freddi. Supponiamo di essere irritabili, critici, impazienti e privi di senso dell’umori­smo. Supponiamo di esse prodighi di attenzione verso un membro della famiglia e di trascurare gli altri. E che cosa accade quando cerchiamo di dominare l’intera famiglia con regole ferree oppure con un continuo subisso di ordini minu­ziosi di come la loro vita dovrebbe svolgersi un’ora dopo l’altra? Cosa accade quando sprofondiamo nella depressione e l’autocommi­serazione trasuda da ogni poro e facciamo subire tutto questo a quelli che ci circondano? Questo elenco di danni fatti ad altri - quel tipo di danni che rende difficile e spesso insopportabile vivere quotidianamente con noi quando siamo alcolisti attivi - potrebbe essere esteso quasi all’infinito. Quando assumiamo tratti di carattere simili a questi, in negozio, in ufficio e nei rapporti con i nostri simili, questi tratti possono provocare danno quasi tanto grande quanto quello che abbiamo causato in casa.

Una volta che abbiamo indagato attentamente su tutta quest’area di rapporti umani e una volta che abbiamo deciso esattamente quali aspetti della nostra personalità hanno leso o turbato altre persone, allora possiamo cominciare a frugare nella memoria alla ricerca di quelli cui abbiamo fatto del male. Non dovrebbe essere difficile cominciare subito con le persone più vicine a noi e maggiormente danneggiate. Poi, ripercorrendo all’indietro, anno dopo anno, la nostra vita fin dove ci assisterà la memoria, ci troveremo costretti a comporre un lungo elenco di persone che, in una misura o nell’altra, abbiamo fatto sof­frire. Naturalmente dovremo valutare e pesare attentamente ogni caso. Dovremo attenerci al principio di ammettere le cose che noi abbiamo fatto, perdonando nello stesso tempo i torti reali o immaginari fatti a noi. Dovremo evitare giudizi drastici tanto su noi stessi che sulle altre persone interessate. Non dobbiamo esagerare i nostri difetti o i loro. Nostro fermo proposito sarà una visione serena ed obiettiva.

Ogni volta che la nostra penna dovesse esita­re, possiamo farci forza e coraggio ricordando quello che ha significato per altri l’esperienza di A.A. in questo Passo: il principio della fine dell’isolamento dai nostri simili e da Dio.          

(dal libro "Dodici passi Dodici tradizioni", pp.121-122)


 






Ottavo Passo (3/4)

 (...) È possibile che abbiamo dato effettivamente alle nostre emozioni delle violente distorsioni che da quel momento hanno offuscato la nostra personalità e mutato in peg­gio la nostra vita. Mentre lo scopo di fare ammenda resta l’impe­gno predominante, è ugualmente necessario che da un esame dei nostri rapporti con altri districhia­mo ogni minima informazione possibile su noi stessi e sulle nostre principali difficoltà. Poiché i rapporti difettosi con altri esseri umani sono stati quasi sempre la causa diretta delle nostre sventure, compreso l’alcolismo, nessun campo d’indagine potrebbe dare ricompense più soddisfacenti e pre­ziose di questo. Una tranquilla, approfondita riflessione sui rapporti personali può rendere più profondo il nostro intuito. Possiamo andare assai al di là di quei comportamenti che in noi erano sbagliati solo superficialmente per vedere quei difetti che erano fondamentali, difetti che talvolta sono stati responsabili di tutto l’andamento della nostra esistenza. L’accuratezza - lo abbiamo sco­perto - pagherà: e paga generosamente.

Successivamente, potremmo chiederci che cosa intendiamo quando diciamo che abbiamo «leso» altre persone. In sostanza, che specie di «danno» fa una persona ad un’altra? Per definire in modo pratico la parola «danno», potremmo chiamarlo il risultato di istinti che si scontrano, scontro che causa alle persone danno fisico, mentale, emotivo e spirituale. Se il nostro umore è costantemente cattivo, provochiamo ira negli altri. Se mentiamo o truffiamo, priviamo gli altri non solo dei loro beni materiali, ma anche della loro sicurezza emo­tiva e della loro tranquillità d’animo. E proprio un invito a diventare sprezzanti e vendicativi. Se la nostra condotta sessuale è egoistica, possiamo suscitare gelosia, sofferenza e un forte desiderio di ricambiare con la stessa moneta.   (continua)

(dal libro "Dodici passi Dodici tradizioni", pp. 119-120)


 






Primo Passo (1/3)

  Primo Passo  

dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni" 

"Abbiamo ammesso la nostra impo­tenza di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili"

 

Chi è disposto ad ammettere una completa sconfitta?

Praticamente nessuno, è ovvio. Tutti gli istinti naturali si ribellano all’idea di un’impotenza personale. E’ veramente terribile ammettere che, bicchiere alla mano, abbiamo deformato le nostre menti con una tale ossessione per un modo di bere distruttivo che soltanto un atto della Provvidenza può liberarcene.

Nessun altro tipo di fallimento somiglia a questo. L’alcol, divenuto ora avido creditore, ci succhia tutta l’autosufficienza e tutta la volontà di resistere alle sue richieste. Una volta che si è accettata questa dura realtà, il nostro fallimento, come esseri umani, è completo.

Ma, entrando in A.A., consideriamo in modo del tutto diverso questa umiliazione assoluta. Ci rendiamo conto che soltanto attraverso una tota­le capitolazione possiamo riuscire a fare i primi passi verso la liberazione e la forza. L’ammis­sione della nostra impotenza viene a essere alla fine la base granitica sulla quale possiamo costruire una vita felice e piena di significato.

Sappiamo che l’alcolista che entra a far parte di A.A. ne trarrà ben poco giovamento se non ha prima di tutto accettato la sua debolezza deva­stante e tutte le sue conseguenze. Finché non si umilia in tal modo, la sua sobrietà, se ne ha in qualche grado, sarà precaria. Non troverà affatto un’autentica felicità. Questa è una delle certezze della vita di A.A., convalidata da una vastissima esperienza. Il principio che afferma che non tro­veremo forza duratura finché non avremo anzi­tutto ammesso la nostra completa sconfitta, è la radice basilare da cui tutta la nostra associazione è sbocciata e fiorita.

( da Dodici Passi Dodici Tradizioni , p. 27-32 )


 






Terzo Passo (2)

  TERZO PASSO  

sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite 
alla
cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

[Quanto più siamo dipendenti dal potere superiore, tanto più siamo realmente indipendenti] - Ma quanto siamo effettivamente dipendenti nella vita quotidiana e quanto siamo consapevoli della nostra dipendenza? Nella vita quotidiana siamo dipendenti dall'energia elettrica che fa funzionare i tanti nostri apparecchi, coi quali godiamo di maggiore comodità, tempo libero e sicurezza; di questa dipendenza siamo consapevoli e la accettiamo di buon grado. 

Ma appena è in discussione la nostra indipendenza mentale od emotiva, ci comportiamo ben diversamente! Abbiamo il diritto di decidere da soli come pensare e come agire! Valuteremo il pro e il contro di ogni problema, ascolteremo educatamente chi ci consiglierà, ma poi decideremo noi. 

La nostra intelligenza, appoggiata alla forza di volontà può controllare correttamente la nostra vita interiore e garantirci il successo nel mondo in cui viviamo. Questa brava filosofia, in cui ogni uomo assume il ruolo di Dio, suona bene, ma sarà anche efficace? A noi ha fatto danni, guardiamoci allo specchio e vedremo le conseguenze su di noi.

 Se osserviamo i non alcolisti potremo osservare i risultati che anche le persone non alcoliste stanno traendo dalla loro autosufficienza. Vediamo ovunque gente piena di rabbia e di paura, una società che si sta disfacendo in tante frazioni contendenti. Uno dice all'altro: «Io ho ragione e tu hai torto». Ognuno impone la sua volontà a tutti gli altri, giudicandosi presuntuosamente giusto. E ovunque si ripete la stessa cosa a livello individuale. Il risultato è meno pace e meno fratellanza di quanta ce ne fosse prima. La filosofia dell'autosufficienza non paga, è una forza stritolante, porta allo sfacelo.

Perciò noi che siamo alcolisti possiamo considerarci davvero fortunati. Ciascuno di noi ha avuto il proprio scontro fatale con la forza distruttrice dell'ostinazione ed ha sofferto abbastanza sotto il suo peso da essere disposto a ricercare qualcosa di meglio. Perciò è per le circostanze, più che per una qualche virtù personale, che siamo stati guidati in A.A., che abbiamo ammesso la nostra sconfitta, che abbiamo acquisito alcuni rudimenti di fede e che ora vogliamo prendere la decisione di affidare la nostra volontà e le nostre vite ad un Potere Superiore. (segue)

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 






Terzo Passo (1)

  TERZO PASSO  
sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite 
alla
cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

 

Mettere in pratica il Terzo Passo è come aprire una porta che sembra essere chiusa a chiave. È necessaria una chiave e la determinazione di aprire la porta. La chiave è una sola e si chiama buona volontà. Aperta la serratura con la buona volontà, la porta si apre su un sentiero segnato con l'iscrizione: «Questa è la via verso una fede che opera». Nei due Passi precedenti siamo stati impegnati a riflettere: preso atto che eravamo impotenti di fronte all'alcol, abbiamo anche intuito che chiunque può avere fede, anche nella stessa A.A.. Per arrivare a tali conclusioni non era necessaria alcuna azione, bastava la sola accettazione.

Ma il Terzo Passo (e i successivi) richiede azione, è solo mediante l'azione che possiamo eliminare quell'ostinazione che ha sempre impedito a Dio (o, se preferisci, un Potere Superiore) di entrare nella nostra vita. La fede è indispensabile, ma anche avendola possiamo tenere Dio fuori dalla nostra vita. Il problema è: in che modo e con quali mezzi specifici potremo farLo entrare? Il Terzo Passo è il nostro primo tentativo. L'efficacia dell'intero Programma di A.A. dipenderà dal nostro impegno e dalla nostra serietà per giungere «alla decisione di affidare la nostra volontà e le nostre vite alla cura di Dio come noi potemmo concepirLo».

Per chi ha un'indole pratica ed è attaccato alle cose terrene, questo Passo sembra molto difficile, o addirittura impossibile. In che modo esattamente uno può affidare la propria volontà e la propria vita alla cura di quel Dio in cui crede? Chiunque può cominciare a farlo, lo testimoniamo noi che abbiamo tentato con la stessa perplessità. Occorre soltanto iniziare. Girando la chiave della buona volontà riusciamo a socchiudere la porta e poi scopriamo di poterla aprire sempre di più. La nostra ostinazione potrà richiuderla, ma saremo sempre in grado di ritrovare la chiave della buona volontà.

Se tutto questo suona misterioso e lontano, ecco come si può fare in realtà. Chi è arrivato in A.A. (e intende restarvi) ha fatto, inconsapevolmente, un inizio di Terzo Passo. Per quanto riguarda l'alcol, ciascuno ha deciso di affidare la propria vita alla cura, protezione e guida di Alcolisti Anonimi. Possiede già la buona volontà di cambiare le proprie idee con quelle suggerite da A.A.. Ogni nuovo venuto realmente ben intenzionato sente davvero che A.A. è l'unico porto di salvezza per lui, divenuto ormai una barca che sta per affondare. Questo è proprio affidare la propria volontà e la propria vita a una Provvidenza appena scoperta.

Ma supponiamo che l'istinto si ribelli ancora (è certo che lo farà): «Sì, per quanto riguarda l'alcol credo di dover dipendere da A.A., ma in tutte le altre faccende manterrò ancora la mia autonomia. Niente può trasformarmi in una nullità. Se continuo ad affidare la mia vita e la mia volontà alla cura di Qualcosa o di Qualcun altro, che ne sarà di me? Sembrerò il buco di una ciambella». Questo ragionamento che cerca di assecondare l'egoismo ostacola lo sviluppo spirituale. Il guaio è che questo modo di pensare non tiene conto dei fatti: quanto più diventiamo disposti a dipendere da un Potere Superiore, tanto più siamo realmente indipendenti. Tale dipendenza, come la mette in pratica Alcolisti Anonimi, è un mezzo per raggiungere la vera indipendenza dello spirito.   (continua)

 

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 






Terzo Passo (3)

 

  TERZO PASSO  

sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite alla

cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

( ... )   La parola «dipendenza» è sgradevole per molti psicologi e psichiatri, e anche per gli alcolisti. Vi sono forme errate di dipendenza. Nessun adulto dovrebbe dipendere in maniera troppo emotiva da un genitore. Proprio questa forma di dipendenza sbagliata ha portato molti alcolisti ribelli a concludere che qualsiasi tipo di dipendenza deve essere intollerabilmente dannoso. 

Ma la dipendenza da un Gruppo di A.A. o da un Potere Superiore non  produce risultati nocivi. Si dimostrò valida durante la Seconda Guerra Mondiale. Soldati, membri di A.A., furono inviati a combattere in tutto il mondo. Sarebbero stati capaci di sottostare alla disciplina, di resistere sotto il fuoco, di sopportare la monotonia e le miserie della guerra? La dipendenza da A.A. li avrebbe aiutati a superare ogni prova? La risposta è stata sì. Ebbero perfino meno ricadute o sbornie secche dei membri rimasti al sicuro in patria e furono capaci di resistenza e valore come qualunque altro soldato. La loro dipendenza da un Potere Superiore non fu una debolezza, fu la loro principale fonte di forza.

Ma come continuare ad affidare la propria volontà e la propria vita a un Potere Superiore? L'alcolista, all'inizio, cominciò ad aver fiducia in A.A. per risolvere il problema alcolico. Ma poi si accorge che ha altri problemi oltre l'alcol e che non riesce a risolverli, seppure progredisce nel programma con  determinazione e coraggio. Si sente infelice e insicuro sulla sua recente sobrietà. Pensando al passato, rivive rimorsi e sensi di colpa. Pensando a chi ancora invidia od odia, l'amarezza lo sommerge. L'insicurezza finanziaria lo preoccupa. La perdita degli affetti lo affligge. Il suo coraggio e la sua volontà  sono troppo deboli, ha bisogno di aiuto. Ora deve dipendere da Qualcun altro o da Qualcos'altro.

All'inizio quel «qualcuno» può essere l'amico in A.A. che gli assicura che potrà risolvere quei suoi numerosi guai, che prima affrontava con l'alcol. La sua vita è ancora incontrollabile e la sua sobrietà è debole poiché è appena all'inizio del Programma di A.A. Con l'ammissione di alcolismo e le prime riunioni del gruppo, è ancora lontano dalla sobrietà permanente e dalla vita soddisfacente ed utile. Gli mancano gli effetti dei restanti Passi del Programma di A.A.. Continui a sforzarsi per ottenerli e ne otterrà i benefici.  (segue)

 

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 





...umilmente chiesto di eliminare i nostri difetti...

    L'umiltà è la base per intraprendere il Quinto passo.
Dovremo guardare dentro noi stessi e capire quali cose possiamo cambiare, e avere il coraggio di cambiare quelle possibili.
    Spesso sbagliamo considerando i difetti di carattere quale parte integrante della nostra indole. Ma non è così! Molte volte si sente dire "sono fatta così, non posso farci niente". Ma A.A. ci offrirebbe la possibilità di cambiare se avessimo la volontà di riconoscere i difetti e non li giustificassimo. Proprio questi difetti del carattere, ci hanno portato a commettere molti errori. Possiamo eliminarli, se vogliamo. Abbiamo a disposizione una mole di strumenti per farlo, ma ci è indispensabile L'UMILTÀ'.
    Facciamo un paragone con un atleta. Per ottenere dei risultati efficienti, deve esaminare la sue caratteristiche, tutti i suoi lati deboli, correggersi con costanza e fatica, perdendo molte delle sue energie per raggiungere un risultato apprezzabile. Deve esercitarsi, ascoltare l'allenatore, provare e riprovare senza badare ai suoi sbagli, e ai mille tentativi non riusciti senza abbattersi. Sistematicamente l'allenatore pone la fatidica domanda: "sei pronto?, fai un bel respiro e vai, qualunque sia il risultato io ti starò vicino."
    Questo paragone calza perfettamente a quello che si "dovrebbe" fare con il 7º passo. L'allenatore è il gruppo, o lo sponsor, o il Potere superiore al quale dovremmo dare retta senza se e senza ma. Io sono pronto? Un bel respiro di umiltà e tutto andrà per il meglio. Non importano i fallimenti, gli incidenti di percorso, non importa quanto tempo occorrerà per ottenere risultati ottimali. Quello che conta è l'obiettivo. La serenità interiore e il miglioramento di se stessi.
    È una svolta importante della nostra vita, e acquisire l'umiltà non è semplicissimo. Il rischio della vanagloria è sempre in agguato, proprio come il primo bicchiere. Ecco allora che è importante ascoltare i suggerimenti del nostro "allenatore", il proprio Potere superiore.
    Ascoltare e non sentire solo quello che è più conveniente o comodo! Un solo giorno alla volta, con molti allenamenti, senza badare ai cedimenti di fronte alle difficoltà. Guardare avanti con decisione, con un ingrediente in più, la determinazione di giungere alla meta un solo giorno alla volta, guardando sempre avanti a testa alta.

 






abbiamo deciso di far ammenda...

     "Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone che abbiamo leso e abbiamo deciso si far ammenda verso tutte loro".

     Per l’ennesima volta il programma ci chiede un atto di umiltà. Non è semplicissimo riconoscere i danni, che durante il nostro periodo attivo abbiamo fatto! Andando a ritroso, a ritroso nel tempo, molti fatti li abbiamo rimossi, deliberatamente, sottovalutati, o dimenticati inconsciamente. Il 4°passo ci viene in aiuto con il guardare bene dentro noi stessi. Innanzitutto abbiamo danneggiato noi stessi... ecco allora che la prima forma di ammenda sarebbe opportuno farla verso il nostro vissuto attivo. I sensi di colpa affiorano spesso nel percorso del nostro recupero, e sono difficili da debellare. Sensi di colpa nel non essere stati presenti in famiglia, di non avere svolto il nostro ruolo genitoriale, di avere danneggiato con pettegolezzi, o altro, persone che ci avevano dato la loro fiducia. Non è un impresa da poco fare ammenda! È come spiumare una gallina e recuperarne le piume che il vento ha disperso. Vi sono ammende che sono impossibili da fare - persone defunte, situazioni che danneggerebbero, situazioni complicate, delicate, alle quali non è opportuno rimediare. In questo caso ci viene incontro la preghiera della serenità: LA SAGGEZZA DI CONOSCERNE LA DIFFERENZA!
     Riaprire ferite mai ben chiuse è doloroso, è un atto chirurgico che richiede molta umiltà e sincerità spietata, fare ammenda non è solo il dire: scusami per il mio comportamento poco corretto… Ma è la dimostrazione diretta o indiretta del nostro comportamento e la riparazione dei danni fatti in modo espressivo. Con l’aiuto del nostro PS e con la calma che il nostro programma ci propone, facciamo un elenco delle persone lese, dei disastri che il nostro ex amico alcol ci ha indotto a fare!
     É naturale che alcuni fatti sono svaniti, ma nella maggior parte dei casi -come dicevo sopra- alcuni fatterelli ce li ricordiamo bene! All’opera! É sufficiente un foglio di carta e, alla rifusa o in modo ordinato, facciamo un elenco di queste marachelle. Imbarazzante, sgradevole, psicologicamente scomode, specialmente quando ci tornano alla mente le circostanze. L’ostacolo maggiore di questo elenco è l’alibi  che a nostra volta abbiamo subìto dei torti! Senza tenere conto che ad azione segue una reazione! Quindi togliamo di mezzo, con tutta l’umiltà che abbiamo a nostra disposizione, i SE e i MA.
     Lo scopo di questo passo è renderci conto che danneggiando gli altri abbiamo danneggiato noi stessi. E facendo un elenco delle persone lese, vediamo il nostro vero Io. Una ribellione verso noi stessi rivolta agli altri, con la complicità dell’alcol che ha deviato la nostra dignità e il rispetto che dovremmo avere sempre verso il prossimo. Mettendo tutto nero su bianco diventa tutto più evidente, e aumenta la consapevolezza che dobbiamo prendere atto delle nostre responsabilità. E visibilmente ci rendiamo conto che NON dobbiamo fare agli altri, quello che NON vorremmo fosse fatto a noi.


 






Ottavo Passo

"Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro"

Egoismo ed egocentrismo, causa dei nostri guai! Spinti da molteplici forme di timore, di paura, di autoinganno, di autocommiserazione, noi calpestiamo gli altri e questi reagiscono. Potremmo riconoscere di aver preso nel passato, sotto la spinta del nostro egocentrismo, decisioni che ci hanno messo in condizione di essere colpiti. Noi alcolisti dobbiamo sbarazzarci dell'egoismo, oppure ci uccide! Dobbiamo affrontare tutte le cose dentro di noi che ci bloccano e di liberarcene, il bisogno di bere non è che un sintomo! 

A tal fine avevamo compilato un inventario personale, era il Quarto Passo. Dobbiamo ora, nell'Ottavo Passo, diventare pronti a riparare le offese che abbiamo arrecato. Riprendiamo quella lista di persone alle quali il nostro comportamento ha causato dei danni. Osserviamola, studiamola: ci pesa. "Prima di tutto perdonare gli altri", ci è stato detto, "altrimenti non si può chiedere il perdono". Ce la faremo? Potremmo tentare, altri ce l'hanno fatta, lo dicono quelli che ci hanno indicato la loro via. L'abbiamo percorsa anche noi e siamo arrivati fin qui. Finora quella via era sicura e percorribile. Non sarà facile, ma qualcuno diceva che, per lui, è stata più facile di quanto sembrasse. Potremmo iniziare dalle nostre ammende meno pesanti e proseguire con le altre. Iniziare, ma con quali parole? "Che fortuna incontrarti qui, è da tempo che volevo parlarti …, Ho un senso di colpa del quale vorrei liberarmi e chiedere scusa, mi dispiace per quella volta che…, Starò diventando vecchio perché sento il bisogno di alleggerire qualche zavorra del passato che mi pesa…, Ti chiamo per sapere come stai, non ci sentiamo da tempo…, ho anche una cosa che mi pesa per non avertela mai detta…, Un ricordo del passato mi turba e vorrei parlartene, starò meglio se mi perdonerai per quella faccenda di…". Sì, stiamo diventando pronti a fare ammenda onorevole per il passato, se ciò è in nostro potere. 

Ma abbiamo ancora dei dubbi. Rileggendo la lista dei nostri amici e colleghi ai quali abbiamo fatto dei torti, possiamo esitare: è il caso di andarli a trovare affrontando l'argomento spiritualità? No, non è necessario, e forse è inopportuno, abbordare alcuni di loro insistendo sull'elemento spirituale, potremmo fornire loro dei pregiudizi su di noi, con: "Sono entrato in un'associazione che mi sta rigenerando spiritualmente…, Sto facendo un programma che propone una crescita spirituale…, Sono membro di Alcolisti Anonimi…". Teniamo a mente che con questo passo stiamo ancora mettendo ordine nella nostra vita. Ecco un'altra introduzione all'ammenda, da esprimere anche in tono scherzoso: "Sto mettendo ordine nella mia vita, e…".

Stiamo diventando pronti per spazzare via le macerie che si sono accumulate a causa dei nostri sforzi di vivere secondo i nostri capricci, di gestire tutto noi. Chi non ne è capace, preghi fin quando non gli sia concessa la forza necessaria. Però, ci ricordiamo che all'inizio siamo rimasti d'accordo di essere disposti a tutto, a tutto!, per ottenere la nostra vittoria sull'alcol?! "Se anche voi volete raggiungere ciò che noi abbiamo e se siete disposti a tutto per ottenere i nostri risultati, allora siete pronti a fare certi passi." Questo è il nostro Ottavo Passo. Seguirà il Nono, che progresso!

(da aiutoalcolistianonimi)


 






Ottavo Passo

Abbiamo fatto un elenco di tutte le per­sone che abbiamo leso e abbiamo deciso di far ammenda verso tutte loro”

L’Ottavo ed il Nono Passo si occupano dei rapporti personali. Come prima cosa, diamo uno sguardo a ritroso e cerchiamo di scoprire dove siamo stati colpevoli; poi, facciamo un tentativo risoluto di riparare il danno che abbiamo fatto; e, come terza cosa, dopo aver così spazzato via i detriti del passato, esaminiamo in che modo, alla luce della conoscenza appena scoperta di noi stessi, possiamo sviluppare i migliori rapporti possibili con ogni essere umano che conosciamo.

Questa non è certo un’impresa da poco. E un compito che possiamo assolvere con crescente capacità, ma che in realtà non finisce mai. Impa­rare a vivere completamente in pace, amicizia e fraternità con tutti gli uomini e tutte le donne, di qualunque genere, è un’avventura stimolante e avvincente. Ogni A.A. ha scoperto che può pro­gredire ben poco in questa nuova avventura dell’esistenza finché per prima cosa non torna indie­tro nel cammino da lui percorso e fa realmente un esame accurato e spietato dei relitti umani che ha lasciato nella sua scia. In certa misura, lo ha già fatto quando si è impegnato nell’inventano morale, ma ora è venuto il momento in cui dovrebbe raddoppiare i suoi sforzi per vedere a quante persone ha recato danno ed in quali modi. Questo riaprire ferite emotive, alcune vecchie, alcune forse dimenticate e alcune ancora doloro­samente infette, sembrerà a prima vista un inutile e sciocco atto chirurgico. Ma se si inizia in modo volenteroso, allora i grandi vantaggi di questo processo si manifesteranno così rapidamente che il dolore diminuirà mano a mano che si elimina un ostacolo dopo l’altro.

Questi ostacoli, comunque, sono indubbia­mente reali. Il primo, e uno dei più difficili, ha a che fare con il perdono. Nel momento in cui riflettiamo sul rapporto distorto o interrotto con un’altra persona, le nostre emozioni si mettono sulla difensiva. Per evitare di guardare i torti che abbiamo fatto all’altro, ci concentriamo con risentimento sul torto che costui ha fatto a noi. Ciò è soprattutto vero se questa persona, in effetti, ha decisamente agito male verso di noi. Trionfanti, prendiamo il suo cattivo comporta­mento come una scusa perfetta per minimizzare o dimenticare il nostro.

Proprio qui dobbiamo individuare chiaramente come siamo. Non ha molto senso che proprio noi saliamo sul pulpito a fare la predica. Ricordiamoci che gli alcolisti non sono i soli a essere tormen­tati da emozioni malate. È inoltre un fatto assoda­to che il nostro comportamento quando beveva­mo ha aggravato i difetti degli altri. Abbiamo ripetutamente portato fino al limite di rottura la pazienza dei nostri migliori amici e abbiamo tira­to fuori proprio il lato peggiore di quelli che, tanto per cominciare, non avevano molta conside­razione per noi. In un gran numero di casi, abbia­mo in realtà a che fare con altri malati, persone alle quali abbiamo accresciuto le sofferenze. Se ora ci accingiamo a chiedere di essere perdonati, perché non dovremmo cominciare già col perdo­nare tutti loro, senza eccezione?

Nel fare un elenco delle persone che abbiamo leso, la maggior parte di noi incontra un altro serio ostacolo. Noi avemmo una scossa ben violenta quando ci rendemmo conto che ci stavamo prepa­rando ad ammettere faccia a faccia con quelli che avevamo leso la nostra spregevole condotta. Era già stato piuttosto imbarazzante quando, in confi­denza, avevamo ammesso queste cose di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano. Ma la prospettiva di andare a far visita o di scrivere alle persone in questione ora ci sopraffaceva, special­mente ricordando in quale scarsa considerazione eravamo tenuti dalla maggior parte di essi. C’era­no pure casi in cui le persone che avevamo dan­neggiato erano tuttora felicemente ignare del danno subito. Perché, ci lamentavamo, non si poteva mettere una pietra sul passato? Perché dovevamo preoccuparci proprio di tali persone? Erano questi alcuni dei modi in cui la paura cospi­rava con l’orgoglio per impedirci di fare l’elenco di tutte le persone che avevamo leso.

Alcuni di noi, però inciamparono in un intoppo molto diverso. Ci aggrappavamo alla pretesa che quando bevevamo non facemmo mai del male ad alcuno tranne che a noi stessi. Le nostre famiglie non avevano sofferto perché noi avevamo sempre pagato i conti e raramente avevamo bevuto in casa. I nostri colleghi di lavoro non avevano sof­ferto, perché di solito eravamo sul lavoro. La nostra reputazione non aveva sofferto perché era­vamo certi che pochi sapevano del nostro bere e quelli che lo sapevano ci avevano talvolta assicu­rato che un’allegra alzata di gomito, dopo tutto, era solo un piacevole difetto umano. Allora, quale vero danno avevamo fatto? Certamente non più di quello a cui potevamo facilmente porre rimedio con poche scuse casuali.

Quest’atteggiamento, naturalmente, è il risul­tato finale della volontà intenzionale di dimenti­care. E un atteggiamento che può essere cambia­to soltanto con una profonda e onesta ricerca delle nostre motivazioni e delle nostre azioni.

Anche se in alcuni casi non possiamo fare assolutamente ammenda e in altri sarebbe neces­sario rimandare quest’azione, dovremmo tutta­via fare un’analisi scrupolosa e veramente com­pleta della nostra vita passata in rapporto alle persone in essa coinvolte. In molti casi scoprire­mo che il danno fatto ad altri non è stato grande, ma lo è stato il danno emotivo fatto a noi stessi. Dannosi conflitti emotivi molto profondi, talvol­ta completamente dimenticati, permangono sotto il livello della nostra coscienza. Quando si veri­ficarono tali conflitti, è possibile che abbiamo dato effettivamente alle nostre emozioni delle violente distorsioni che da quel momento hanno offuscato la nostra personalità e mutato in peg­gio la nostra vita.

Mentre lo scopo di fare ammenda resta l’impe­gno predominante, è ugualmente necessario che da un esame dei nostri rapporti con altri districhia­mo ogni minima informazione possibile su noi stessi e sulle nostre principali difficoltà. Poiché i rapporti difettosi con altri esseri umani sono stati quasi sempre la causa diretta delle nostre sventure, compreso l’alcolismo, nessun campo d’indagine potrebbe dare ricompense più soddisfacenti e pre­ziose di questo. Una tranquilla, approfondita riflessione sui rapporti personali può rendere più profondo il nostro intuito. Possiamo andare assai al di là di quei comportamenti che in noi erano sbagliati solo superficialmente per vedere quei difetti che erano fondamentali, difetti che talvolta sono stati responsabili di tutto l’andamento della nostra esistenza. L’accuratezza - lo abbiamo sco­perto - pagherà: e paga generosamente.

Successivamente, potremmo chiederci che cosa intendiamo quando diciamo che abbiamo «leso» altre persone. In sostanza, che specie di «danno» fa una persona ad un’altra? Per definire in modo pratico la parola «danno», potremmo chiamarlo il risultato di istinti che si scontrano, scontro che causa alle persone danno fisico, mentale, emotivo e spirituale. Se il nostro umore è costantemente cattivo, provochiamo ira negli altri. Se mentiamo o truffiamo, priviamo gli altri non solo dei loro beni materiali, ma anche della loro sicurezza emo­tiva e della loro tranquillità d’animo. E proprio un invito a diventare sprezzanti e vendicativi. Se la nostra condotta sessuale è egoistica, possiamo suscitare gelosia, sofferenza e un forte desiderio di ricambiare con la stessa moneta.

Questi esempi di cattivo comportamento non sono affatto un catalogo completo dei danni che facciamo. Esaminiamo alcuni di quelli più sub­doli che talvolta possono essere altrettanto dan­nosi. Supponiamo che nel nostro ambito familia­re ci accada di essere avari, irresponsabili, insen­sibili o freddi. Supponiamo di essere irritabili, critici, impazienti e privi di senso dell’umori­smo. Supponiamo di esse prodighi di attenzione verso un membro della famiglia e di trascurare gli altri. E che cosa accade quando cerchiamo di dominare l’intera famiglia con regole ferree oppure con un continuo subisso di ordini minu­ziosi di come la loro vita dovrebbe svolgersi un’ora dopo l’altra? Cosa accade quando sprofondiamo nella depressione e l’autocommi­serazione trasuda da ogni poro e facciamo subire tutto questo a quelli che ci circondano? Questo elenco di danni fatti ad altri - quel tipo di danni che rende difficile e spesso insopportabile vivere quotidianamente con noi quando siamo alcolisti attivi - potrebbe essere esteso quasi all’infinito. Quando assumiamo tratti di carattere simili a questi, in negozio, in ufficio e nei rapporti con i nostri simili, questi tratti possono provocare danno quasi tanto grande quanto quello che abbiamo causato in casa.

Una volta che abbiamo indagato attentamente su tutta quest’area di rapporti umani e una volta che abbiamo deciso esattamente quali aspetti della nostra personalità hanno leso o turbato altre persone, allora possiamo cominciare a frugare nella memoria alla ricerca di quelli cui abbiamo fatto del male. Non dovrebbe essere difficile cominciare subito con le persone più vicine a noi e maggiormente danneggiate. Poi, ripercorrendo all’indietro, anno dopo anno, la nostra vita fin dove ci assisterà la memoria, ci troveremo costretti a comporre un lungo elenco di persone che, in una misura o nell’altra, abbiamo fatto sof­frire. Naturalmente dovremo valutare e pesare attentamente ogni caso. Dovremo attenerci al principio di ammettere le cose che noi abbiamo fatto, perdonando nello stesso tempo i torti reali o immaginari fatti a noi. Dovremo evitare giudizi drastici tanto su noi stessi che sulle altre persone interessate. Non dobbiamo esagerare i nostri difetti o i loro. Nostro fermo proposito sarà una visione serena ed obiettiva.

Ogni volta che la nostra penna dovesse esita­re, possiamo farci forza e coraggio ricordando quello che ha significato per altri l’esperienza di A.A. in questo Passo: il principio della fine dell’isolamento dai nostri simili e da Dio.          

(da Dodici passi Dodici tradizioni)

 






Nono Passo

Abbiamo tra le mani una lista di tutte le persone che abbiamo offeso e verso le quali vogliamo fare un'ammenda onorevole. Abbiamo fatto questa lista servendoci del nostro inventario personale. Abbiamo esaminato la nostra personalità con grande cura. Ora andiamo a trovare queste persone e ripariamo i danni che abbiamo causato loro nel passato. Cerchiamo di spazzare via le macerie che si sono accumulate a causa dei nostri sforzi di vivere secondo i nostri capricci e di gestire tutto noi. Se non ne siamo capaci, preghiamo fin quando non ci sia concessa la forza necessaria. Ricordiamoci che all'inizio siamo rimasti d'accordo di essere disposti a tutto per ottenere la nostra vittoria sull'alcol…

Il nostro vero scopo è divenire capaci di metterci al servizio di Dio e delle persone che ci circondano nel miglior modo possibile... Può sorgere il problema su come abbordare la persona che abbiamo detestato... È più difficile parlare a un nemico che a un amico, ma ne otteniamo maggiori benefici...

In nove casi su dieci accade l'impensabile. La persona che andiamo a trovare ammette qualche volta i suoi sbagli e allora le divergenze di punti di vista, che duravano da anni, possono scomparire in un'ora. Quasi sempre, progrediamo in modo soddisfacente. I nemici di un tempo talvolta si congratulano con noi e ci fanno gli auguri. A volte, addirittura, si offrono di aiutarci. Tuttavia, non ci sarebbe nulla di strano se qualcuno ci cacciasse dal suo ufficio. Abbiamo fatto le nostre scuse, la nostra parte. Mettiamo una pietra sul passato... 

Ricordiamoci continuamente che abbiamo deciso di fare tutto il possibile per ottenere un'esperienza spirituale, noi domandiamo la forza e le direttive che ci permetteranno di fare il nostro dovere, senza dare peso alle eventuali conseguenze sul piano personale. Non dobbiamo indietreggiare davanti a nulla... 

Ci sono torti che non riusciremo a riparare totalmente. Non dobbiamo preoccuparci, se possiamo dire onestamente che lo faremmo se fossimo in grado di farlo. Se non possiamo andare a visitare alcune persone, allora scriveremo loro una lettera sincera. Talora, possono esserci delle ragioni valide che consigliano di ritardare le nostre scuse. Ma non ritarderemo, se non vi sono ragioni. 

Se ci sforziamo di fare bene ciò che è richiesto in questa fase del nostro lavoro, ci meraviglieremo scoprendo di aver completato la metà della nostra opera. Conosceremo una nuova libertà e una nuova felicità. Non ci affliggeremo del passato, ma ci impegneremo a non dimenticarlo mai. Capiremo cosa significhi la parola serenità e conosceremo la pace.

Poco importa a quale grado di abiezione siamo scesi, constateremo come la nostra esperienza possa giovare agli altri. Scomparirà ogni idea dell'inutilità della nostra vita e così pure ogni forma di commiserazione di noi stessi. Perderemo l'interesse per i nostri capricci e ci dedicheremo al servizio degli altri. L'egoismo scomparirà. Le nostre idee sulla vita cambieranno come dal giorno alla notte. La paura delle persone e la paura dell'insicurezza economica ci abbandoneranno. Intuiremo come dovremo comportarci di fronte a situazioni che di solito ci sconcertavano. Ci renderemo conto, tutto a un tratto, che Dio fa per noi ciò che noi non riuscivamo a fare da soli.

(brani dal VI.capitolo "All'opera")


 

 






Decimo passo

brani dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni", pp.131-142


Quando facciamo i primi nove Passi, ci prepa­riamo all’avventura di una nuova vita. Ma quan­do ci accingiamo a fare il Decimo Passo, comin­ciamo a mettere concretamente in pratica il nostro modo A.A. di vivere, giorno per giorno, nel bello e nel cattivo tempo. Dunque, giunge la prova decisiva: siamo in grado di restare sobri, di mantenerci emotivamente equilibrati e di vivere per un buon fine in tutte le circostanze?

Un continuo sguardo alle nostre qualità e alle nostre debolezze e un reale desiderio di appren­dere e di crescere con tale mezzo sono per noi indispensabili. Noi alcolisti abbiamo imparato tutto ciò a nostre spese. Persone con maggior esperienza, naturalmente, hanno praticato, in ogni tempo e luogo, una spietata analisi e critica di se stessi, e questo perché i saggi hanno sempre saputo che nessun individuo può dare un senso alla propria vita fino a che la ricerca di se stesso non diventa una regola abituale, fino a che non è capace di ammettere e accettare quello che sco­pre e fino a che non cerca di correggere con pazienza e perseveranza quello che è sbagliato (…)

Il nostro inven­tario ci mette in grado di chiudere i conti con il passato. Fatto questo, siamo davvero capaci di lasciarlo dietro di noi. Quando il nostro inventario è compiuto scrupolosamente e abbiamo fatto la pace con noi stessi, ne deriva la convinzione che le sfide del domani possono essere affronta­te così come vengono (…)

E con il passare del tempo i nostri inventari divengono parte integrante del nostro vivere quotidiano, e non qualcosa d’insolito e da considerare a parte (…)

Ora che siamo in A.A. e sobri, e abbiamo riconquistato la fiducia dei nostri amici e dei nostri colleghi, scopriamo che abbiamo ancora bisogno di esercitare una speciale vigilanza. Per garantirci contro il rischio di «superuomismo» possiamo spesso frenare noi stessi con il ricorda­re che oggi siamo sobri unicamente per grazia di Dio e che qualunque successo stiamo avendo è un successo molto più Suo che nostro (…)

Possiamo cercare di evitare di esigere in modo irragionevole da quelli che amiamo. Possiamo dimostrare gentilezza dove non ne avevamo dimostrata nessuna. Possiamo cominciare a met­tere in pratica equità e cortesia con quelli che detestiamo, magari eccedendo nel modo di com­prenderli  ed aiutarli.

Ogni volta che manchiamo verso qualcuna di queste persone, possiamo ammetterlo immedia­tamente: con noi stessi sempre, e anche con loro, quando la nostra ammissione potrebbe essere utile. Cortesia, gentilezza, equità e amore sono le note fondamentali con le quali possiamo entrare in armonia praticamente con chiunque (…)

«Sto facendo ad altri quello che vorrei essi facessero a me, oggi?» (…)

 



 






Dodicesimo Passo (5/6)

   Dodicesimo Passo  

  dal libro "Alcolisti Anonimi" 

"Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi princìpi in tutte le nostre attività"

 

E ora il problema famigliare: forse c'è già stato un divorzio, una separazione o semplicemente ci sono rapporti tesi. Quando il vostro adepto avrà sanato come meglio può la situazione con la sua famiglia e avrà apertamente spiegato i nuovi princìpi in base ai quali vive, dovrebbe mettere in pratica questi princìpi in casa propria, se ha la fortuna di averne una. Anche se la famiglia avesse in qualche caso delle colpe, non dovrebbe occuparsene. Dovrebbe concentrare i suoi sforzi per dimostrare la propria spiritualità. Polemiche e discussioni per stabilire da che parte sia il torto devono essere evitate come la peste. In molte case è una cosa difficile a farsi, ma si deve fare se si vuole ottenere un risultato. Se portato avanti per qualche mese, l'effetto di questo atteggiamento sulla famiglia sarà certamente grande. Le persone più incompatibili tra loro scopriranno di avere una base sulla quale potersi incontrare. A poco a poco la famiglia si renderà forse conto delle proprie mancanze e le ammetterà. Allora si potrà discuterne in un'atmosfera di buona volontà e di cordialità.

Dopo aver visto dei risultati tangibili, la famiglia desidererà forse cooperare. Ciò avverrà naturalmente a tempo debito, a condizione tuttavia che l'alcolista continui a dimostrare di essere sobrio, rispettoso dei sentimenti altrui e utile, senza badare a quello che gli altri dicono o fanno. Ovviamente, ognuno di noi sarà a volte molto al di sotto di questo ideale. Ma dobbiamo cercare di riparare immediatamente al male fatto, se non vogliamo pagarne il fio con una sbornia.

Se ci fosse un divorzio o una separazione, non sarebbe opportuno avere una fretta eccessiva di riunire la coppia. L'uomo dovrebbe essere sicuro di essersi ristabilito. La moglie dovrebbe avere pienamente capito il suo nuovo modo di vivere. Se la loro antica convivenza deve essere ripresa, è necessario che lo sia su una base migliore di quella precedente che non ha funzionato. E cioè con uno spirito e un atteggiamento nuovi da parte di entrambi. Qualche volta è meglio per tutti quelli che sono implicati nella faccenda che la coppia rimanga separata. È evidente che non si può fissare una regola. Meglio che l'alcolista porti avanti il suo Programma giorno per giorno. Quando il momento per riprendere la vita in comune sarà giunto, ciò apparirà evidente a entrambi.

Che nessun alcolista dica di non potersi ristabilire se non torna ad avere con sé la sua famiglia! Questo non è affatto vero. In alcuni casi, per una ragione o per l'altra, la moglie non ritornerà mai. Ricordate al vostro uomo che il ristabilirsi non dipende da altre persone, ma dipende dal suo rapporto con Dio. Abbiamo visto ristabilirsi uomini la cui famiglia non si è affatto riunita. Abbiamo visti altri ricadere quando la famiglia s'era riunita troppo presto.

Tutti e due, voi e il nuovo venuto, dovete avanzare giorno per giorno sulla via del progresso spirituale. Se persisterete, avverranno cose eccezionali. Guardando indietro ci renderemo conto che quanto è avvenuto, da quando ci siamo messi nelle mani di Dio, è stato meglio di qualunque altra cosa avessimo cercato di fare da soli. Seguite i dettami di un Potere Superiore e vivrete effettivamente in un mondo nuovo e meraviglioso, quale che sia la vostra attuale situazione.

Quando state lavorando con una persona e la sua famiglia, fate attenzione a non immischiarvi nelle loro dispute. Se lo faceste, potreste rovinare la vostra possibilità di essere utili. Ma insistete presso i familiari perché capiscano che quell'uomo è stato molto ammalato e che dovrebbe essere trattato di conseguenza. Dovreste metterli in guardia dal creare risentimento o gelosia. Dovreste far capire che i suoi difetti di carattere non possono scomparire in una notte. Mostrate loro che egli è entrato in un periodo di crescita. Chiedete loro di ricordarsi, quando cresce l'impazienza, del benedetto miracolo della sua sobrietà.

Se voi siete riusciti a risolvere i vostri problemi domestici, raccontate alla famiglia del nuovo come sono andate le cose. In questo modo potrete metterli sulla buona strada senza criticarli. Il racconto del modo in cui voi e vostra moglie avete risolto le difficoltà è più valido di qualunque critica.

Supposto che si sia spiritualmente pronti, noi potremo fare una quantità di cose che si pensa siano precluse agli alcolisti. Si dice che noi non dobbiamo andare là dove si servono liquori e non dobbiamo averne nelle nostre case; che dobbiamo sfuggire gli amici che bevono ed evitare i film che mostrano scene di bevitori; che non dobbiamo entrare nei bar e che i nostri amici devono fare sparire le loro bottiglie se noi andiamo da loro; che niente ci deve far pensare o ricordare l'alcol. La nostra esperienza dimostra che non è necessariamente così.

(da "Alcolisti Anonimi", 7ºcap. "Lavorare con gli altri")






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Attività al di fuori di AA?

È un fatto curioso ma vero che alcuni di noi, nel primo periodo in cui non bevono, sembrano passare attraverso una fase di temporanea mancanza di immaginazione.

È curioso soprattutto perché, durante il periodo in cui bevevamo, molti di noi dimostravano di possedere una immaginazione incredibil­mente fertile. In meno di una settimana potremmo rapidamente trovare, per bere, più ragioni (scuse?) di quante la gente ne trovi in un’intera vita per tutti gli altri scopi (incidentalmente: una regola basata sull’esperien­za ci dice che i bevitori normali — cioè non alcolisti — non hanno biso­gno né usano mai giustificazioni particolari per bere o per non bere!).

Quando non vi è più la necessità di dare a noi stessi delle ragioni per bere, sembra spesso che le nostre menti vogliano scioperare. Alcuni di noi non riescono a pensare a cose da fare che non siano connesse col bere! Forse è solo perché ne abbiamo perso l’abitudine. O forse la mente ha bisogno di un periodo di tranquilla convalescenza una volta cessata la fase dell’alcolismo attivo. In ambedue i casi la tristezza scompare real­mente. Dopo il primo mese di sobrietà molti di noi hanno avvertito una notevole differenza. Dopo tre mesi le nostre menti sembrano ancora più lucide; e al secondo anno della nostra guarigione il cambiamento è sor­prendente. Abbiamo più energia mentale di quanta non ne avessimo mai avuta prima.

Ma è durante il primo interminabile periodo di astinenza che molti si chiederanno “Che cosa posso fare?”.

La lista che segue vuole essere solo un primo spunto per l’uso di quel tempo. Non è molto elettrizzante o avventurosa ma elenca i tipi di attivi­tà che molti di noi hanno svolto nelle loro prime ore libere, nei momenti in cui non erano al lavoro o con persone che bevessero. Sappiamo che funzionano. Ecco il tipo di cose che abbiamo fatto:

1.  Passeggiate - in particolare in luoghi nuovi, in parchi o in campagna. Piacevoli brevi passeggiate, e non stancanti marce,

2.  Letture - sebbene alcuni di noi si innervosiscano quando cercano di leggere qualcosa che richiede troppa concentrazione.

3.  Visite a musei e gallerie d’arte.

4. Attività sportive - nuoto, golf, corse a passo rallentato all’aria aper­ta, yoga, o altre attività suggerite dal dottore.

5.  Abbiamo ripreso piccole attività da lungo dimenticate - ripulito un cassetto della scrivania, messo a posto delle carte, appeso dei quadri, o qualcosa di simile che avevamo sempre rimandato.

Abbiamo però riscontrato che è importante non strafare in tutto que­sto. Decidere di riordinare tutti i cassetti (o l’intera soffitta o garage, o cantina, o appartamento) sembra facile. Tuttavia dopo un’intera gior­nata di lavoro fisico, potremmo terminare esausti, sporchi, senza aver realmente finito, e quindi scoraggiati. Per cui il nostro consiglio è: scom­ponete il programma in dimensioni e fasi possibili. Non iniziate con l’in­tenzione di ripulire l’intera cucina o tutta una parete di libri; piuttosto ripulite semplicemente un cassetto o uno scaffale. Ne riordinerete altri il giorno seguente.

6.  Abbiamo cercato un nuovo hobby - niente di costoso o di particolar­mente impegnativo, bensì un piacevole e ozioso diversivo in cui non dob­biamo eccellere o vincere, ma che possa darci momenti diversi di cui go­dere. Molti di noi si sono dedicati a hobby a cui non avevano mai pensa­to prima, come per esempio bridge, macramé, opera, pesci tropicali, la­vori di cucito, baseball, giardinaggio, vela, bonsai, scrivere, cantare, ri­solvere puzzle o parole crociate, cucinare, osservare gli uccelli, suonare la chitarra, andare al cinema, ballare, plasmare oggetti, collezionare qual­cosa, fare gli attori dilettanti o lavori in cuoio. Abbiamo riscontrato che molti di noi traggono veramente piacere dal fare delle cose che prima non avevano assolutamente considerato.

7. Abbiamo ripreso vecchi passatempi - ad eccezione di quello che voi ben sapete, Forse ben nascosto da qualche parte, vi è un acquerello che da anni non avete più toccato, o un ricamo di lana, una fisarmonica, un tavolo da ping-pong, o gli attrezzi per il tric-trac, una collezione di nastri incisi, o appunti per un romanzo. Per alcuni di noi è stata una buona cosa il riscoprirli, rispolverarli e fare un nuovo tentativo, Se poi decidete che non fanno più per voi, liberatevene.

8.    Ci siamo iscritti a un corso qualsiasi - desideravate parlare lo swahili o il russo? Vi piacciono la storia o la matematica? Vi interessano l’archeologia o l’antropologia? Si possono certamente trovare corsi per corrispondenza, corsi di istruzione alla televisione o classi per adulti (solo per se stessi, e non necessariamente per trarne lustro) che magari si ten­gono una volta la settimana. Perché non provare con uno? Molti di noi hanno visto che corsi simili possono non solo cambiare piacevolmente la dimensione della vita, ma possono portare a una nuova carriera.

Se lo studio diviene un peso, comunque, non esitate ad abbando­nano. Avete il diritto di cambiare parere e abbandonare qualsiasi cosa; essere “uno che lascia” può richiedere coraggio e molta saggezza se si lascia qualcosa che non andava bene o che non aggiungeva nulla di posi­tivo, o piacevole, o salutare alla nostra vita.

9.    Ci siamo offerti come volontari per servizi utili - moltissimi ospedali, istituti per bambini, chiese, e altre istituzioni e organizzazioni, cercano disperatamente dei volontari per ogni tipo di attività. La scelta è molto ampia: si può leggere a chi non ha più la vista o raccogliere firme per una petizione politica. Provate con un qualsiasi vicino ospedale, chiesa, ufficio governativo o associazione civile per scoprire i servizi di volontariato necessari alla vostra comunità, Abbiamo scoperto che ci sentiamo molto meglio quando contribuiamo, anche se con un piccolo servizio, al benessere dei nostri simili. Anche solo informarsi sulla possibilità di tali servizi è di per sé interessante e istruttivo.

10.  Abbiamo fatto qualcosa per curare la nostra persona - la maggior parte di noi si lascia andare un po’ troppo. Un nuovo taglio di capelli, degli abiti nuovi, nuovi guanti, o addirittura denti nuovi, hanno un ef­fetto meraviglioso. Avevamo spesso avuto l’intenzione di fare qualcosa di simile, e i primi mesi di sobrietà sembrano il momento giusto per tali cose.

11.  Ci siamo lasciati andare a qualcosa di frivolo - non tutto quel che facciamo deve essere uno sforzo per migliorare, sebbene qualsiasi sforzo a ciò diretto sia valido e ci porti a una maggiore stima di noi stessi. Per molti è importante riuscire a equilibrare i periodi di impegno con cose che si fanno per puro divertimento. Vi piacciono i fumetti? gli zoo? ma­sticare gomma americana? i film dei Fratelli Marx? la musica soul? leg­gere libri di fantascienza o storie poliziesche? prendere il sole? andare sulla neve? Se niente di tutto questo vi interessa, trovate qualche altra cosa, non alcolica, che vi porti null’altro se non un vero e proprio diver­timento, e divertitevi “a secco”, Ve lo meritate.

12. …………………………………………………………………………..    -   Riempite questo punto voi stessi. Speriamo che la nostra lista vi ab­bia fatto venire un’idea buona per voi, diversa da tutte quelle citate. Ci siete riusciti? Bene! Dedicatevi a quella.

Un attimo di attenzione però. Alcuni di noi hanno riscontrato di avere una tendenza a fare troppo e a provare troppe cose nello stesso tempo. Abbiamo un buon deterrente per questo, e potrete leggerlo al n.18. Si chiama “Dai tempo al tempo!”.

(dal libro "Vivere sobri")


 






riconciliarci con chi abbiamo leso...

Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri

    Durante il periodo attivo, eravamo anche inconsapevoli di provocare danni. L'alcol, si era impossessato delle nostre cellule cerebrali, e agivamo con la convinzione di agire in modo giusto. Ma ora usiamo il "senno di poi".
    Fare ammenda di tutti i "disagi" che abbiamo procurato ai nostri cari, ai nostri vicini di casa, o anche a chi, per il solo gusto di farlo, ci sembrava inferiore a noi, è un'impresa titanica. Molti di questi torti, devono essere vagliati attentamente. Avendo preparato un elenco delle persone lese, cerchiamo di vagliare attentamente come, dove e quando riparare i danni. Come per tutti i passi del nostro percorso, occorre una buona dose di umiltà e onestà. A volte non è semplice chiedere scusa a chi ha subìto un torto permanente a causa nostra. Le scuse in determinati casi, recano più danno che dimenticare il passato.
    Se non siamo stati buon genitori, possiamo chiedere scusa, ma se i figli hanno subìto un danno irreparabile dalla nostra aggressività o dal nostro modo troppo accondiscendente, allora sarebbe buona cosa lasciare perdere le scuse, ma rimediare con il nostro comportamento e consapevolezza delle nostre azioni coscienti o no. Possiamo rimediare cambiando atteggiamento e con i fatti, che valgono molto di più delle parole. Lo noterà soprattutto chi, "a quel tempo" ha capito che non eravamo in grado di intendere e di volere.  Se affiora il pensiero che a nostra volta siamo stati umiliati e offesi, chiediamoci se lo abbiamo meritato o addirittura provocato. Il fare ammenda non sia l'occasione per rivendicare, bensì il passaggio dalla superficialità alla responsabilità.
    Ammenda significa presa di coscienza che alcune lesioni sono state fatte consapevolmente. Ecco allora che dobbiamo porre rimedio in funzione a noi stessi. Se ad esempio ho contratto un debito, anche banale, posso e devo porre rimedio non solo in proporzione alla cifra dovuta, deve anche soddisfare la mia esigenza di mettermi a posto con la propria coscienza. Lo scopo del "fare ammenda" è chiedere scusa, riparare il danno e riconciliarci con chi abbiamo leso, e contemporaneamente, riconciliarci con noi stessi - talvolta siamo noi ad averne più bisogno.
    Infine, affrontare senza paura l'eventualità del giudizio, fa parte della nostra crescita se percorriamo questa tappa con la volontà di guadagnare la serenità per noi stessi, e ad altri.


 






44 Se entro in Alcolisti Anonimi, non sapranno poi tutti che sono un alcolista?

   L’anonimato è ed è sempre stato la base del Pro­gramma di A.A. Può accadere che dopo qualche tempo, molti membri non abbiano particolari obie­zioni al fatto che si venga a sapere che fanno parte di un gruppo dove trovano l’aiuto necessario per ri­manere sobri. Ma, per tradizione, gli A.A. non di­vulgano mai i loro cognomi sulla stampa, né tramite la radio né attraverso qualsiasi altro mezzo di comu­nicazione e nessuno ha diritto di violare l’anonimato di un altro A.A.

   Questo significa che il nuovo arrivato può rivol­gersi ad A.A. con la certezza che nessuno dei suoi nuovi amici violerà il segreto su confidenze relative al suo problema. I più anziani del gruppo riescono a comprendere che cosa prova il nuovo arrivato, perché essi stessi ricordano il proprio timore di poter essere additati pubblicamente con quello che sembra essere un appellativo terribile: “alcolista”.

   Una volta entrato in A.A., il nuovo arrivato può anche sorridere del fatto di essersi preoccupato che altri venissero a sapere che egli aveva smesso di be­re. Quando sta bevendo, le notizie delle follie com­messe da un bevitore si spargono piuttosto veloce­mente. Molti alcolisti si sono creati da soli la fama di sperimentati ubriaconi, prima di raggiungere A.A. Le loro bevute, salvo rare eccezioni, non erano cer­tamente un segreto ben custodito. Stando così le co­se, sarebbe piuttosto strano che anche la buona noti­zia riguardante la perdurante sobrietà di un alcolista non suscitasse dei commenti.

   A ogni buon conto, l’entrata di un nuovo amico in A.A. non può essere resa nota da alcuno, per alcuna ragione, se non dallo stesso nuovo venuto e anche da lui in una forma che non rechi danno all’Associa­zione.

 

 (dal libro 44 domande 44 risposte su Alcolisti Anonimi)


 






44 Perché A.A. per alcuni sembra non essere efficace?

 

La risposta è che A.A. è di aiuto solamente a coloro che ammettono sinceramente di essere alcolisti e desiderano onestamente smettere di bere, e che riescono a fare in modo che questi concetti occupino sempre il primo posto nella loro mente.

A.A. non potrà aver successo per l’uomo o la donna che fa delle riserve nell’ammissione di essere alcolista, e che si aggrappa alla speranza di riuscire, in qualche modo, a bere di nuovo in modo normale.

Gran parte delle autorità mediche affermano che un alcolista non riuscirà mai a tornare a bere normalmente. L’alcolista deve ammettere e accettare nel suo intimo questa verità fondamentale. Unito a questa ammissione e accettazione dovrà esserci il desiderio di smettere di bere.

Poi ci sono coloro che, dopo essere rimasti sobri per un certo periodo di tempo in A.A., sembrano dimenticare di essere alcolisti. La loro sobrietà li fa sentire troppo sicuri di sé, e allora decidono di sperimentare nuovamente l’alcol. Il risultato di tale esperimento è sicuramente prevedibile per un alcolista. Il loro modo di bere invariabilmente e inesorabilmente peggiora progressivamente.

(dall'opuscolo "44 domande 44 risposte su Alcolisti Anonimi")

 


 






CI PROVIAMO (Il meglio di Bill)

La mia stabilità
è arrivata quando ho cercato di dare,
e non quando ho cercato di ricevere.

(da Il meglio di Bill, pagg.46-47)


Fino a quando cerco con tutto il cuore e con tutta l'anima di trasmettere agli altri quello che mi è stato trasmesso, e non chiedo nulla in cambio, la vita è bella.

Prima di entrare nel programma di Alcolisti Anonimi non ero mai in grado di dare senza chiedere qualcosa in cambio. Non sapevo che, una volta che avessi iniziato a dare liberamente tutto me stesso, avrei iniziato a ricevere senza aspettarmi o chiedere nulla.

Ricevo anch'io quello che ricevette Bill: stabilità nel mio programma AA, dentro me stesso; ma soprattutto nei miei rapporti con il mio Potere superiore che io ho scelto di chiamare DIO...


 






Una guida per vivere - "Solo per oggi"

Una guida per vivere 

"Solo per oggi"

L'idea di vivere 24 ore alla volta si applica principalmente alla vita emotiva di ciascuno.  dal punto di vista emotivo, non dobbiamo pensare né a ieri né al domani.  Ma non mi è mai passato per la mente di pensare che ciò significa che l'individuo, il gruppo o A. A, nel suo insieme non debba pensare a cosa fare domani o anche in un futuro più lontano.  La sola fede non avrebbe mai potuto costruire la casa di cui vivete. E' servito un progetto e un bel po' di lavoro per realizzare concretamente.  

(Bill,  1954)

 

SOLO PER OGGI cercherò di vivere pensando soltanto all'oggi, senza voler affrontare in un sol colpo tutti i problemi della vita.  Per dodici ore posso riuscire a fare ciò che mi spaventerebbe se pensassi dover continuare a farlo per il resto della mia esistenza. 

SOLO PER OGGI voglio essere felice. La maggior parte della gente è felice nella misura in cui si predispone a essere. 

SOLO PER OGGI sarò io ad adeguarmi alle circostanze, invece di cercare di modificare tutto secondo i miei desideri.  Accetterò il mio destino come viene, cercando di adattarmi ad esso. 

SOLO PER OGGI  cercherò di rafforzare il mio animo. Studierò, imparerò qualcosa di utile, eviterò la pigrizia mentale. Leggerò qualcosa che richieda impegno, riflessione e capacità di concentrazione. 

SOLO PER OGGI eserciterò il mio spirito in tre modi. Farò il segreto del bene a qualcuno ;non avrà importanza che gli altri so sappiano o meno.  Farò almeno due cose che non mi piacciono, solo per esercizio.  Non mostrerò a nessuno che i miei sentimenti sono stati feriti; anche se fosse così per oggi non lo darò a vedere. 

SOLO PER OGGI sarò ben disposto con tutti. cercherò di apparire al meglio possibile, mi vestirò come si deve, non alzerò la voce, mi comporterò con cortesia, non farò la minima critica, non mi lamenterò di niente e non cercherò di migliorare o controllare nessun altro che me stesso. 

SOLO PER OGGI mi farò un programma. Posso anche non rispettarlo esattamente, ma lo avrò. Sarò al sicuro da due flagelli: la fretta e l'indecisione. 

SOLO PER OGGI troverò una tranquilla mezzora tutta per me, per rilassarmi. In questa mezz'ora presto o tardi, riuscirò a vedere la vita da un punto di vista migliore. 

SOLO PER OGGI non avrò paura. Non avrò paura sopratutto di gioire  di ciò che è bello e credere che, e di credere che, come io do al mondo, così il mondo darà a me.

 

IERI....OGGI....DOMANI

Sono due i giorni della settimana di cui non dovremmo preoccuparci, due giorni che dovrebbero essere tenuti liberi da paure e apprensioni.

Uno di questi giorni è IERI, con i suoi errori e problemi, le sue colpe e delusioni, i suoi dolori e le sue pene. IERI è finito per sempre ed è fuori dal nostro controllo tutto l’oro del mondo non può riportarci a IERI. Non possiamo cancellare nessuna cosa fatta, né una parola detta. IERI è andato via.

L’altro giorno per cui non dovremmo provare ansia è DOMANI, con le sue possibili avversità, le sue grandi promesse non sempre mantenute. Anche DOMANI è fuori dal nostro controllo. Domani il sole sorgerà, in un cielo sereno o pieno di nubi, ma sorgerà. Finché sarà così non vi avremo alcuna parte, dal momento che appartiene al futuro.

Rimane solo l’OGGI. Ognuno può combattere la battaglia di un solo giorno. E’ solo quando sommiamo il peso di queste due terribili eternità – IERI E DOMANI – che crolliamo. Non è quello che viviamo OGGI che ci conduce alla follia, è il rimorso o l’amarezza per ciò che è accaduto IERI e la paura di quel che può portare il DOMANI.

VIVIAMO DUNQUE UN GIORNO ALLA VOLTA






Abbiamo ancora il "diritto di sbagliare"? • Il nostro più grave pericolo: La rigidità

Il nostro più grave pericolo: La rigidità - di Bob Pearson (traduzione di D. , F. , S.)

Abbiamo ancora "il diritto di sbagliare" (12&12, p.219) ? Nel 2015, con l'Associazione che compie 80 anni, potremmo finalmente comportarci saggiamente, tenendo in cosiderazione le esperienze di chi le ha vissute e tramandate a noi. 
Nel suo discorso Bob Pearson indicava le convinzioni e i comportamenti che riteneva nocivi per A.A.  Sul sito Amiciaanonimi, l'amministratore Aldo lo aveva rinominato col titolo "Il diacono sanguinante: un vero pericolo per il gruppo" e mantenuto in cima all'elenco degli articoli. Il discorso merita di essere sottratto all'oblio con la pubblicazione su questo sito.

Bob Pearson (1917-2008) è stato General Manager e poi Senior Advisor presso General Service Office (GSO, Ufficio dei Servizi generali). La sua storia è nel Grande libro, "AA gli insegnò a gestire la Sobrietà", 3a e 4a ed. inglese. Tenne un vigoroso ed entusiasmante discorso di chiusura della Conferenza americana del 1986, sua ultima Conferenza prima di ritirarsi. Gli stralci del suo discorso di commiato sono dal rapporto conclusivo di quella Conferenza.

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<<  Questa è la mia diciottesima Conferenza (...)  dunque è una esperienza carica di emozione. (...), mi rifarò al detto arabo citato da Bill nel suo ultimo messaggio, "Vi ringrazio per le vostre vite”. Perché senza le vostre vite, quasi sicuramente non avrei avuto affatto una vita, tantomeno la vita incredibilmente ricca di cui ho goduto.

Vorrei dedicare i miei pensieri al futuro di AA. Non ho niente in comune con quei diaconi sanguinanti che screditano ogni cambiamento e vedono lo stato dell'Associazione con pessimismo e preoccupazione. Al contrario, dalla mia prospettiva di quasi un quarto di secolo, vedo AA più ampia, sana, più dinamica, in più rapida crescita, più universale, più attenta al servizio, più consapevole dell'essenziale, e più spirituale -eccòme- di quando attraversai la porta della mia prima riunione a Greenwich, Connecticut, solo un anno dopo la famosa Convenzione di Long Beach (1960). AA è fiorita oltre ogni folle sogno dei membri fondatori, tranne, forse, dello stesso Bill, poiché egli fu autenticamente visionario.

Concordo con quelli che credono che se mai questa Associazione vacillerà o fallirà, non sarà per qualche causa esterna. No, non sarà a causa dei centri di cura o dei professionisti in campo, o della letteratura non approvata dalla Conferenza, o dei giovani, o di coloro che hanno più dipendenze, o addirittura dei "drogati" che tentano di venire alle nostre riunioni chiuse. Se aderiamo strettamente alle nostre Tradizioni, Concetti e Garanzie, e se manteniamo una mente aperta e un cuore aperto, noi possiamo affrontare questi e tutti gli altri problemi che abbiamo o che semmai avremo. Se mai ci esauriremo o falliremo, sarà semplicemente per causa nostra. Sarà perché non riusciamo a controllare il nostro stesso ego o ad andare d'accordo tra di noi. Sarà perché abbiamo troppa paura e rigidità, e non abbastanza fiducia e buonsenso.

Se mi chiedeste qual'è il più grande pericolo a cui AA e è oggi esposta, dovrei rispondere: la crescente rigidità - l'aumentata richiesta di risposte assolute a questioni cavillose; la pressione perché il GSO-USG faccia rispettare le nostre Tradizioni; il vaglio degli alcolizzati alle riunioni chiuse; la proibizione di letteratura non approvata dalla Conferenza, ad esempio vietando libri; caricare i gruppi e i membri di un numero crescente di regole. E in questa tendenza verso la rigidità, stiamo scivolando sempre più lontano dai nostri co-fondatori. Bill, in particolare, si starà rivoltando nella tomba, perché lui era forse la persona più permissiva che io abbia mai incontrato. Una delle sue frasi predilette era "Ogni gruppo ha il diritto di sbagliare/essere in torto". Era follemente tollerante verso i suoi critici, e aveva totale fiducia che le colpe in AA contenessero in sé la loro stessa espiazione.

E anche io lo credo, perciò, in ultima analisi, non stiamo per andare in pezzi. Non vacilleremo né falliremo. Alla Convenzione internazionale di Miami 1970, io ero tra gli spettatori, quel sabato mattina, quando Bill fece la sua ultima breve apparizione pubblica. Era troppo malato per prendere parte a tutti gli eventi in programma, ma ecco, senza preavviso, al sabato mattina, lo fecero riemergere da dietro il palco su una sedia a rotelle, attaccato con dei tubi alla bombola di ossigeno. Indossando una ridicola giacca di color arancione brillante, da comitato di accoglienza, sollevò in piedi il suo corpo spigoloso e raggiunse faticosamente il podio - e scoppiò il pandemonio. Pensavo che il fragore dell'applauso e delle acclamazioni non sarebbe finito mai, mentre le lacrime scendevano su ogni guancia. Alla fine, con voce decisa, con lo stile di una volta, Bill pronunciò alcune frasi gentili sulla immensa folla, l'effluvio di amore e i tanti membri d'oltremare presenti, finendo -per come ricordo io- con queste parole: "Se guardo questa folla, so che Alcolisti Anonimi vivrà mille anni - se questa è la volontà di Dio".
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Fonti in rete:
hindsfoot. org/pearson. html (utilizzata qui)
gsowatch. aamo. info/pearson. htm,
www. barefootsworld. net/aa-rigidity. html


 






La Scuola di Vita degli A.A. (clvb 143)

La Scuola di Vita degli A.A.

In Alcolisti Anonimi, suppongo che litigheremo sempre un bel po’. Soprattutto, penso, su come aiutare meglio il maggior numero di alcolisti. Faremo puerili battibecchi a causa di piccole questioni finanziarie e su chi condurrà il nostro gruppo per i sei mesi seguenti. Qualsiasi gruppo di bambini (e questo è ciò che siamo) non sarebbero sé stessi se non facessero così.

Questi sono i dolori della crescita, e ora li stiamo soffrendo. Superare questi problemi, nella severa scuola di Alcolisti Anonimi, è un esercizio salutare.

(da A.A. diventa adulta, p. 277-278 )


 






COME PREGHI?” (dal libro GIUNSI A CREDERE).

Molte volte, mentre stavo bevendo, chiedevo a Dio di aiu­tarmi e terminavo insultandolo con tutti i peggiori epiteti che riuscivo a pensare e a dire: “Se sei così onnipotente, perché permetti che di nuovo mi ubriachi e mi metta nei guai?” .

Un giorno, mentre me ne stavo seduto sulla sponda del let­to, sentendomi tutto solo, con una pallottola in mano, pronto a caricarla nel fucile, gridai: “Se c’è un Dio, che mi dia il coraggio di premere il grilletto”.

Una voce sommessa e molto chiara parlò: “Getta via quel­la pallottola” e io la scagliai fuori della porta.

In un momento di calma, mi gettai in ginocchio e quella voce parlò ancora: “Chiama Alcolisti Anonimi”.

Trasalii. Guardai attorno chiedendomi da dove venisse la voce e urlai: “Oh Dio!”. Balzai in piedi e corsi al telefono. Lo avevo appena afferrato che mi casco a terra. Mi ci misi a sedere vicino e, con mano tremante, chiamai la centralinista e le urlai di chiamare A.A.

“La metto in comunicazione con le informazioni”, disse.

“Sto tremando troppo per formare altri numeri. Vada al diavolo!”.

Non so spiegare perché non riattaccai. Rimasi seduto a terra con il ricevitore all’orecchio finché udii: “Buon pome­riggio. Alcolisti Anonimi. Possiamo esserle d’aiuto?”

Dopo quattro mesi di sobrietà in A.A. mia moglie e io sia­mo tornati insieme. Avevo sempre detto che era per colpa sua che bevevo tanto: tutti quei ragazzini che urlavano e le sue lamentele avrebbero costretto qualsiasi persona a bere. Dopo tre mesi che andavamo insieme in A.A., mi accorsi quale mo­glie e madre meravigliosa fosse. Per la prima volta conoscevo il vero amore invece di strumentalizzare mia moglie.

Poi la cosa accadde. Mi aveva sempre spaventato l’amore. Per me amare significava perdere. Credevo che quello fosse il modo in cui Dio mi puniva per tutti i peccati che avevo com­messo. Mia moglie si ammalò gravemente e fu ricoverata di urgenza all’ospedale. Aveva un cancro, mi disse alla fine un me­dico. Poteva anche non sopravvivere all’operazione, disse, e se lo avesse fatto la morte sarebbe stata solo questione di ore.

Voltai le spalle e corsi giù nella sala d’aspetto. Tutto ciò che riuscivo a pensare era di avere una bottiglia. Sapevo che se fossi uscito da quella porta Io avrei fatto. Ma un Potere più grande di me mi costrinse a fermarmi e a urlare: “Mio Dio, infermiera! Chiami A.A.!”.

Corsi in gabinetto e rimasi là a piangere e a implorare Dio di prendere me al posto di mia moglie. Di nuovo mi assalì la paura e compatendomi dissi: “È questa la ricompensa che ho cercando di mettere in pratica quei dannati Passi?”.

Alzai lo sguardo e la stanza si era riempita di uomini che mi guardavano. Mi parve che tutti contemporaneamente mi ten­dessero la mano e si presentassero: “Noi siamo di A.A.”.

“Sfogati , disse uno di loro, ti sentirai meglio. E noi ti capiamo”.

Chiesi loro: “Perché Dio mi tratta così? Ce L’ho messa tut­ta e quella povera donna...”.

Uno degli uomini m’interruppe e chiese: “Come preghi?”. Risposi che chiedevo a Dio di non prendere lei, ma me. Lui al­lora disse: Perché non chiedi a Dio di darti la forza e il co­raggio di accettare la Sua volontà? Di “sia fatta la Tua volontà, non la mia”.

Sì, quella fu la prima volta nella vita che pregai perché fosse fatta la Sua volontà. Guardandomi indietro, vedo che ho sempre chiesto a Dio di fare le cose a modo mio.

Stavo seduto nel corridoio con gli uomini di A.A., quando due chirurghi mi si avvicinarono e uno di loro chiese di par­larmi in privato.

Udii me stesso rispondere: “Qualunque cosa deve dire, lo può dire davanti a loro. Sono miei amici”.

Allora parlò il primo dottore: “Abbiamo fatto tutto il pos­sibile per lei. È ancora in vita ma è tutto quanto siamo in grado di dire”.

Uno di A.A. mi mise un braccio intorno e mi disse: “Ora, perché non la affidi al Chirurgo più grande di tutti loro messi assieme? ChiediGli di darti il coraggio di accettare”. Tutti ci prendemmo per mano e ci unimmo nella Preghiera della Sere­nità.

Non ricordo quanto tempo passasse. La prima cosa che udii fu un’infermiera che mi chiamava per nome e che disse dolcemente: “Può vedere sua moglie ora, ma solo per due minuti”.

Salendo di corsa alla stanza, ringraziai Dio che mi dava l’opportunità di far sapere a mia moglie che l’amavo e che ero pentito del mio passato. Mi attendevo di vedere una donna mo­rente, invece con mia sorpresa mia moglie aveva il sorriso sul volto e lacrime di gioia negli occhi. Tentò di alzare le braccia e con voce debole mi disse: “Non mi hai abbandonata per an­dare a ubriacarti”.

Questo accadde tre anni e quattro mesi fa. Oggi siamo an­cora insieme. Lei segue il suo programma in Al-Anon, io il mio; entrambi viviamo nel presente, giorno per giorno.

Dio ha risposto alle mie preghiere attraverso le persone di A.A.


 





Uscire dalla trappola del “se” (dal libro Vivere sobri)

I coinvolgimenti emotivi non sono i soli fattori che possono colpire pericolosamente la nostra sobrietà. Alcuni di noi hanno la tendenza a condizionare in altri modi la propria sobrietà, pur senza averne l’inten­zione.

Un membro di AA dice: “Noi ubriaconi* siamo persone piene di “se”. Nei giorni in cui bevevamo, eravamo spesso pieni di “sé”, oltre che di liquore. Molti dei nostri sogni ad occhi aperti iniziavano con un “Se solo,,,” e continuavamo a dire a noi stessi che non ci saremmo ubria­cati se qualcosa o qualcos’altro non fosse successo, o che non avremmo avuto affatto il problema di bere se so/o...”.

Noi tutti inseguivamo quell’ultimo “se” con le nostre giustificazio­ni (scuse?) al nostro bere. Ognuno di noi pensava: Non berrei in questo modo…

Se non fosse per mia moglie (o marito o amante)... se solo avessi più soldi e meno debiti... se non fosse per tutti questi problemi familia­ri…. se non fossi così sotto pressione... se avessi un lavoro migliore o un posto migliore in cui vivere… se la gente mi capisse... se le condizioni del mondo non fossero così disgustose... se gli esseri umani fossero più gentili, più rispettosi dei sentimenti altrui, più onesti,., se gli altri non mi invitassero sempre a bere... se non fosse per la guerra (qualsiasi guer­ra)… e così via ancora e ancora.

Guardando a ritroso a questo tipo di pensieri e al comportamento che ne derivava, vediamo ora che stavamo realmente lasciando che gli avvenimenti esterni controllassero gran parte della nostra vita.

Quando smettiamo di bere, all’inizio molti di questi pensieri si riti­rano alloro giusto posto nella nostra mente. A livello personale, molti d’essi spariscono del tutto non appena iniziamo a essere sobri, e comin­ciamo a vedere cosa saremo in grado di fare, un giorno, per gli altri. Nel frattempo, la nostra vita di persone sobrie è senz’altro migliore, qualsia­si altra cosa stia succedendo. Ma poi, dopo un po’ che siamo sobri, per alcuni di noi c’è un periodo in cui, ahi!, una nuova scoperta ci dà uno schiaffo in piena faccia. Lo stesso modo di pensare “incerto”, abituale quando bevevamo, senza che ce ne accorgiamo, si unisce all’idea di non bere. Inconsciamente, abbiamo imposto delle condizioni alla nostra so­brietà. Abbiamo iniziato a pensare che la sobrietà è proprio bella se tut­to va bene, o e niente va di traverso.

In realtà, stiamo ignorando la natura biochimica e immutabile del nostro disturbo. L’alcolismo non rispetta alcun “se”. Non e ne va, né per una settimana, né per un giorno, e neppure per un’ora, lasciandoci non-alcolisti e in grado di bere ancora in qualche occasione speciale o per qualche ragione straordinaria — neppure se è un avvenimento di quelli che capitano una volta nella vita, o se ci colpisce un grande dispiacere, o se piove in Spagna o se le stelle cadono in Alabama. L’alcoli mo per noi è incondizionato, senza concessioni possibili e a nessun prezzo.

Può darsi che ci voglia un po’ di tempo per far entrare questo con­cetto fin nel midollo delle nostre ossa, E a volte non ci rendiamo conto delle condizioni che abbiamo imposto alla nostra guarigione finché qual­cosa, e non per causa nostra, non va per storto, Allora, ecco! Ci siamo. Non avevamo tenuto conto di quell’avvenimento.

Il pensiero di un bicchiere è naturale di fronte a una delusione scioc­cante. Se non otteniamo l’aumento, la promozione o il posto di lavoro su cui avevamo contato, o se la nostra vita affettiva prende una brutta piega, o se qualcuno ci maltratta, allora vediamo che forse abbiamo fat­to conto su certe circostanze perché ci aiutassero a rimanere sobri.

Da qualche parte, sepolta in una segreta sinuosità della nostra ma­teria grigia, avevamo una piccola riserva, una condizione alla nostra so­brietà; e stava proprio aspettando di entrare in azione. Continuavamo a pensare: Ohé! La sobrietà è una gran cosa e intendo tener “duro”, Non sentivamo neppure il lieve sussurrio della nostra riserva mentale: “Chia­ramente, se ogni cosa andrà per il suo verso”,

Non possiamo permetterci quei “se”; dobbiamo restare sobri senza preoccuparci di come ci tratta la vita, senza preoccuparci se i non-alcolisti apprezzano o meno la nostra sobrietà. La nostra sobrietà deve essere in­dipendente da qualsiasi altra cosa, non essere legata ad altre persone e non vincolata da restrizioni o condizioni.

Più volte abbiamo riscontrato che non possiamo restare sobri a lun­go per il bene d’una moglie, d’un marito, dei bambini, d’un fidanzato, dei genitori o d’un altro parente o amico, e neppure nell’interesse del lavoro, né per far piacere al principale (o al dottore, o al giudice o al creditore), né per alcun altro al di fuori di noi stessi.

Legare la nostra sobrietà a qualsiasi persona (anche un altro alcolista recuperato) o a qualsiasi circostanza è sciocco e pericoloso. Quando pensiamo: “Rimarrò sobrio se..,” oppure “non berrò a causa di...” (e completiamo tali frasi a seconda delle circostanze, dimenticandoci del nostro desiderio di star bene e dell’interesse per la nostra salute), invo­lontariamente ci prepariamo a bere quando varieranno la condizione o la persona o la circostanza. E ognuna di queste può cambiare in ogni momento.

Indipendente e non affidata a altra cosa, la nostra sobrietà può raf­forzarsi al punto di metterci in grado di affrontare tutto e tutti. E, come voi stessi vedrete, quel modo di sentire, tra l’altro, comincia ben presto a piacerci.


* Alcuni A.A. fra noi, indipendentemente dal periodo di sobrietà, sogliono definirsi “ubriaconi”. Altri preferiscono “Alcolisti”. Ci sono buone ragioni per entrambi i termini. “Ubriacone” è un termine allegro, tende a mantenere l’ego nei suoi limiti e ci ricorda la nostra inclinazione al bere. “Alcolisti” è un termine altrettanto esatto, ma più dignitoso e più in linea con l’idea, ora ampiamente accettata, che l’alcolismo è una malattia perfettamente rispettabile e non una volontaria indulgenza verso sé stessi.


 






Come si diventa membro di un gruppo? (Il gruppo...)

Noi diciamo abitualmente che qualcuno è membro di A.A. quando lui o lei dichiarano di esserlo. La sesta Tra­dizione dice: o L’unico requisito per essere membro di A.A. è il desiderio di smettere di bere » e nessuno di noi può avere la pretesa di giudicare il desiderio nel cuore di un altro.

Per essere membro di un gruppo basta semplicemente frequentarne le riunioni abbastanza regolarmente. La mag­gior parte dei gruppi ha da lungo tempo rinunciato a cose che somiglino a qualsiasi procedura formale, o cerimonia di « iniziazione o, anche se naturalmente, moltissimi grup­pi cercano di tenere degli elenchi riservati dei nomi dei membri che vogliono essere tenuti al corrente delle riunio­ni speciali di A.A. o su altri fatti, oppure che sono a di­sposizione per interventi da dodicesimo passo e inoltre per conservare notizie generiche sulla consistenza dei mem­bri da mandare per gli Elenchi dei gruppi A.A.

La maggior parte dei membri si sente di casa in un particolare gruppo, più che non in altri, e lo considera il suo gruppo familiare, nel quale accetta delle responsabi­lità e cerca di cementare le amicizie. Essi non si immi­schiano invece negli affari o nella condotta del gruppo che visitano e nel quale non accetterebbero nessun in­carico di servizio.

A.A. non è un campo destinato alla competizione in­dividuale o di gruppo; come vedere quale gruppo è più grande o chi rimane sobrio più a lungo o quale gruppo fornisce il servizio migliore, oppure chi sia l’oratore più ricercato. Perciò tutti i membri di A.A. saranno i benvenuti alle riunioni di tutti i gruppi e si sentiranno di casa in qualsiasi gruppo di Alcolisti Anonimi.

 

(dall'opuscolo "Il gruppo di A.A dove tutto ha inizio")

 





Il nostro metodo

Capitolo 5

Raramente abbiamo visto una persona che, seguendo il cammino percorso da noi, non sia riuscita a vincere l'alcol. I non recuperabili sono quelli che non possono o non vogliono seguire il nostro semplice Programma, di solito persone che per natura sono incapaci di essere oneste con se stesse. Purtroppo, ci sono casi del genere. Non hanno colpa, perché forse sono nate con questa tendenza, sono per natura incapaci di comprendere e sviluppare un sistema di vita che esiga un'onestà rigorosa. Le loro possibilità di recupero sono limitate. Ci sono anche degli individui che soffrono di qualche grave anomalia psichica ed emotiva, ma molti di questi si salvano se hanno la capacità di essere onesti.

Le nostre storie personali mettono in risalto ciò che eravamo, ciò che ci è successo e quello che siamo ora. Se anche voi volete raggiungere ciò che noi abbiamo e se siete disposti a tutto per ottenere i nostri risultati, allora siete pronti a fare certi passi.

Non li abbiamo accettati tutti subito. Pensavamo di poter trovare una via più facile, più morbida. Ma non ci siamo riusciti. Con tutta l'energia e l'onestà che possediamo, vi imploriamo di essere forti e metodici fin dalle prime tappe di questa risalita. Qualcuno ha cercato di attenersi ai suoi vecchi sistemi e il risultato è stato zero finché non li ha abbandonati...

 

"Alcolisti Anonimi", capitolo 5: "Il nostro metodo"


 





 

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