Riposa in pace Danilo

Buonasera, amici, eccomi a fare cio' che mai avrei voluto.... con queste sentite parole vi metto a conoscenza, purtroppo, della dipartita del nostro prezioso ed amato compagno di viaggio Danilo, amico sincero e discreto, sempre pronto a portare sollievo e sempre disponibile con chiunque. Io personalmente da lui ho appreso molto, ho avuto modo di lavorare sulla tolleranza, sull' umilta', sulla sincerita', tutti punti cardine del programma, ma ho anche avuto modo di comprendere quanto fosse importante imparare a sdrammatizzare situazioni che avrebbero potuto portarmi pericolosi stress..... ho avuto la fortuna quasi unica nella vita di conoscere una persona schietta e sincera, con un cuore enorme pronto a contenere al suo interno ciascuno di noi, un AA vero, una sobrieta' profonda che riponeva le proprie radici nel “pensiero” prima che in ogni azione. In tutta onesta' vi devo dire che non sempre ho la forza di “accettare le cose che non posso cambiare”..... oggi, questa situazione, non riesco ad accettarla, fa male, e' dolorosa.... ma e' la realta'.

Che tu possa riunirti al piu' presto al tuo Potere Superiore, caro fratello, e riposare in totale pace a nome di noi tutti.

Ciao Danilo caro e grazie per quanto mi hai insegnato.






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Ottavo Passo (4/4)

(...) Questi esempi di cattivo comportamento non sono affatto un catalogo completo dei danni che facciamo. Esaminiamo alcuni di quelli più sub­doli che talvolta possono essere altrettanto dan­nosi. Supponiamo che nel nostro ambito familia­re ci accada di essere avari, irresponsabili, insen­sibili o freddi. Supponiamo di essere irritabili, critici, impazienti e privi di senso dell’umori­smo. Supponiamo di esse prodighi di attenzione verso un membro della famiglia e di trascurare gli altri. E che cosa accade quando cerchiamo di dominare l’intera famiglia con regole ferree oppure con un continuo subisso di ordini minu­ziosi di come la loro vita dovrebbe svolgersi un’ora dopo l’altra? Cosa accade quando sprofondiamo nella depressione e l’autocommi­serazione trasuda da ogni poro e facciamo subire tutto questo a quelli che ci circondano? Questo elenco di danni fatti ad altri - quel tipo di danni che rende difficile e spesso insopportabile vivere quotidianamente con noi quando siamo alcolisti attivi - potrebbe essere esteso quasi all’infinito. Quando assumiamo tratti di carattere simili a questi, in negozio, in ufficio e nei rapporti con i nostri simili, questi tratti possono provocare danno quasi tanto grande quanto quello che abbiamo causato in casa.

Una volta che abbiamo indagato attentamente su tutta quest’area di rapporti umani e una volta che abbiamo deciso esattamente quali aspetti della nostra personalità hanno leso o turbato altre persone, allora possiamo cominciare a frugare nella memoria alla ricerca di quelli cui abbiamo fatto del male. Non dovrebbe essere difficile cominciare subito con le persone più vicine a noi e maggiormente danneggiate. Poi, ripercorrendo all’indietro, anno dopo anno, la nostra vita fin dove ci assisterà la memoria, ci troveremo costretti a comporre un lungo elenco di persone che, in una misura o nell’altra, abbiamo fatto sof­frire. Naturalmente dovremo valutare e pesare attentamente ogni caso. Dovremo attenerci al principio di ammettere le cose che noi abbiamo fatto, perdonando nello stesso tempo i torti reali o immaginari fatti a noi. Dovremo evitare giudizi drastici tanto su noi stessi che sulle altre persone interessate. Non dobbiamo esagerare i nostri difetti o i loro. Nostro fermo proposito sarà una visione serena ed obiettiva.

Ogni volta che la nostra penna dovesse esita­re, possiamo farci forza e coraggio ricordando quello che ha significato per altri l’esperienza di A.A. in questo Passo: il principio della fine dell’isolamento dai nostri simili e da Dio.          

(dal libro "Dodici passi Dodici tradizioni", pp.121-122)


 






Ottavo Passo (3/4)

 (...) È possibile che abbiamo dato effettivamente alle nostre emozioni delle violente distorsioni che da quel momento hanno offuscato la nostra personalità e mutato in peg­gio la nostra vita. Mentre lo scopo di fare ammenda resta l’impe­gno predominante, è ugualmente necessario che da un esame dei nostri rapporti con altri districhia­mo ogni minima informazione possibile su noi stessi e sulle nostre principali difficoltà. Poiché i rapporti difettosi con altri esseri umani sono stati quasi sempre la causa diretta delle nostre sventure, compreso l’alcolismo, nessun campo d’indagine potrebbe dare ricompense più soddisfacenti e pre­ziose di questo. Una tranquilla, approfondita riflessione sui rapporti personali può rendere più profondo il nostro intuito. Possiamo andare assai al di là di quei comportamenti che in noi erano sbagliati solo superficialmente per vedere quei difetti che erano fondamentali, difetti che talvolta sono stati responsabili di tutto l’andamento della nostra esistenza. L’accuratezza - lo abbiamo sco­perto - pagherà: e paga generosamente.

Successivamente, potremmo chiederci che cosa intendiamo quando diciamo che abbiamo «leso» altre persone. In sostanza, che specie di «danno» fa una persona ad un’altra? Per definire in modo pratico la parola «danno», potremmo chiamarlo il risultato di istinti che si scontrano, scontro che causa alle persone danno fisico, mentale, emotivo e spirituale. Se il nostro umore è costantemente cattivo, provochiamo ira negli altri. Se mentiamo o truffiamo, priviamo gli altri non solo dei loro beni materiali, ma anche della loro sicurezza emo­tiva e della loro tranquillità d’animo. E proprio un invito a diventare sprezzanti e vendicativi. Se la nostra condotta sessuale è egoistica, possiamo suscitare gelosia, sofferenza e un forte desiderio di ricambiare con la stessa moneta.   (continua)

(dal libro "Dodici passi Dodici tradizioni", pp. 119-120)


 






Terzo Passo (2)

  TERZO PASSO  

sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni"

“Abbiamo preso la decisione di affidare
la nostra volontà e le nostre vite 
alla
cura di Dio come noi potemmo concepirLo”.

[Quanto più siamo dipendenti dal potere superiore, tanto più siamo realmente indipendenti] - Ma quanto siamo effettivamente dipendenti nella vita quotidiana e quanto siamo consapevoli della nostra dipendenza? Nella vita quotidiana siamo dipendenti dall'energia elettrica che fa funzionare i tanti nostri apparecchi, coi quali godiamo di maggiore comodità, tempo libero e sicurezza; di questa dipendenza siamo consapevoli e la accettiamo di buon grado. 

Ma appena è in discussione la nostra indipendenza mentale od emotiva, ci comportiamo ben diversamente! Abbiamo il diritto di decidere da soli come pensare e come agire! Valuteremo il pro e il contro di ogni problema, ascolteremo educatamente chi ci consiglierà, ma poi decideremo noi. 

La nostra intelligenza, appoggiata alla forza di volontà può controllare correttamente la nostra vita interiore e garantirci il successo nel mondo in cui viviamo. Questa brava filosofia, in cui ogni uomo assume il ruolo di Dio, suona bene, ma sarà anche efficace? A noi ha fatto danni, guardiamoci allo specchio e vedremo le conseguenze su di noi.

 Se osserviamo i non alcolisti potremo osservare i risultati che anche le persone non alcoliste stanno traendo dalla loro autosufficienza. Vediamo ovunque gente piena di rabbia e di paura, una società che si sta disfacendo in tante frazioni contendenti. Uno dice all'altro: «Io ho ragione e tu hai torto». Ognuno impone la sua volontà a tutti gli altri, giudicandosi presuntuosamente giusto. E ovunque si ripete la stessa cosa a livello individuale. Il risultato è meno pace e meno fratellanza di quanta ce ne fosse prima. La filosofia dell'autosufficienza non paga, è una forza stritolante, porta allo sfacelo.

Perciò noi che siamo alcolisti possiamo considerarci davvero fortunati. Ciascuno di noi ha avuto il proprio scontro fatale con la forza distruttrice dell'ostinazione ed ha sofferto abbastanza sotto il suo peso da essere disposto a ricercare qualcosa di meglio. Perciò è per le circostanze, più che per una qualche virtù personale, che siamo stati guidati in A.A., che abbiamo ammesso la nostra sconfitta, che abbiamo acquisito alcuni rudimenti di fede e che ora vogliamo prendere la decisione di affidare la nostra volontà e le nostre vite ad un Potere Superiore. (segue)

(sunto dal libro "Dodici Passi Dodici Tradizioni")


 






...umilmente chiesto di eliminare i nostri difetti...

    L'umiltà è la base per intraprendere il Quinto passo.
Dovremo guardare dentro noi stessi e capire quali cose possiamo cambiare, e avere il coraggio di cambiare quelle possibili.
    Spesso sbagliamo considerando i difetti di carattere quale parte integrante della nostra indole. Ma non è così! Molte volte si sente dire "sono fatta così, non posso farci niente". Ma A.A. ci offrirebbe la possibilità di cambiare se avessimo la volontà di riconoscere i difetti e non li giustificassimo. Proprio questi difetti del carattere, ci hanno portato a commettere molti errori. Possiamo eliminarli, se vogliamo. Abbiamo a disposizione una mole di strumenti per farlo, ma ci è indispensabile L'UMILTÀ'.
    Facciamo un paragone con un atleta. Per ottenere dei risultati efficienti, deve esaminare la sue caratteristiche, tutti i suoi lati deboli, correggersi con costanza e fatica, perdendo molte delle sue energie per raggiungere un risultato apprezzabile. Deve esercitarsi, ascoltare l'allenatore, provare e riprovare senza badare ai suoi sbagli, e ai mille tentativi non riusciti senza abbattersi. Sistematicamente l'allenatore pone la fatidica domanda: "sei pronto?, fai un bel respiro e vai, qualunque sia il risultato io ti starò vicino."
    Questo paragone calza perfettamente a quello che si "dovrebbe" fare con il 7º passo. L'allenatore è il gruppo, o lo sponsor, o il Potere superiore al quale dovremmo dare retta senza se e senza ma. Io sono pronto? Un bel respiro di umiltà e tutto andrà per il meglio. Non importano i fallimenti, gli incidenti di percorso, non importa quanto tempo occorrerà per ottenere risultati ottimali. Quello che conta è l'obiettivo. La serenità interiore e il miglioramento di se stessi.
    È una svolta importante della nostra vita, e acquisire l'umiltà non è semplicissimo. Il rischio della vanagloria è sempre in agguato, proprio come il primo bicchiere. Ecco allora che è importante ascoltare i suggerimenti del nostro "allenatore", il proprio Potere superiore.
    Ascoltare e non sentire solo quello che è più conveniente o comodo! Un solo giorno alla volta, con molti allenamenti, senza badare ai cedimenti di fronte alle difficoltà. Guardare avanti con decisione, con un ingrediente in più, la determinazione di giungere alla meta un solo giorno alla volta, guardando sempre avanti a testa alta.

 






Sesto Passo (4/6)

    ( … ) Noi che abbiamo evitato questi eccessi, siamo portati a congratularci con noi stessi. Ma è il caso di farlo? Dopo tutto, non è stato l'interesse personale, puro e semplice, che ha reso capace la maggior parte di noi di sfuggirli? Non comporta un grande sforzo spirituale evitare quegli eccessi che comunque ci procureranno una punizione. Ma quando ci troviamo di fronte agli aspetti meno violenti di questi stessi difetti, allora come ci comportiamo?

Quello di cui adesso dobbiamo renderci conto è che godiamo di alcuni nostri difetti. Addirittura li amiamo. A chi, per esempio, non piace sentirsi un pochino superiore a un altro o anche molto superiore? Non è vero che ci piace far passare l'avidità per ambizione? Pensare di amare la lussuria sembra impossibile. Ma quanti uomini e quante donne parlano d'amore con le labbra e credono a quello che dicono tanto da riuscire a nascondere la lussuria in un angolo segreto della loro mente? E anche restando entro limiti convenzionali, molte persone debbono ammettere che le loro immaginarie evasioni sessuali sono soggette a essere così ben camuffate da sembrare sogni romantici.

Anche la collera che deriva dall'autostima può essere molto gradevole. In una certa qual maniera perversa riusciamo effettivamente a trarre soddisfazione dal fatto che molte persone ci infastidiscono, perché questo porta una confortevole sensazione di superiorità. Anche il pettegolezzo affilato dalla nostra collera, una raffinata forma di assassinio morale, ci dà le sue soddisfazioni: perché qui non stiamo cercando di aiutare quelli che critichiamo; stiamo cercando di proclamare la nostra superiorità.

Quando la golosità non è a livelli rovinosi, anche per questo abbiamo una parola più dolce; la chiamiamo «gratificazione». Viviamo in un mondo pieno di invidia. In misura maggiore o minore tutti ne siamo contagiati. Da questo difetto dobbiamo ben ricavare una deformata seppur definita soddisfazione. Altrimenti perché sprecheremmo tanto di quel tempo a desiderare quello che non abbiamo, piuttosto che ad agire per ottenerlo, oppure a cercare rabbiosamente delle qualità che non avremo mai, invece di ammettere questo fatto e accettarlo? E quante volte lavoriamo duramente per nessun altro motivo migliore che quello di essere al sicuro e non fare niente in futuro; solo   che chiamiamo questo «andare in pensione». Considerate, inoltre, la nostra abilità a procrastinare, che in realtà è pigrizia in cinque sillabe. Quasi chiunque potrebbe compilare un bell'elenco di difetti come questi, ma pochi di noi penserebbero di rinunciare a essi, almeno fino a che non ci procurano un'eccessiva sofferenza. ( … )

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.96-98 )


 

 






Sesto Passo (5/6)

( … ) Alcuni, naturalmente, possono concludere di essere senz'altro pronti a che tutti questi difetti vengano eliminati da loro. Ma perfino costoro, se arrivano a fare un elenco di difetti ancora più piccoli, saranno costretti ad ammettere che preferiscono restare attaccati ad alcuni di essi. Perciò, sembra evidente che pochi di noi possono rapidamente o facilmente divenire pronti a mirare a una perfezione spirituale o morale: noi dovremmo decidere solo per quel tanto di perfezione che ci sarà necessaria per andare avanti nella vita, naturalmente a seconda delle nostre varie e diverse idee di ciò che intendiamo per «andare avanti». Così la differenza tra «i fanciulli e gli uomini», è la differenza tra lo sforzo per raggiungere una méta determinata da noi e lo sforzo per raggiungere una méta perfetta che è Dio.

Immediatamente molti chiederanno: «Come riusciamo ad accettare tutto quello che implica in sé il Sesto Passo? Diamine ... quella è perfezione?. Sembra una domanda difficile, ma, parlando praticamente, non lo è. Soltanto il Primo Passo, in cui abbiamo ammesso al cento per cento la nostra impotenza di fronte all'alcol può essere messo in pratica con perfezione assoluta. I restanti undici Passi stabiliscono ideali perfetti. Sono traguardi verso i quali guardiamo e le unità di misura mediante le quali valutiamo il nostro progresso. Visto in questa luce, il Sesto Passo resta ancora difficile, ma nient'affatto impossibile. La sola cosa urgente è che noi cominciamo a tentare e continuiamo a tentare. ( … )

 

( da  Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.98-99 )


 

 






Sesto Passo (6/6)

   ( … ) Se vorremo ottenere un qualche reale vantaggio nell'applicare questo Passo a problemi diversi dall'alcol, sarà necessario che noi facciamo un tentativo del tutto nuovo nel liberare la nostra mente da preconcetti. Sarà necessario che noi alziamo lo sguardo verso la perfezione e che siamo pronti a camminare in quella direzione. Sarà di scarsa importanza il modo più o meno esitante con cui camminiamo. La sola domanda che ci dobbiamo porre sarà: «Siamo pronti?».

Riconsiderando quei difetti cui non siamo ancora disposti a rinunciare, dovremmo cancellare i rigidi e fermi criteri che abbiamo fissato. Forse in alcuni casi saremo tuttora costretti a dire: «Non posso ancora rinunciare a questo»; ma non dovremmo dire: «A questo non rinuncerò mai!».

Chiariamo ora quella che sembra essere una pericolosa scappatoia che noi abbiamo lasciato: ci viene suggerito che dovremmo diventare completamente disposti a mirare verso la perfezione; rileviamo che qualche ritardo, comunque, potrebbe essere perdonato. E ritardo è quella parola alla quale, nella mente di un alcolista che si mette a raziocinare, potrebbe certamente essere dato un significato di lungo termine. Egli potrebbe dire: «Quant'è facile! Certo, mi dirigerò verso la perfezione, ma di sicuro non c'è bisogno che mi affretti. Forse posso rimandare indefinitamente di occuparmi di alcuni dei miei problemi». Naturalmente, questo non va. Un tale modo di ingannare se stessi dovrà fare la stessa fine di molte altre piacevoli razionalizzazioni. Come minimo, dovremmo venire alle prese con alcuni dei nostri peggiori difetti di carattere e cominciare a darci da fare per eliminarli al più presto possibile.

Nel momento in cui diciamo: «No, mai!» le nostre menti si chiudono alla grazia di Dio. Il ritardo è pericoloso e la ribellione può essere fatale. Questo è il punto esatto in cui abbandoniamo gli obiettivi limitati e ci dirigiamo verso quella che è la volontà di Dio nei nostri confronti.

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.99-101 )


 






Sesto Passo (3/6)

( … ) Se Glielo chiediamo, Dio perdonerà i nostri abbandoni. Ma in nessun caso Egli ci farà diventare bianchi come la neve e ci conserverà in tale condizione senza la nostra collaborazione. Ciò è qualcosa che dobbiamo essere disposti a fare verso noi stessi. Egli chiede soltanto che noi tentiamo al meglio delle nostre capacità di progredire nella formazione del nostro carattere.

Perciò il Sesto Passo - «Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere» - è il modo in cui A.A. enuncia il migliore atteggiamento possibile che si può prendere per dare inizio a questo lavoro che durerà tutta la vita. Ciò non significa che ci aspettiamo che ci vengano tolti tutti i nostri difetti di carattere, come è avvenuto per l'impulso a bere. Per alcuni può accadere, ma la maggior parte di essi dovremo accontentarci di migliorarli con pazienza e perseveranza. Le parole chiave «completamente pronti» sottolineato il fatto che vogliamo tendere proprio a quel meglio che conosciamo o possiamo apprendere.

Quanti di noi sono pronti in modo così totale? In senso assoluto non lo è praticamente nessuno. Il meglio che possiamo fare, con tutta l'onestà che riusciamo a raccogliere, è cercare di esserlo. Anche in questo caso i migliori di noi scopriranno costernati che c'è sempre un punto di arresto, un punto in cui diciamo: «No, malgrado tutto, non posso ancora rinunciare a questo». E spesso ci inoltriamo su un terreno ancora più pericoloso quando affermiamo decisi: «A questo non rinuncerò mai!». Tale è la potenza dei nostri istinti nel voler superare i propri limiti. Non importa quanto abbiamo progredito, si scoprirà sempre che abbiamo desideri che si oppongono alla grazia di Dio.

Quelli che ritengono di aver agito bene possono contestare ciò; proviamo allora ad approfondire un po' di più questo punto. Praticamente tutti desiderano essere liberati dalle proprie più evidenti e distruttive imperfezioni. Nessuno vuol essere tanto arrogante da essere giudicato spaccone, né tanto avido da essere chiamato ladro. Nessuno vuol essere tanto in collera da uccidere, tanto lussurioso da violentare, tanto goloso da rovinarsi la salute. Nessuno vuol essere torturato dal tormento cronico dell'invidia o essere paralizzato dalla pigrizia. Naturalmente la maggior parte degli esseri umani non è afflitta da tali difetti a livelli tanto estremi. ( … )

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.94-96 )


 






Sesto Passo (2/6)

( … ) Questo è l'enigma della nostra esistenza, la cui soluzione può essere soltanto nella mente di Dio. Malgrado ciò, almeno una parte di essa ci è chiara.

Quando uomini e donne versano entro se stessi tanto alcol da distruggere le loro esistenze, essi commettono un atto esattamente contro natura. Sfidando il loro naturale istinto di conservazione, sembra che siano decisi ad autodistruggersi. Vanno contro il loro stesso istinto più profondo. Quando si trovano umiliati dagli spaventosi colpi inferti dall'alcol, la grazia di Dio può penetrare in essi e scacciare la loro ossessione. È a questo punto che il loro potente istinto di vivere può cooperare pienamente con il desiderio del loro Creatore di dare a essi una nuova vita. Perché sia la natura che Dio aborriscono il suicidio.

Ma la maggior parte delle altre nostre difficoltà non rientra affatto in questa categoria. Ogni persona normale vuole, ad esempio, mangiare, riprodursi, essere qualcuno nella società in cui vive. E desidera essere ragionevolmente al riparo e rassicurato mentre cerca di raggiungere queste cose. In verità Dio creò l'uomo in tal modo. Non lo destinò a distruggere se stesso con l'alcol, ma gli diede gli istinti per aiutarsi a restare vivo.

Non è assolutamente dimostrato, almeno in questa vita, che il nostro Creatore esiga che noi eliminiamo completamente i nostri impulsi istintivi. Per quanto ne sappiamo, non risulta affatto che Dio abbia rimosso completamente da un qualsiasi essere umano tutti i suoi istinti naturali.

Poiché la maggiore parte di noi è nata con una grande quantità di desideri naturali, non è strano che spesso lasciamo che questi vadano oltre il loro scopo prestabilito. Quando essi ci guidano ciecamente o quando noi pretendiamo con ostinazione che essi ci procurino più soddisfazioni o piaceri di quanto è possibile o lecito per noi, questo è il punto in cui abbandoniamo quel grado di perfezione che Dio desidera per noi qui sulla terra. Questa è la misura dei nostri difetti di carattere o, se preferite, dei nostri peccati. ( … )

 

 ( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.93-94 )


 
 





Sesto passo (1/6)

"Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere".

 

«Questo è il Passo che separa gli uomini dai fanciulli». Così afferma un caro ecclesiastico che è poi uno dei più grandi amici di A.A.. Egli prosegue spiegando che qualunque persona capace di avere sufficiente buona volontà ed onestà nel cercare di mettere ripetutamente in pratica il Sesto Passo riguardo tutti i suoi difetti - senza escluderne proprio nessuno - ha percorso veramente un lungo cammino spirituale e perciò ha diritto ad essere definito come un uomo che sta cercando sinceramente di crescere ad immagine e somiglianza del suo Creatore.

Naturalmente, la questione tanto spesso discussa se Dio possa - e voglia, a certe condizioni - eliminare i difetti di carattere, troverà una pronta risposta affermativa da parte di quasi tutti i membri di A.A.. Per costoro, tale asserzione non sarà affatto una teoria; essa, in effetti, sarà la realtà quasi più importante della loro vita. Di solito ne daranno la prova con una dichiarazione come questa:

«Certo, ero battuto, assolutamente sconfitto. Tutta la mia forza di volontà non riusciva ad avere effetto sull'alcol. Il cambiamento di ambiente, le migliori intenzioni di familiari, amici, medici ed ecclesiastici non ottenevano alcun risultato con il mio alcolismo. Semplicemente non riuscivo a smettere di bere e sembrava che nessun essere umano potesse farmi uscire da questa situazione. Solo quando giunsi a essere disposto a fare pulizia interiore e chiesi allora a un Potere Superiore, Dio come potei concepirLo, di concedermi la liberazione, la mia ossessione per il bere svanì. Fu eliminata completamente».

Nelle riunioni A.A. di tutto il mondo si sentono ogni giorno dichiarazioni come questa. È facile per chiunque vedere che a ogni membro di A.A. sobrio è stata concessa la liberazione da questa ossessione costante e potenzialmente fatale. Così ognuno in A.A. è «divenuto totalmente pronto» - in senso proprio completo e letterale - ad accettare che Dio eliminasse dalla sua vita la mania per l'alcol. E Dio ha provveduto a che avvenisse esattamente ciò.

Una volta che ci è stata concessa questa totale liberazione dall'alcolismo, perché allora non dovremmo essere capaci di ottenere con gli stessi mezzi una completa liberazione da tutte le altre difficoltà o difetti? Questo è l'enigma della nostra esistenza ( ... )


( da Dodici Passi Dodici Tradizioni, pp.91-93 )


 






abbiamo deciso di far ammenda...

     "Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone che abbiamo leso e abbiamo deciso si far ammenda verso tutte loro".

     Per l’ennesima volta il programma ci chiede un atto di umiltà. Non è semplicissimo riconoscere i danni, che durante il nostro periodo attivo abbiamo fatto! Andando a ritroso, a ritroso nel tempo, molti fatti li abbiamo rimossi, deliberatamente, sottovalutati, o dimenticati inconsciamente. Il 4°passo ci viene in aiuto con il guardare bene dentro noi stessi. Innanzitutto abbiamo danneggiato noi stessi... ecco allora che la prima forma di ammenda sarebbe opportuno farla verso il nostro vissuto attivo. I sensi di colpa affiorano spesso nel percorso del nostro recupero, e sono difficili da debellare. Sensi di colpa nel non essere stati presenti in famiglia, di non avere svolto il nostro ruolo genitoriale, di avere danneggiato con pettegolezzi, o altro, persone che ci avevano dato la loro fiducia. Non è un impresa da poco fare ammenda! È come spiumare una gallina e recuperarne le piume che il vento ha disperso. Vi sono ammende che sono impossibili da fare - persone defunte, situazioni che danneggerebbero, situazioni complicate, delicate, alle quali non è opportuno rimediare. In questo caso ci viene incontro la preghiera della serenità: LA SAGGEZZA DI CONOSCERNE LA DIFFERENZA!
     Riaprire ferite mai ben chiuse è doloroso, è un atto chirurgico che richiede molta umiltà e sincerità spietata, fare ammenda non è solo il dire: scusami per il mio comportamento poco corretto… Ma è la dimostrazione diretta o indiretta del nostro comportamento e la riparazione dei danni fatti in modo espressivo. Con l’aiuto del nostro PS e con la calma che il nostro programma ci propone, facciamo un elenco delle persone lese, dei disastri che il nostro ex amico alcol ci ha indotto a fare!
     É naturale che alcuni fatti sono svaniti, ma nella maggior parte dei casi -come dicevo sopra- alcuni fatterelli ce li ricordiamo bene! All’opera! É sufficiente un foglio di carta e, alla rifusa o in modo ordinato, facciamo un elenco di queste marachelle. Imbarazzante, sgradevole, psicologicamente scomode, specialmente quando ci tornano alla mente le circostanze. L’ostacolo maggiore di questo elenco è l’alibi  che a nostra volta abbiamo subìto dei torti! Senza tenere conto che ad azione segue una reazione! Quindi togliamo di mezzo, con tutta l’umiltà che abbiamo a nostra disposizione, i SE e i MA.
     Lo scopo di questo passo è renderci conto che danneggiando gli altri abbiamo danneggiato noi stessi. E facendo un elenco delle persone lese, vediamo il nostro vero Io. Una ribellione verso noi stessi rivolta agli altri, con la complicità dell’alcol che ha deviato la nostra dignità e il rispetto che dovremmo avere sempre verso il prossimo. Mettendo tutto nero su bianco diventa tutto più evidente, e aumenta la consapevolezza che dobbiamo prendere atto delle nostre responsabilità. E visibilmente ci rendiamo conto che NON dobbiamo fare agli altri, quello che NON vorremmo fosse fatto a noi.


 






Nono Passo

Abbiamo tra le mani una lista di tutte le persone che abbiamo offeso e verso le quali vogliamo fare un'ammenda onorevole. Abbiamo fatto questa lista servendoci del nostro inventario personale. Abbiamo esaminato la nostra personalità con grande cura. Ora andiamo a trovare queste persone e ripariamo i danni che abbiamo causato loro nel passato. Cerchiamo di spazzare via le macerie che si sono accumulate a causa dei nostri sforzi di vivere secondo i nostri capricci e di gestire tutto noi. Se non ne siamo capaci, preghiamo fin quando non ci sia concessa la forza necessaria. Ricordiamoci che all'inizio siamo rimasti d'accordo di essere disposti a tutto per ottenere la nostra vittoria sull'alcol…

Il nostro vero scopo è divenire capaci di metterci al servizio di Dio e delle persone che ci circondano nel miglior modo possibile... Può sorgere il problema su come abbordare la persona che abbiamo detestato... È più difficile parlare a un nemico che a un amico, ma ne otteniamo maggiori benefici...

In nove casi su dieci accade l'impensabile. La persona che andiamo a trovare ammette qualche volta i suoi sbagli e allora le divergenze di punti di vista, che duravano da anni, possono scomparire in un'ora. Quasi sempre, progrediamo in modo soddisfacente. I nemici di un tempo talvolta si congratulano con noi e ci fanno gli auguri. A volte, addirittura, si offrono di aiutarci. Tuttavia, non ci sarebbe nulla di strano se qualcuno ci cacciasse dal suo ufficio. Abbiamo fatto le nostre scuse, la nostra parte. Mettiamo una pietra sul passato... 

Ricordiamoci continuamente che abbiamo deciso di fare tutto il possibile per ottenere un'esperienza spirituale, noi domandiamo la forza e le direttive che ci permetteranno di fare il nostro dovere, senza dare peso alle eventuali conseguenze sul piano personale. Non dobbiamo indietreggiare davanti a nulla... 

Ci sono torti che non riusciremo a riparare totalmente. Non dobbiamo preoccuparci, se possiamo dire onestamente che lo faremmo se fossimo in grado di farlo. Se non possiamo andare a visitare alcune persone, allora scriveremo loro una lettera sincera. Talora, possono esserci delle ragioni valide che consigliano di ritardare le nostre scuse. Ma non ritarderemo, se non vi sono ragioni. 

Se ci sforziamo di fare bene ciò che è richiesto in questa fase del nostro lavoro, ci meraviglieremo scoprendo di aver completato la metà della nostra opera. Conosceremo una nuova libertà e una nuova felicità. Non ci affliggeremo del passato, ma ci impegneremo a non dimenticarlo mai. Capiremo cosa significhi la parola serenità e conosceremo la pace.

Poco importa a quale grado di abiezione siamo scesi, constateremo come la nostra esperienza possa giovare agli altri. Scomparirà ogni idea dell'inutilità della nostra vita e così pure ogni forma di commiserazione di noi stessi. Perderemo l'interesse per i nostri capricci e ci dedicheremo al servizio degli altri. L'egoismo scomparirà. Le nostre idee sulla vita cambieranno come dal giorno alla notte. La paura delle persone e la paura dell'insicurezza economica ci abbandoneranno. Intuiremo come dovremo comportarci di fronte a situazioni che di solito ci sconcertavano. Ci renderemo conto, tutto a un tratto, che Dio fa per noi ciò che noi non riuscivamo a fare da soli.

(brani dal VI.capitolo "All'opera")


 

 






Dodicesimo Passo (5/6)

   Dodicesimo Passo  

  dal libro "Alcolisti Anonimi" 

"Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi princìpi in tutte le nostre attività"

 

E ora il problema famigliare: forse c'è già stato un divorzio, una separazione o semplicemente ci sono rapporti tesi. Quando il vostro adepto avrà sanato come meglio può la situazione con la sua famiglia e avrà apertamente spiegato i nuovi princìpi in base ai quali vive, dovrebbe mettere in pratica questi princìpi in casa propria, se ha la fortuna di averne una. Anche se la famiglia avesse in qualche caso delle colpe, non dovrebbe occuparsene. Dovrebbe concentrare i suoi sforzi per dimostrare la propria spiritualità. Polemiche e discussioni per stabilire da che parte sia il torto devono essere evitate come la peste. In molte case è una cosa difficile a farsi, ma si deve fare se si vuole ottenere un risultato. Se portato avanti per qualche mese, l'effetto di questo atteggiamento sulla famiglia sarà certamente grande. Le persone più incompatibili tra loro scopriranno di avere una base sulla quale potersi incontrare. A poco a poco la famiglia si renderà forse conto delle proprie mancanze e le ammetterà. Allora si potrà discuterne in un'atmosfera di buona volontà e di cordialità.

Dopo aver visto dei risultati tangibili, la famiglia desidererà forse cooperare. Ciò avverrà naturalmente a tempo debito, a condizione tuttavia che l'alcolista continui a dimostrare di essere sobrio, rispettoso dei sentimenti altrui e utile, senza badare a quello che gli altri dicono o fanno. Ovviamente, ognuno di noi sarà a volte molto al di sotto di questo ideale. Ma dobbiamo cercare di riparare immediatamente al male fatto, se non vogliamo pagarne il fio con una sbornia.

Se ci fosse un divorzio o una separazione, non sarebbe opportuno avere una fretta eccessiva di riunire la coppia. L'uomo dovrebbe essere sicuro di essersi ristabilito. La moglie dovrebbe avere pienamente capito il suo nuovo modo di vivere. Se la loro antica convivenza deve essere ripresa, è necessario che lo sia su una base migliore di quella precedente che non ha funzionato. E cioè con uno spirito e un atteggiamento nuovi da parte di entrambi. Qualche volta è meglio per tutti quelli che sono implicati nella faccenda che la coppia rimanga separata. È evidente che non si può fissare una regola. Meglio che l'alcolista porti avanti il suo Programma giorno per giorno. Quando il momento per riprendere la vita in comune sarà giunto, ciò apparirà evidente a entrambi.

Che nessun alcolista dica di non potersi ristabilire se non torna ad avere con sé la sua famiglia! Questo non è affatto vero. In alcuni casi, per una ragione o per l'altra, la moglie non ritornerà mai. Ricordate al vostro uomo che il ristabilirsi non dipende da altre persone, ma dipende dal suo rapporto con Dio. Abbiamo visto ristabilirsi uomini la cui famiglia non si è affatto riunita. Abbiamo visti altri ricadere quando la famiglia s'era riunita troppo presto.

Tutti e due, voi e il nuovo venuto, dovete avanzare giorno per giorno sulla via del progresso spirituale. Se persisterete, avverranno cose eccezionali. Guardando indietro ci renderemo conto che quanto è avvenuto, da quando ci siamo messi nelle mani di Dio, è stato meglio di qualunque altra cosa avessimo cercato di fare da soli. Seguite i dettami di un Potere Superiore e vivrete effettivamente in un mondo nuovo e meraviglioso, quale che sia la vostra attuale situazione.

Quando state lavorando con una persona e la sua famiglia, fate attenzione a non immischiarvi nelle loro dispute. Se lo faceste, potreste rovinare la vostra possibilità di essere utili. Ma insistete presso i familiari perché capiscano che quell'uomo è stato molto ammalato e che dovrebbe essere trattato di conseguenza. Dovreste metterli in guardia dal creare risentimento o gelosia. Dovreste far capire che i suoi difetti di carattere non possono scomparire in una notte. Mostrate loro che egli è entrato in un periodo di crescita. Chiedete loro di ricordarsi, quando cresce l'impazienza, del benedetto miracolo della sua sobrietà.

Se voi siete riusciti a risolvere i vostri problemi domestici, raccontate alla famiglia del nuovo come sono andate le cose. In questo modo potrete metterli sulla buona strada senza criticarli. Il racconto del modo in cui voi e vostra moglie avete risolto le difficoltà è più valido di qualunque critica.

Supposto che si sia spiritualmente pronti, noi potremo fare una quantità di cose che si pensa siano precluse agli alcolisti. Si dice che noi non dobbiamo andare là dove si servono liquori e non dobbiamo averne nelle nostre case; che dobbiamo sfuggire gli amici che bevono ed evitare i film che mostrano scene di bevitori; che non dobbiamo entrare nei bar e che i nostri amici devono fare sparire le loro bottiglie se noi andiamo da loro; che niente ci deve far pensare o ricordare l'alcol. La nostra esperienza dimostra che non è necessariamente così.

(da "Alcolisti Anonimi", 7ºcap. "Lavorare con gli altri")






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Attività al di fuori di AA?

È un fatto curioso ma vero che alcuni di noi, nel primo periodo in cui non bevono, sembrano passare attraverso una fase di temporanea mancanza di immaginazione.

È curioso soprattutto perché, durante il periodo in cui bevevamo, molti di noi dimostravano di possedere una immaginazione incredibil­mente fertile. In meno di una settimana potremmo rapidamente trovare, per bere, più ragioni (scuse?) di quante la gente ne trovi in un’intera vita per tutti gli altri scopi (incidentalmente: una regola basata sull’esperien­za ci dice che i bevitori normali — cioè non alcolisti — non hanno biso­gno né usano mai giustificazioni particolari per bere o per non bere!).

Quando non vi è più la necessità di dare a noi stessi delle ragioni per bere, sembra spesso che le nostre menti vogliano scioperare. Alcuni di noi non riescono a pensare a cose da fare che non siano connesse col bere! Forse è solo perché ne abbiamo perso l’abitudine. O forse la mente ha bisogno di un periodo di tranquilla convalescenza una volta cessata la fase dell’alcolismo attivo. In ambedue i casi la tristezza scompare real­mente. Dopo il primo mese di sobrietà molti di noi hanno avvertito una notevole differenza. Dopo tre mesi le nostre menti sembrano ancora più lucide; e al secondo anno della nostra guarigione il cambiamento è sor­prendente. Abbiamo più energia mentale di quanta non ne avessimo mai avuta prima.

Ma è durante il primo interminabile periodo di astinenza che molti si chiederanno “Che cosa posso fare?”.

La lista che segue vuole essere solo un primo spunto per l’uso di quel tempo. Non è molto elettrizzante o avventurosa ma elenca i tipi di attivi­tà che molti di noi hanno svolto nelle loro prime ore libere, nei momenti in cui non erano al lavoro o con persone che bevessero. Sappiamo che funzionano. Ecco il tipo di cose che abbiamo fatto:

1.  Passeggiate - in particolare in luoghi nuovi, in parchi o in campagna. Piacevoli brevi passeggiate, e non stancanti marce,

2.  Letture - sebbene alcuni di noi si innervosiscano quando cercano di leggere qualcosa che richiede troppa concentrazione.

3.  Visite a musei e gallerie d’arte.

4. Attività sportive - nuoto, golf, corse a passo rallentato all’aria aper­ta, yoga, o altre attività suggerite dal dottore.

5.  Abbiamo ripreso piccole attività da lungo dimenticate - ripulito un cassetto della scrivania, messo a posto delle carte, appeso dei quadri, o qualcosa di simile che avevamo sempre rimandato.

Abbiamo però riscontrato che è importante non strafare in tutto que­sto. Decidere di riordinare tutti i cassetti (o l’intera soffitta o garage, o cantina, o appartamento) sembra facile. Tuttavia dopo un’intera gior­nata di lavoro fisico, potremmo terminare esausti, sporchi, senza aver realmente finito, e quindi scoraggiati. Per cui il nostro consiglio è: scom­ponete il programma in dimensioni e fasi possibili. Non iniziate con l’in­tenzione di ripulire l’intera cucina o tutta una parete di libri; piuttosto ripulite semplicemente un cassetto o uno scaffale. Ne riordinerete altri il giorno seguente.

6.  Abbiamo cercato un nuovo hobby - niente di costoso o di particolar­mente impegnativo, bensì un piacevole e ozioso diversivo in cui non dob­biamo eccellere o vincere, ma che possa darci momenti diversi di cui go­dere. Molti di noi si sono dedicati a hobby a cui non avevano mai pensa­to prima, come per esempio bridge, macramé, opera, pesci tropicali, la­vori di cucito, baseball, giardinaggio, vela, bonsai, scrivere, cantare, ri­solvere puzzle o parole crociate, cucinare, osservare gli uccelli, suonare la chitarra, andare al cinema, ballare, plasmare oggetti, collezionare qual­cosa, fare gli attori dilettanti o lavori in cuoio. Abbiamo riscontrato che molti di noi traggono veramente piacere dal fare delle cose che prima non avevano assolutamente considerato.

7. Abbiamo ripreso vecchi passatempi - ad eccezione di quello che voi ben sapete, Forse ben nascosto da qualche parte, vi è un acquerello che da anni non avete più toccato, o un ricamo di lana, una fisarmonica, un tavolo da ping-pong, o gli attrezzi per il tric-trac, una collezione di nastri incisi, o appunti per un romanzo. Per alcuni di noi è stata una buona cosa il riscoprirli, rispolverarli e fare un nuovo tentativo, Se poi decidete che non fanno più per voi, liberatevene.

8.    Ci siamo iscritti a un corso qualsiasi - desideravate parlare lo swahili o il russo? Vi piacciono la storia o la matematica? Vi interessano l’archeologia o l’antropologia? Si possono certamente trovare corsi per corrispondenza, corsi di istruzione alla televisione o classi per adulti (solo per se stessi, e non necessariamente per trarne lustro) che magari si ten­gono una volta la settimana. Perché non provare con uno? Molti di noi hanno visto che corsi simili possono non solo cambiare piacevolmente la dimensione della vita, ma possono portare a una nuova carriera.

Se lo studio diviene un peso, comunque, non esitate ad abbando­nano. Avete il diritto di cambiare parere e abbandonare qualsiasi cosa; essere “uno che lascia” può richiedere coraggio e molta saggezza se si lascia qualcosa che non andava bene o che non aggiungeva nulla di posi­tivo, o piacevole, o salutare alla nostra vita.

9.    Ci siamo offerti come volontari per servizi utili - moltissimi ospedali, istituti per bambini, chiese, e altre istituzioni e organizzazioni, cercano disperatamente dei volontari per ogni tipo di attività. La scelta è molto ampia: si può leggere a chi non ha più la vista o raccogliere firme per una petizione politica. Provate con un qualsiasi vicino ospedale, chiesa, ufficio governativo o associazione civile per scoprire i servizi di volontariato necessari alla vostra comunità, Abbiamo scoperto che ci sentiamo molto meglio quando contribuiamo, anche se con un piccolo servizio, al benessere dei nostri simili. Anche solo informarsi sulla possibilità di tali servizi è di per sé interessante e istruttivo.

10.  Abbiamo fatto qualcosa per curare la nostra persona - la maggior parte di noi si lascia andare un po’ troppo. Un nuovo taglio di capelli, degli abiti nuovi, nuovi guanti, o addirittura denti nuovi, hanno un ef­fetto meraviglioso. Avevamo spesso avuto l’intenzione di fare qualcosa di simile, e i primi mesi di sobrietà sembrano il momento giusto per tali cose.

11.  Ci siamo lasciati andare a qualcosa di frivolo - non tutto quel che facciamo deve essere uno sforzo per migliorare, sebbene qualsiasi sforzo a ciò diretto sia valido e ci porti a una maggiore stima di noi stessi. Per molti è importante riuscire a equilibrare i periodi di impegno con cose che si fanno per puro divertimento. Vi piacciono i fumetti? gli zoo? ma­sticare gomma americana? i film dei Fratelli Marx? la musica soul? leg­gere libri di fantascienza o storie poliziesche? prendere il sole? andare sulla neve? Se niente di tutto questo vi interessa, trovate qualche altra cosa, non alcolica, che vi porti null’altro se non un vero e proprio diver­timento, e divertitevi “a secco”, Ve lo meritate.

12. …………………………………………………………………………..    -   Riempite questo punto voi stessi. Speriamo che la nostra lista vi ab­bia fatto venire un’idea buona per voi, diversa da tutte quelle citate. Ci siete riusciti? Bene! Dedicatevi a quella.

Un attimo di attenzione però. Alcuni di noi hanno riscontrato di avere una tendenza a fare troppo e a provare troppe cose nello stesso tempo. Abbiamo un buon deterrente per questo, e potrete leggerlo al n.18. Si chiama “Dai tempo al tempo!”.

(dal libro "Vivere sobri")


 






riconciliarci con chi abbiamo leso...

Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri

    Durante il periodo attivo, eravamo anche inconsapevoli di provocare danni. L'alcol, si era impossessato delle nostre cellule cerebrali, e agivamo con la convinzione di agire in modo giusto. Ma ora usiamo il "senno di poi".
    Fare ammenda di tutti i "disagi" che abbiamo procurato ai nostri cari, ai nostri vicini di casa, o anche a chi, per il solo gusto di farlo, ci sembrava inferiore a noi, è un'impresa titanica. Molti di questi torti, devono essere vagliati attentamente. Avendo preparato un elenco delle persone lese, cerchiamo di vagliare attentamente come, dove e quando riparare i danni. Come per tutti i passi del nostro percorso, occorre una buona dose di umiltà e onestà. A volte non è semplice chiedere scusa a chi ha subìto un torto permanente a causa nostra. Le scuse in determinati casi, recano più danno che dimenticare il passato.
    Se non siamo stati buon genitori, possiamo chiedere scusa, ma se i figli hanno subìto un danno irreparabile dalla nostra aggressività o dal nostro modo troppo accondiscendente, allora sarebbe buona cosa lasciare perdere le scuse, ma rimediare con il nostro comportamento e consapevolezza delle nostre azioni coscienti o no. Possiamo rimediare cambiando atteggiamento e con i fatti, che valgono molto di più delle parole. Lo noterà soprattutto chi, "a quel tempo" ha capito che non eravamo in grado di intendere e di volere.  Se affiora il pensiero che a nostra volta siamo stati umiliati e offesi, chiediamoci se lo abbiamo meritato o addirittura provocato. Il fare ammenda non sia l'occasione per rivendicare, bensì il passaggio dalla superficialità alla responsabilità.
    Ammenda significa presa di coscienza che alcune lesioni sono state fatte consapevolmente. Ecco allora che dobbiamo porre rimedio in funzione a noi stessi. Se ad esempio ho contratto un debito, anche banale, posso e devo porre rimedio non solo in proporzione alla cifra dovuta, deve anche soddisfare la mia esigenza di mettermi a posto con la propria coscienza. Lo scopo del "fare ammenda" è chiedere scusa, riparare il danno e riconciliarci con chi abbiamo leso, e contemporaneamente, riconciliarci con noi stessi - talvolta siamo noi ad averne più bisogno.
    Infine, affrontare senza paura l'eventualità del giudizio, fa parte della nostra crescita se percorriamo questa tappa con la volontà di guadagnare la serenità per noi stessi, e ad altri.


 






44 Se entro in Alcolisti Anonimi, non sapranno poi tutti che sono un alcolista?

   L’anonimato è ed è sempre stato la base del Pro­gramma di A.A. Può accadere che dopo qualche tempo, molti membri non abbiano particolari obie­zioni al fatto che si venga a sapere che fanno parte di un gruppo dove trovano l’aiuto necessario per ri­manere sobri. Ma, per tradizione, gli A.A. non di­vulgano mai i loro cognomi sulla stampa, né tramite la radio né attraverso qualsiasi altro mezzo di comu­nicazione e nessuno ha diritto di violare l’anonimato di un altro A.A.

   Questo significa che il nuovo arrivato può rivol­gersi ad A.A. con la certezza che nessuno dei suoi nuovi amici violerà il segreto su confidenze relative al suo problema. I più anziani del gruppo riescono a comprendere che cosa prova il nuovo arrivato, perché essi stessi ricordano il proprio timore di poter essere additati pubblicamente con quello che sembra essere un appellativo terribile: “alcolista”.

   Una volta entrato in A.A., il nuovo arrivato può anche sorridere del fatto di essersi preoccupato che altri venissero a sapere che egli aveva smesso di be­re. Quando sta bevendo, le notizie delle follie com­messe da un bevitore si spargono piuttosto veloce­mente. Molti alcolisti si sono creati da soli la fama di sperimentati ubriaconi, prima di raggiungere A.A. Le loro bevute, salvo rare eccezioni, non erano cer­tamente un segreto ben custodito. Stando così le co­se, sarebbe piuttosto strano che anche la buona noti­zia riguardante la perdurante sobrietà di un alcolista non suscitasse dei commenti.

   A ogni buon conto, l’entrata di un nuovo amico in A.A. non può essere resa nota da alcuno, per alcuna ragione, se non dallo stesso nuovo venuto e anche da lui in una forma che non rechi danno all’Associa­zione.

 

 (dal libro 44 domande 44 risposte su Alcolisti Anonimi)


 






44 Perché A.A. per alcuni sembra non essere efficace?

 

La risposta è che A.A. è di aiuto solamente a coloro che ammettono sinceramente di essere alcolisti e desiderano onestamente smettere di bere, e che riescono a fare in modo che questi concetti occupino sempre il primo posto nella loro mente.

A.A. non potrà aver successo per l’uomo o la donna che fa delle riserve nell’ammissione di essere alcolista, e che si aggrappa alla speranza di riuscire, in qualche modo, a bere di nuovo in modo normale.

Gran parte delle autorità mediche affermano che un alcolista non riuscirà mai a tornare a bere normalmente. L’alcolista deve ammettere e accettare nel suo intimo questa verità fondamentale. Unito a questa ammissione e accettazione dovrà esserci il desiderio di smettere di bere.

Poi ci sono coloro che, dopo essere rimasti sobri per un certo periodo di tempo in A.A., sembrano dimenticare di essere alcolisti. La loro sobrietà li fa sentire troppo sicuri di sé, e allora decidono di sperimentare nuovamente l’alcol. Il risultato di tale esperimento è sicuramente prevedibile per un alcolista. Il loro modo di bere invariabilmente e inesorabilmente peggiora progressivamente.

(dall'opuscolo "44 domande 44 risposte su Alcolisti Anonimi")

 


 






CI PROVIAMO (Il meglio di Bill)

La mia stabilità
è arrivata quando ho cercato di dare,
e non quando ho cercato di ricevere.

(da Il meglio di Bill, pagg.46-47)


Fino a quando cerco con tutto il cuore e con tutta l'anima di trasmettere agli altri quello che mi è stato trasmesso, e non chiedo nulla in cambio, la vita è bella.

Prima di entrare nel programma di Alcolisti Anonimi non ero mai in grado di dare senza chiedere qualcosa in cambio. Non sapevo che, una volta che avessi iniziato a dare liberamente tutto me stesso, avrei iniziato a ricevere senza aspettarmi o chiedere nulla.

Ricevo anch'io quello che ricevette Bill: stabilità nel mio programma AA, dentro me stesso; ma soprattutto nei miei rapporti con il mio Potere superiore che io ho scelto di chiamare DIO...


 






Una guida per vivere - "Solo per oggi"

Una guida per vivere 

"Solo per oggi"

L'idea di vivere 24 ore alla volta si applica principalmente alla vita emotiva di ciascuno.  dal punto di vista emotivo, non dobbiamo pensare né a ieri né al domani.  Ma non mi è mai passato per la mente di pensare che ciò significa che l'individuo, il gruppo o A. A, nel suo insieme non debba pensare a cosa fare domani o anche in un futuro più lontano.  La sola fede non avrebbe mai potuto costruire la casa di cui vivete. E' servito un progetto e un bel po' di lavoro per realizzare concretamente.  

(Bill,  1954)

 

SOLO PER OGGI cercherò di vivere pensando soltanto all'oggi, senza voler affrontare in un sol colpo tutti i problemi della vita.  Per dodici ore posso riuscire a fare ciò che mi spaventerebbe se pensassi dover continuare a farlo per il resto della mia esistenza. 

SOLO PER OGGI voglio essere felice. La maggior parte della gente è felice nella misura in cui si predispone a essere. 

SOLO PER OGGI sarò io ad adeguarmi alle circostanze, invece di cercare di modificare tutto secondo i miei desideri.  Accetterò il mio destino come viene, cercando di adattarmi ad esso. 

SOLO PER OGGI  cercherò di rafforzare il mio animo. Studierò, imparerò qualcosa di utile, eviterò la pigrizia mentale. Leggerò qualcosa che richieda impegno, riflessione e capacità di concentrazione. 

SOLO PER OGGI eserciterò il mio spirito in tre modi. Farò il segreto del bene a qualcuno ;non avrà importanza che gli altri so sappiano o meno.  Farò almeno due cose che non mi piacciono, solo per esercizio.  Non mostrerò a nessuno che i miei sentimenti sono stati feriti; anche se fosse così per oggi non lo darò a vedere. 

SOLO PER OGGI sarò ben disposto con tutti. cercherò di apparire al meglio possibile, mi vestirò come si deve, non alzerò la voce, mi comporterò con cortesia, non farò la minima critica, non mi lamenterò di niente e non cercherò di migliorare o controllare nessun altro che me stesso. 

SOLO PER OGGI mi farò un programma. Posso anche non rispettarlo esattamente, ma lo avrò. Sarò al sicuro da due flagelli: la fretta e l'indecisione. 

SOLO PER OGGI troverò una tranquilla mezzora tutta per me, per rilassarmi. In questa mezz'ora presto o tardi, riuscirò a vedere la vita da un punto di vista migliore. 

SOLO PER OGGI non avrò paura. Non avrò paura sopratutto di gioire  di ciò che è bello e credere che, e di credere che, come io do al mondo, così il mondo darà a me.

 

IERI....OGGI....DOMANI

Sono due i giorni della settimana di cui non dovremmo preoccuparci, due giorni che dovrebbero essere tenuti liberi da paure e apprensioni.

Uno di questi giorni è IERI, con i suoi errori e problemi, le sue colpe e delusioni, i suoi dolori e le sue pene. IERI è finito per sempre ed è fuori dal nostro controllo tutto l’oro del mondo non può riportarci a IERI. Non possiamo cancellare nessuna cosa fatta, né una parola detta. IERI è andato via.

L’altro giorno per cui non dovremmo provare ansia è DOMANI, con le sue possibili avversità, le sue grandi promesse non sempre mantenute. Anche DOMANI è fuori dal nostro controllo. Domani il sole sorgerà, in un cielo sereno o pieno di nubi, ma sorgerà. Finché sarà così non vi avremo alcuna parte, dal momento che appartiene al futuro.

Rimane solo l’OGGI. Ognuno può combattere la battaglia di un solo giorno. E’ solo quando sommiamo il peso di queste due terribili eternità – IERI E DOMANI – che crolliamo. Non è quello che viviamo OGGI che ci conduce alla follia, è il rimorso o l’amarezza per ciò che è accaduto IERI e la paura di quel che può portare il DOMANI.

VIVIAMO DUNQUE UN GIORNO ALLA VOLTA






Abbiamo ancora il "diritto di sbagliare"? • Il nostro più grave pericolo: La rigidità

Il nostro più grave pericolo: La rigidità - di Bob Pearson (traduzione di D. , F. , S.)

Abbiamo ancora "il diritto di sbagliare" (12&12, p.219) ? Nel 2015, con l'Associazione che compie 80 anni, potremmo finalmente comportarci saggiamente, tenendo in cosiderazione le esperienze di chi le ha vissute e tramandate a noi. 
Nel suo discorso Bob Pearson indicava le convinzioni e i comportamenti che riteneva nocivi per A.A.  Sul sito Amiciaanonimi, l'amministratore Aldo lo aveva rinominato col titolo "Il diacono sanguinante: un vero pericolo per il gruppo" e mantenuto in cima all'elenco degli articoli. Il discorso merita di essere sottratto all'oblio con la pubblicazione su questo sito.

Bob Pearson (1917-2008) è stato General Manager e poi Senior Advisor presso General Service Office (GSO, Ufficio dei Servizi generali). La sua storia è nel Grande libro, "AA gli insegnò a gestire la Sobrietà", 3a e 4a ed. inglese. Tenne un vigoroso ed entusiasmante discorso di chiusura della Conferenza americana del 1986, sua ultima Conferenza prima di ritirarsi. Gli stralci del suo discorso di commiato sono dal rapporto conclusivo di quella Conferenza.

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<<  Questa è la mia diciottesima Conferenza (...)  dunque è una esperienza carica di emozione. (...), mi rifarò al detto arabo citato da Bill nel suo ultimo messaggio, "Vi ringrazio per le vostre vite”. Perché senza le vostre vite, quasi sicuramente non avrei avuto affatto una vita, tantomeno la vita incredibilmente ricca di cui ho goduto.

Vorrei dedicare i miei pensieri al futuro di AA. Non ho niente in comune con quei diaconi sanguinanti che screditano ogni cambiamento e vedono lo stato dell'Associazione con pessimismo e preoccupazione. Al contrario, dalla mia prospettiva di quasi un quarto di secolo, vedo AA più ampia, sana, più dinamica, in più rapida crescita, più universale, più attenta al servizio, più consapevole dell'essenziale, e più spirituale -eccòme- di quando attraversai la porta della mia prima riunione a Greenwich, Connecticut, solo un anno dopo la famosa Convenzione di Long Beach (1960). AA è fiorita oltre ogni folle sogno dei membri fondatori, tranne, forse, dello stesso Bill, poiché egli fu autenticamente visionario.

Concordo con quelli che credono che se mai questa Associazione vacillerà o fallirà, non sarà per qualche causa esterna. No, non sarà a causa dei centri di cura o dei professionisti in campo, o della letteratura non approvata dalla Conferenza, o dei giovani, o di coloro che hanno più dipendenze, o addirittura dei "drogati" che tentano di venire alle nostre riunioni chiuse. Se aderiamo strettamente alle nostre Tradizioni, Concetti e Garanzie, e se manteniamo una mente aperta e un cuore aperto, noi possiamo affrontare questi e tutti gli altri problemi che abbiamo o che semmai avremo. Se mai ci esauriremo o falliremo, sarà semplicemente per causa nostra. Sarà perché non riusciamo a controllare il nostro stesso ego o ad andare d'accordo tra di noi. Sarà perché abbiamo troppa paura e rigidità, e non abbastanza fiducia e buonsenso.

Se mi chiedeste qual'è il più grande pericolo a cui AA e è oggi esposta, dovrei rispondere: la crescente rigidità - l'aumentata richiesta di risposte assolute a questioni cavillose; la pressione perché il GSO-USG faccia rispettare le nostre Tradizioni; il vaglio degli alcolizzati alle riunioni chiuse; la proibizione di letteratura non approvata dalla Conferenza, ad esempio vietando libri; caricare i gruppi e i membri di un numero crescente di regole. E in questa tendenza verso la rigidità, stiamo scivolando sempre più lontano dai nostri co-fondatori. Bill, in particolare, si starà rivoltando nella tomba, perché lui era forse la persona più permissiva che io abbia mai incontrato. Una delle sue frasi predilette era "Ogni gruppo ha il diritto di sbagliare/essere in torto". Era follemente tollerante verso i suoi critici, e aveva totale fiducia che le colpe in AA contenessero in sé la loro stessa espiazione.

E anche io lo credo, perciò, in ultima analisi, non stiamo per andare in pezzi. Non vacilleremo né falliremo. Alla Convenzione internazionale di Miami 1970, io ero tra gli spettatori, quel sabato mattina, quando Bill fece la sua ultima breve apparizione pubblica. Era troppo malato per prendere parte a tutti gli eventi in programma, ma ecco, senza preavviso, al sabato mattina, lo fecero riemergere da dietro il palco su una sedia a rotelle, attaccato con dei tubi alla bombola di ossigeno. Indossando una ridicola giacca di color arancione brillante, da comitato di accoglienza, sollevò in piedi il suo corpo spigoloso e raggiunse faticosamente il podio - e scoppiò il pandemonio. Pensavo che il fragore dell'applauso e delle acclamazioni non sarebbe finito mai, mentre le lacrime scendevano su ogni guancia. Alla fine, con voce decisa, con lo stile di una volta, Bill pronunciò alcune frasi gentili sulla immensa folla, l'effluvio di amore e i tanti membri d'oltremare presenti, finendo -per come ricordo io- con queste parole: "Se guardo questa folla, so che Alcolisti Anonimi vivrà mille anni - se questa è la volontà di Dio".
 >>



Fonti in rete:
hindsfoot. org/pearson. html (utilizzata qui)
gsowatch. aamo. info/pearson. htm,
www. barefootsworld. net/aa-rigidity. html


 






La Scuola di Vita degli A.A. (clvb 143)

La Scuola di Vita degli A.A.

In Alcolisti Anonimi, suppongo che litigheremo sempre un bel po’. Soprattutto, penso, su come aiutare meglio il maggior numero di alcolisti. Faremo puerili battibecchi a causa di piccole questioni finanziarie e su chi condurrà il nostro gruppo per i sei mesi seguenti. Qualsiasi gruppo di bambini (e questo è ciò che siamo) non sarebbero sé stessi se non facessero così.

Questi sono i dolori della crescita, e ora li stiamo soffrendo. Superare questi problemi, nella severa scuola di Alcolisti Anonimi, è un esercizio salutare.

(da A.A. diventa adulta, p. 277-278 )


 






COME PREGHI?” (dal libro GIUNSI A CREDERE).

Molte volte, mentre stavo bevendo, chiedevo a Dio di aiu­tarmi e terminavo insultandolo con tutti i peggiori epiteti che riuscivo a pensare e a dire: “Se sei così onnipotente, perché permetti che di nuovo mi ubriachi e mi metta nei guai?” .

Un giorno, mentre me ne stavo seduto sulla sponda del let­to, sentendomi tutto solo, con una pallottola in mano, pronto a caricarla nel fucile, gridai: “Se c’è un Dio, che mi dia il coraggio di premere il grilletto”.

Una voce sommessa e molto chiara parlò: “Getta via quel­la pallottola” e io la scagliai fuori della porta.

In un momento di calma, mi gettai in ginocchio e quella voce parlò ancora: “Chiama Alcolisti Anonimi”.

Trasalii. Guardai attorno chiedendomi da dove venisse la voce e urlai: “Oh Dio!”. Balzai in piedi e corsi al telefono. Lo avevo appena afferrato che mi casco a terra. Mi ci misi a sedere vicino e, con mano tremante, chiamai la centralinista e le urlai di chiamare A.A.

“La metto in comunicazione con le informazioni”, disse.

“Sto tremando troppo per formare altri numeri. Vada al diavolo!”.

Non so spiegare perché non riattaccai. Rimasi seduto a terra con il ricevitore all’orecchio finché udii: “Buon pome­riggio. Alcolisti Anonimi. Possiamo esserle d’aiuto?”

Dopo quattro mesi di sobrietà in A.A. mia moglie e io sia­mo tornati insieme. Avevo sempre detto che era per colpa sua che bevevo tanto: tutti quei ragazzini che urlavano e le sue lamentele avrebbero costretto qualsiasi persona a bere. Dopo tre mesi che andavamo insieme in A.A., mi accorsi quale mo­glie e madre meravigliosa fosse. Per la prima volta conoscevo il vero amore invece di strumentalizzare mia moglie.

Poi la cosa accadde. Mi aveva sempre spaventato l’amore. Per me amare significava perdere. Credevo che quello fosse il modo in cui Dio mi puniva per tutti i peccati che avevo com­messo. Mia moglie si ammalò gravemente e fu ricoverata di urgenza all’ospedale. Aveva un cancro, mi disse alla fine un me­dico. Poteva anche non sopravvivere all’operazione, disse, e se lo avesse fatto la morte sarebbe stata solo questione di ore.

Voltai le spalle e corsi giù nella sala d’aspetto. Tutto ciò che riuscivo a pensare era di avere una bottiglia. Sapevo che se fossi uscito da quella porta Io avrei fatto. Ma un Potere più grande di me mi costrinse a fermarmi e a urlare: “Mio Dio, infermiera! Chiami A.A.!”.

Corsi in gabinetto e rimasi là a piangere e a implorare Dio di prendere me al posto di mia moglie. Di nuovo mi assalì la paura e compatendomi dissi: “È questa la ricompensa che ho cercando di mettere in pratica quei dannati Passi?”.

Alzai lo sguardo e la stanza si era riempita di uomini che mi guardavano. Mi parve che tutti contemporaneamente mi ten­dessero la mano e si presentassero: “Noi siamo di A.A.”.

“Sfogati , disse uno di loro, ti sentirai meglio. E noi ti capiamo”.

Chiesi loro: “Perché Dio mi tratta così? Ce L’ho messa tut­ta e quella povera donna...”.

Uno degli uomini m’interruppe e chiese: “Come preghi?”. Risposi che chiedevo a Dio di non prendere lei, ma me. Lui al­lora disse: Perché non chiedi a Dio di darti la forza e il co­raggio di accettare la Sua volontà? Di “sia fatta la Tua volontà, non la mia”.

Sì, quella fu la prima volta nella vita che pregai perché fosse fatta la Sua volontà. Guardandomi indietro, vedo che ho sempre chiesto a Dio di fare le cose a modo mio.

Stavo seduto nel corridoio con gli uomini di A.A., quando due chirurghi mi si avvicinarono e uno di loro chiese di par­larmi in privato.

Udii me stesso rispondere: “Qualunque cosa deve dire, lo può dire davanti a loro. Sono miei amici”.

Allora parlò il primo dottore: “Abbiamo fatto tutto il pos­sibile per lei. È ancora in vita ma è tutto quanto siamo in grado di dire”.

Uno di A.A. mi mise un braccio intorno e mi disse: “Ora, perché non la affidi al Chirurgo più grande di tutti loro messi assieme? ChiediGli di darti il coraggio di accettare”. Tutti ci prendemmo per mano e ci unimmo nella Preghiera della Sere­nità.

Non ricordo quanto tempo passasse. La prima cosa che udii fu un’infermiera che mi chiamava per nome e che disse dolcemente: “Può vedere sua moglie ora, ma solo per due minuti”.

Salendo di corsa alla stanza, ringraziai Dio che mi dava l’opportunità di far sapere a mia moglie che l’amavo e che ero pentito del mio passato. Mi attendevo di vedere una donna mo­rente, invece con mia sorpresa mia moglie aveva il sorriso sul volto e lacrime di gioia negli occhi. Tentò di alzare le braccia e con voce debole mi disse: “Non mi hai abbandonata per an­dare a ubriacarti”.

Questo accadde tre anni e quattro mesi fa. Oggi siamo an­cora insieme. Lei segue il suo programma in Al-Anon, io il mio; entrambi viviamo nel presente, giorno per giorno.

Dio ha risposto alle mie preghiere attraverso le persone di A.A.


 





Uscire dalla trappola del “se” (dal libro Vivere sobri)

I coinvolgimenti emotivi non sono i soli fattori che possono colpire pericolosamente la nostra sobrietà. Alcuni di noi hanno la tendenza a condizionare in altri modi la propria sobrietà, pur senza averne l’inten­zione.

Un membro di AA dice: “Noi ubriaconi* siamo persone piene di “se”. Nei giorni in cui bevevamo, eravamo spesso pieni di “sé”, oltre che di liquore. Molti dei nostri sogni ad occhi aperti iniziavano con un “Se solo,,,” e continuavamo a dire a noi stessi che non ci saremmo ubria­cati se qualcosa o qualcos’altro non fosse successo, o che non avremmo avuto affatto il problema di bere se so/o...”.

Noi tutti inseguivamo quell’ultimo “se” con le nostre giustificazio­ni (scuse?) al nostro bere. Ognuno di noi pensava: Non berrei in questo modo…

Se non fosse per mia moglie (o marito o amante)... se solo avessi più soldi e meno debiti... se non fosse per tutti questi problemi familia­ri…. se non fossi così sotto pressione... se avessi un lavoro migliore o un posto migliore in cui vivere… se la gente mi capisse... se le condizioni del mondo non fossero così disgustose... se gli esseri umani fossero più gentili, più rispettosi dei sentimenti altrui, più onesti,., se gli altri non mi invitassero sempre a bere... se non fosse per la guerra (qualsiasi guer­ra)… e così via ancora e ancora.

Guardando a ritroso a questo tipo di pensieri e al comportamento che ne derivava, vediamo ora che stavamo realmente lasciando che gli avvenimenti esterni controllassero gran parte della nostra vita.

Quando smettiamo di bere, all’inizio molti di questi pensieri si riti­rano alloro giusto posto nella nostra mente. A livello personale, molti d’essi spariscono del tutto non appena iniziamo a essere sobri, e comin­ciamo a vedere cosa saremo in grado di fare, un giorno, per gli altri. Nel frattempo, la nostra vita di persone sobrie è senz’altro migliore, qualsia­si altra cosa stia succedendo. Ma poi, dopo un po’ che siamo sobri, per alcuni di noi c’è un periodo in cui, ahi!, una nuova scoperta ci dà uno schiaffo in piena faccia. Lo stesso modo di pensare “incerto”, abituale quando bevevamo, senza che ce ne accorgiamo, si unisce all’idea di non bere. Inconsciamente, abbiamo imposto delle condizioni alla nostra so­brietà. Abbiamo iniziato a pensare che la sobrietà è proprio bella se tut­to va bene, o e niente va di traverso.

In realtà, stiamo ignorando la natura biochimica e immutabile del nostro disturbo. L’alcolismo non rispetta alcun “se”. Non e ne va, né per una settimana, né per un giorno, e neppure per un’ora, lasciandoci non-alcolisti e in grado di bere ancora in qualche occasione speciale o per qualche ragione straordinaria — neppure se è un avvenimento di quelli che capitano una volta nella vita, o se ci colpisce un grande dispiacere, o se piove in Spagna o se le stelle cadono in Alabama. L’alcoli mo per noi è incondizionato, senza concessioni possibili e a nessun prezzo.

Può darsi che ci voglia un po’ di tempo per far entrare questo con­cetto fin nel midollo delle nostre ossa, E a volte non ci rendiamo conto delle condizioni che abbiamo imposto alla nostra guarigione finché qual­cosa, e non per causa nostra, non va per storto, Allora, ecco! Ci siamo. Non avevamo tenuto conto di quell’avvenimento.

Il pensiero di un bicchiere è naturale di fronte a una delusione scioc­cante. Se non otteniamo l’aumento, la promozione o il posto di lavoro su cui avevamo contato, o se la nostra vita affettiva prende una brutta piega, o se qualcuno ci maltratta, allora vediamo che forse abbiamo fat­to conto su certe circostanze perché ci aiutassero a rimanere sobri.

Da qualche parte, sepolta in una segreta sinuosità della nostra ma­teria grigia, avevamo una piccola riserva, una condizione alla nostra so­brietà; e stava proprio aspettando di entrare in azione. Continuavamo a pensare: Ohé! La sobrietà è una gran cosa e intendo tener “duro”, Non sentivamo neppure il lieve sussurrio della nostra riserva mentale: “Chia­ramente, se ogni cosa andrà per il suo verso”,

Non possiamo permetterci quei “se”; dobbiamo restare sobri senza preoccuparci di come ci tratta la vita, senza preoccuparci se i non-alcolisti apprezzano o meno la nostra sobrietà. La nostra sobrietà deve essere in­dipendente da qualsiasi altra cosa, non essere legata ad altre persone e non vincolata da restrizioni o condizioni.

Più volte abbiamo riscontrato che non possiamo restare sobri a lun­go per il bene d’una moglie, d’un marito, dei bambini, d’un fidanzato, dei genitori o d’un altro parente o amico, e neppure nell’interesse del lavoro, né per far piacere al principale (o al dottore, o al giudice o al creditore), né per alcun altro al di fuori di noi stessi.

Legare la nostra sobrietà a qualsiasi persona (anche un altro alcolista recuperato) o a qualsiasi circostanza è sciocco e pericoloso. Quando pensiamo: “Rimarrò sobrio se..,” oppure “non berrò a causa di...” (e completiamo tali frasi a seconda delle circostanze, dimenticandoci del nostro desiderio di star bene e dell’interesse per la nostra salute), invo­lontariamente ci prepariamo a bere quando varieranno la condizione o la persona o la circostanza. E ognuna di queste può cambiare in ogni momento.

Indipendente e non affidata a altra cosa, la nostra sobrietà può raf­forzarsi al punto di metterci in grado di affrontare tutto e tutti. E, come voi stessi vedrete, quel modo di sentire, tra l’altro, comincia ben presto a piacerci.


* Alcuni A.A. fra noi, indipendentemente dal periodo di sobrietà, sogliono definirsi “ubriaconi”. Altri preferiscono “Alcolisti”. Ci sono buone ragioni per entrambi i termini. “Ubriacone” è un termine allegro, tende a mantenere l’ego nei suoi limiti e ci ricorda la nostra inclinazione al bere. “Alcolisti” è un termine altrettanto esatto, ma più dignitoso e più in linea con l’idea, ora ampiamente accettata, che l’alcolismo è una malattia perfettamente rispettabile e non una volontaria indulgenza verso sé stessi.


 






Come si diventa membro di un gruppo? (Il gruppo...)

Noi diciamo abitualmente che qualcuno è membro di A.A. quando lui o lei dichiarano di esserlo. La sesta Tra­dizione dice: o L’unico requisito per essere membro di A.A. è il desiderio di smettere di bere » e nessuno di noi può avere la pretesa di giudicare il desiderio nel cuore di un altro.

Per essere membro di un gruppo basta semplicemente frequentarne le riunioni abbastanza regolarmente. La mag­gior parte dei gruppi ha da lungo tempo rinunciato a cose che somiglino a qualsiasi procedura formale, o cerimonia di « iniziazione o, anche se naturalmente, moltissimi grup­pi cercano di tenere degli elenchi riservati dei nomi dei membri che vogliono essere tenuti al corrente delle riunio­ni speciali di A.A. o su altri fatti, oppure che sono a di­sposizione per interventi da dodicesimo passo e inoltre per conservare notizie generiche sulla consistenza dei mem­bri da mandare per gli Elenchi dei gruppi A.A.

La maggior parte dei membri si sente di casa in un particolare gruppo, più che non in altri, e lo considera il suo gruppo familiare, nel quale accetta delle responsabi­lità e cerca di cementare le amicizie. Essi non si immi­schiano invece negli affari o nella condotta del gruppo che visitano e nel quale non accetterebbero nessun in­carico di servizio.

A.A. non è un campo destinato alla competizione in­dividuale o di gruppo; come vedere quale gruppo è più grande o chi rimane sobrio più a lungo o quale gruppo fornisce il servizio migliore, oppure chi sia l’oratore più ricercato. Perciò tutti i membri di A.A. saranno i benvenuti alle riunioni di tutti i gruppi e si sentiranno di casa in qualsiasi gruppo di Alcolisti Anonimi.

 

(dall'opuscolo "Il gruppo di A.A dove tutto ha inizio")

 





Il nostro metodo

Capitolo 5

Raramente abbiamo visto una persona che, seguendo il cammino percorso da noi, non sia riuscita a vincere l'alcol. I non recuperabili sono quelli che non possono o non vogliono seguire il nostro semplice Programma, di solito persone che per natura sono incapaci di essere oneste con se stesse. Purtroppo, ci sono casi del genere. Non hanno colpa, perché forse sono nate con questa tendenza, sono per natura incapaci di comprendere e sviluppare un sistema di vita che esiga un'onestà rigorosa. Le loro possibilità di recupero sono limitate. Ci sono anche degli individui che soffrono di qualche grave anomalia psichica ed emotiva, ma molti di questi si salvano se hanno la capacità di essere onesti.

Le nostre storie personali mettono in risalto ciò che eravamo, ciò che ci è successo e quello che siamo ora. Se anche voi volete raggiungere ciò che noi abbiamo e se siete disposti a tutto per ottenere i nostri risultati, allora siete pronti a fare certi passi.

Non li abbiamo accettati tutti subito. Pensavamo di poter trovare una via più facile, più morbida. Ma non ci siamo riusciti. Con tutta l'energia e l'onestà che possediamo, vi imploriamo di essere forti e metodici fin dalle prime tappe di questa risalita. Qualcuno ha cercato di attenersi ai suoi vecchi sistemi e il risultato è stato zero finché non li ha abbandonati...

 

"Alcolisti Anonimi", capitolo 5: "Il nostro metodo"


 





 

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Solo tu puoi decidere se sei un alcolista o meno. Se hai qualche dubbio prova a rispondere alle domande del questionario da scaricare; pur non essendo un test specifico il questionario può aiutarti a riflettere sulla tua situazione.

 

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